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LA PERDITA DEL LEGAME MARZIALE

LA PERDITA DEL LEGAME MARZIALE

Trasmissione psichica e bagaglio tecnico vanno di pari passo nel consolidamento del legame tra maestro e allievo.

“Il legame che esiste tra il genitore acquisito e i figli acquisiti non si fonda su un rapporto di filiazione, ma di affiliazione, esso viene legittimato solo al termine del processo di socializzazione compatibile con la funzione educativa”. (Siméon)

Paternità: nove lettere che rappresentano il ruolo più difficile e, allo stesso tempo, più affascinante che l’uomo possa sperare di ricoprire.

Essere padre non è mai semplice: il rischio è di essere troppo assenti, troppo affettuosi, troppo rigidi o troppo morbidi. Essere padre è una sfida verso se stessi e verso i propri figli, giudici di un compito in cui nessuno si sente all’altezza.
In molti casi, più forte dell’eredità genetica è l’eredità che si trasmette attraverso le parole, i gesti, gli oggetti, i suoni, le immagini e che trova nella memoria e nei sentimenti il suo punto di riferimento. Per questo, là dove la situazione lo permette, tra genitore acquisito (il maestro) e i “figli” si può instaurare un legame di genitorialità con norme e regole caratterizzanti questo rapporto (in effetti è la qualità umana dell’adulto che si prende cura del bambino a essere determinante per la sua evoluzione). Questa convinzione è alla base del concetto di genitore affettivo o sociale: un adulto che, al di là del legame biologico, diventa il punto di riferimento principale per un bambino in fase di sviluppo e che si crea attraverso una lunga formazione.
Prima di passare a descrivere le caratteristiche e le difficoltà che si incontrano durante la formazione di questo legame, bisogna riflettere sul fatto di come la trasmissione psichica e il bagaglio tecnico vadano di pari passo nel consolidamento del legame tra maestro e allievo.
In una prima fase, quando si sceglie il dojo dove iniziare la pratica, quasi per caso, la figura del maestro assume la funzione di semplice trasmettitore di informazioni utili all’allievo per crescere tecnicamente attraverso una lunga formazione psicofisica. Successivamente il maestro diventa la figura emotivamente e affettivamente significativa sulla quale si fa affidamento e, ormai coinvolto nella dinamica relazionale, si plasma a volte mettendosi “nei suoi panni” fino a istaurare una comunicazione funzionale alla crescita del suo allievo.

Il legame “marziale” cresce in quel luogo fisico e mentale con l’aumentare del sentimento verso la disciplina integrandosi con le caratteristiche personali dei soggetti coinvolti: il dojo diventa pian piano uno spazio familiare assumendo le caratteristiche di una “seconda casa” in cui si resta per l’amore verso il Karate-do.
In tal senso, nella relazione maestro-allievo è importante riuscire a comunicare in modo efficace per permettere all’allievo di aprirsi, raccontarsi, ricordare, immaginare, di dare dei significati emotivi alle proprie esperienze passate e presenti che nel dojo trovano, attraverso il corpo, la loro massima espressione.
Il Maestro, come un padre, dovrebbe altresì guidare l’allievo a una lettura alternativa dei/del proprio disagio, ad esempio nella conoscenza della propria impulsività (espressa a volte nella mancanza di controllo) o nell’eccesso di controllo (espresso a volte nella mancanza di contatto nelle tecniche a confronto), rispettando la graduale e fisiologica crescita mentale/fisica dell’individuo praticante.
Questa alleanza maestro-allievo permetterebbe, qualora presente, la decodifica delle emozioni, riuscendo a dare al praticante una lettura emotiva di ciò che sta dentro e fuori di lui. Tuttavia, se il maestro – consapevolmente o, il più delle volte, inconsapevolmente – “perde di vista l’allievo”, il Karate perde la propria funzione educativa (oltre la tecnica).
Le difficoltà da parte del praticante nel comunicare (anche a se stesso) il proprio malessere, a causa di un naturale processo auto-protettivo che viene compreso solo a seguito di un lungo processo elaborativo, può condurre a una conseguente messa in discussione del modo di vivere il karate, a una disfunzionale paralisi emotiva, fino a una confusione riguardo la ricerca del proprio Do.

La figura del Maestro assume una propria funzione all’interno di uno specifico ciclo di vita del ragazzo e/o dell’adulto, sia da un punto di vista mentale sia di maturità tecnica: quando la funzione e il ciclo di vita non coincidono o non si sintonizzano con le necessità e i bisogni (per incomprensioni o perché non si incastra con le sue necessità in un specifico ciclo di vita, o perché vengono a mancare i ruoli, i rituali, le relazioni, l’unità familiare, i progetti, le speranze e la progettazione del futuro…), lo stesso soggetto, che fino a quel momento ha creduto nell’integrità del “padre” che ha guidato la sua strada, inizia ad attuare un distacco emotivo che lo porta ad allontanarsi dai suoi insegnamenti, fino al punto di doversi “riedificare” con un elemento in meno, un “pezzo” che fino a quel momento (anche solo per il semplice fatto di esserci) contribuiva al suo funzionamento.
Questa dimensione/decisione non è cosi semplice da gestire, infatti, solitamente, inizia con una graduale sensazione di “sentirsi fuori posto” e con il non riuscire a comprenderne le ragioni, per cui si resta in bilico tra il desiderio di compiacere per farsi accettare (l’idea di dover essere sempre il massimo di ciò che idealmente il maestro si aspetta) ed essere se stessi (seguire il proprio modo di essere).
Tale dicotomia, tra il dover compiacere e la confusione rispetto alla propria pratica, conduce il praticante a una profonda crisi che mette in discussione il suo Do e a perdere la fiducia nel Maestro.
Qual è il meccanismo alla base della perdita di fiducia?
Premetto, che il peso e l’importanza che le relazioni familiari hanno per le persone non sono tanto legate ai ruoli quanto all’intensità dei legami; è così che, identificando i confini della famiglia attraverso il criterio dell’intensità delle relazioni, figure che secondo la definizione più tradizionale di famiglia sarebbero considerate periferiche, possono risultare centrali (Bolbwy).
Il Maestro, nel percorso di crescita fatto di tentativi ed errori, ha la responsabilità di accrescere il livello di autostima dell’allievo: cercando di farne risaltare i pregi piuttosto che rimproverarlo nell’insuccesso, creando un clima favorevole alla socializzazione e alla cooperazione, dando obiettivi chiari e non sempre facili, raggiungibili e commisurati alle capacità di ciascuno. Egli ha la responsabilità di essere presente e una guida sincera.
L’insegnamento diventa efficace ed efficiente quando non resta in superficie, ma scende a influenzare profondamente la psiche del soggetto e, per tale motivo, il Maestro deve essere colui che favorisce lo sviluppo delle potenzialità del soggetto con suggerimenti idonei, capaci di influenzare i suoi processi psichici più profondi, modificandone l’atteggiamento, la propensione, lo spirito marziale, e questo è possibile solo maturando in se stessi la capacità di cogliere in ogni persona quella diversità che la rende irripetibile.

Quando la qualità della relazione inficia il modo della persona di sentirsi a proprio agio nell’essere se stesso – dovendo rappresentare lo specchio interno del maestro (ciò che lui voglia che l’allievo sia, partendo dalla propria autoreferenzialità) –, allora nel praticante s’incomincia a creare una “rottura” che si riflette nella messa in discussione di chi sia e di che cosa senta quando entra nel dojo, che inizia a divenire un luogo dal quale deve distanziarsi non trovando più se stesso.
Come si può continuare a seguire la Via dopo aver perso la fiducia verso il proprio maestro?
Attraverso un lungo processo di elaborazione, mentale e fisica, e di strategie volte a rendere il passaggio/chiusura meno doloroso. L’allievo dapprima cerca un modo per non precludersi l’accesso al dojo, per poi comprende che l’unico modo possibile è prendere la propria “via”: scegliendo un modo altro di essere karateka, scegliendo di essere se stesso nel karate-do, scegliendo una nuova guida/maestro, per poi trasformarsi un giorno da allievo in Maestro, ma non dimenticando mai chi per primo gli ha mostrato la Via e, con riconoscenza verso questi, accettare la possibilità che anche l’adulto possa deludere, imparando così che per poter entrare in contatto con il proprio Sé è necessario saper perdonare.
Alla luce di quanto detto finora, come ci si può separare dal genitore che ti ha fatto crescere?
Questo processo può avvenire solo ed esclusivamente senza disconoscere le proprie origini, senza dimenticare mai il/i maestri che si sono incontrati sulla propria Via.

”Chi genera non è ancora padre, un padre è chi genera e chi lo merita”.
(Fedor Dostoevskij)

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20 Comments
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