Tu lo sai che…?

Una raccolta di curiosità sui più importanti Paesi orientali

INDIA

TU LO SAI CHE… L’HOLI FESTIVAL

E’ un mito legato alla figura del Dio Krishna e, in particolare, al suo grande amore per Radha.
Si narra che il Dio Krishna, quando era bambino, fosse geloso della carnagione chiara di Radha rispetto alla sua che era molto scura. Si lamentò di questo con sua madre, Yashoda, la quale scherzando gli consigliò di mettere del colore sul viso di Radha e vedere come sarebbe cambiata la sua carnagione.
Il giovane e dispettoso Krishna prese sul serio le parole della madre e così colorò il volto di Radha.
Il gioco d’amore tra Krishna, Radha e le Gopi che si gettano acqua e polveri colorate è diventato così popolare che la festa di Holi è celebrata con grande entusiasmo soprattutto a Vrindavana e a Mathura.

TU LO SAI CHE… IL TAJ MAHAL

È stato definito un gioiello di squisita fattura, una canzone d’amore in pietra, il mirabile epitaffio di un marito affranto per la sposa perduta.
Centosessanta chilometri a est di Delhi, nell’India settentrionale, c’è la città di Agra, dove sorge questo gioiello dell’architettura islamica: il Taj Mahal. Progettato da un architetto turco e fatto con marmo bianco, questo splendido edificio si erge come un monumento all’amore di Shah Jahan per la sua sposa prediletta, Mumtaz Mahal, che morì nel 1631. Ci vollero vent’anni per costruire la tomba e vi lavorarono 20.000 persone.
L’influsso islamico è chiaramente visibile nei sottili minareti alti più di 40 metri e nei versetti del Corano che ornano i muri esterni. Specie al chiar di luna o all’alba e al tramonto, il mausoleo si specchia pittorescamente nelle placide acque di una grande vasca.
Il profondo amore di Shah per la sua sposa rammenta una delle espressioni d’amore dette dal re Salomone all’irraggiungibile pastorella, la Sulamita, riportata nella Bibbia nel Cantico dei Cantici.

TU LO SAI CHE… I FACHIRI

I fachiri e, più in generale, i “santoni” indiani sono personaggi estremamente “pittoreschi”; sono figure cioè che sia solo per il loro particolare aspetto oppure per le “prove” a cui sottopongono il loro corpo valgono a creare un’atmosfera misteriosa e selvaggia, di cui l’India è da sempre stata considerata il simbolo.
Il termine fachiro deriva dall’arabo faqir ed indicava in origine un asceta musulmano che aveva fatto voto di povertà. Successivamente fu però usato dai viaggiatori e dai missionari europei del Settecento per indicare i mendicanti indù dediti allo yoga e a particolari pratiche ascetiche.
E questo è il significato che la parola ha nelle attuali lingue europee: “penitente indiano che compie dolorosi atti di mortificazione”. Infatti, la prima immagine che la parola fachiro evoca alla nostra mente è quella di un personaggio magrissimo che, incurante del dolore, si sdraia su un letto di chiodi o che cammina impavido sui carboni ardenti.

TU LO SAI CHE… IL TEMPIO DI KARNI MATA

E’ un tempio hindu che si trova a Deshnoke, città dello stato di Rajasthan in India. La sua costruzione iniziata nel quindicesimo secolo circa è terminata agli inizi del ventesimo secolo grazie al Maharaja Ganga Singh e al suo interno sono presenti ricchi decori di oro e marmo. Nel tempio vivono circa 20.000 topi che vengono venerati e considerati sacri.
Questi ratti vengono nutriti con latte, cereali e laddu, piccoli dolci di forma sferica principalmente a base di farina e zucchero.
Il tempio è considerato l’unico al mondo dove dei ratti possono muoversi liberamente al suo interno.
Può capitare che tra le migliaia di topi ne sbuchi uno di colore bianco considerato raro e “particolarmente” sacro e quindi nel caso un cui qualcuno lo vedesse sarebbe considerato baciato dalla fortuna.
All’interno del tempio c’è un piccolo santuario che si narra sia stato costruito da Karni Mata stessa.

TU LO SAI CHE… LA MUCCA IN INDIA

Ricerche archeologiche hanno mostrato l’esistenza del culto del toro presso la civiltà Harappa (3000-1700 a.C.) e il culto della mucca allora meno diffuso crebbe molto in età vedica, ma comunque non vedevano la mucca come un animale sacro e gli antichi indù mangiavano la carne bovina.
Nei secoli il bestiame e la sua sacralità accrescono in quanto di vitale importanza per l’economica. Nel tempo si associa la figura della vacca con il rituale religioso o addirittura con lo stesso sacerdote brahmano che officiava la cerimonia, prodotti quale latte e burro chiarificato sono ancora indispensabili nel culto, e l’animale viene considerato il dono più appropriato da offrire in forma di ricompensa e omaggio daksina per l’opera prestata dal sacerdote.
Ben presto la vacca identifica il sacerdote brahmano, e se l’uccisione di un brahmano è considerato il crimine più grave, così pure l’uccisione o la macellazione di una mucca viene intesa come un atto gravissimo. Il primo divieto per la macellazione appare verso il 1527, durante il regno di Mughal Zahir ud-din Muhammad Babur, che lo ha instaurato perché pensava che il divieto gli avrebbe fatto vincere la buona volontà tra gli indù; anche se alcuni re indù non rispettavano il divieto.
Oltre a ciò si aggiungono altri elementi che concorrono ad elevare la figura della vacca a sacro animale per eccellenza quali la non violenza ahimsa, il vegetarianismo, e l’amore materno in parallelo al sentimento e atteggiamento che la vacca ha per il suo vitello nella fase di crescita.
Dalla combinazione di questi elementi è maturata nel corso dei secoli la profonda devozione e rispetto che la vacca in India ha.

TU LO SAI CHE… IL GANGE

il Gange è il fiume più sacro dell’India, ovunque lungo le sue rive, dalle sorgenti dell’Himalaya al delta del Bengala, distante 2500 km, sono disseminati luoghi di culto e di pellegrinaggio.
I fedeli vi giungono fin dalle più remote contrade dell’India e l’acqua del fiume è trasportata o inviata in tutto il paese per essere utilizzata nei riti religiosi.
La si serve ai matrimoni e, insieme al pane, durante le cerimonie per l’iniziazione dei giovani Brahmini.
Durante le cerimonie funebri, per esempio, è pressoché indispensabile e, appena è possibile, le ceneri dei defunti vengono sparse nel fiume. Fin dai tempi più remoti è stato così.
L’eclettico imperatore Akbar, che ufficialmente si dichiarava musulmano, non beveva altra acqua fuorché quella del Gange, che si faceva spedire in recipienti sigillati ovunque si recasse.
L’acqua del Gange è sacra, al punto che la gente viene da ogni parte dell’India a morire sulle rive del fiume, convinta di guadagnarsi così la beatitudine celeste, e allo stesso scopo si usava, tempo addietro, compiervi il suicidio.
Le abluzioni mattutine e serali sono normalmente effettuate presso i Ghats, le celebri scalinate che permettono di scendere al fiume.
Molte cerimonie vengono effettuate lungo le rive del fiume Gange, come il Ganga Aarti, che si celebra al tramonto nelle tre città sante Varanasi, Haridwar e Rishikesh.
Si tratta di un rituale indù dedicato alla Dea Madre Ganga, dove alcuni officianti eseguono un’elaborata Puja (rituale di offerta) che ha come componente essenziale il fuoco, il tutto in un’atmosfera molto mistica e coinvolgente.
Molte famiglie conservano un flaconcino di acqua del Gange nella propria casa per due motivi, una questione di prestigio innanzitutto, e poi perché se qualche familiare dovesse ammalarsi gravemente e morire, potrebbe bere l’acqua del Gange per ripulire la propria anima da tutti i peccati.
Il Gange sicuramente trasporta con le sue acque sentimenti, passioni e la spiritualità della popolazione che affida ad esso i corpi dei propri defunti e che usa compiere riti di purificazione sulle sue sponde.

TU LO SAI CHE… IL MANTRA

La traduzione esatta del termine Mantra è difficile, ma gli studiosi comunque concordano sull’origine composita del nome, formato dalla radice sanscrita man (da cui anche il termine manas, mente) e dal suffisso tra, che indica uno strumento (come in yan-tra, macchina, o tan-tra, telaio). In linea di massima può essere tradotto quindi come strumento per pensare, ma soprattutto come strumento di liberazione della mente. Secondo la tradizione indiana, la sua ripetizione ritmica aiuta infatti a raggiungere l’equilibrio, a trovare dentro di sè la parte buona, l’energia vitale, e ad avvicinarsi così al divino insito in ogni essere vivente; il loro uso varia a seconda delle tradizioni spirituali o delle varie scuole filosofiche, ma vengono principalmente utilizzati come amplificatori spirituali, parole e vibrazioni cioè che inducono nei devoti una graduale concentrazione sull’essenza dell’Assoluto.
Ogni mantra racchiude in sè sei concetti: il Rishi, ossia il veggente, l’antico maestro che ha percepito il mantra attraverso la meditazione profonda, che l’ha comunicato ai suoi discepoli e al quale prima di iniziarne la ripetizione si rende omaggio; il Raga, che è il suono o sequenza di suoni modulati nella recitazione (è importante non modificare la vibrazione del suono, parte integrante della formula); il Devata, la divinità che presiede il mantra; il Bija, seme, poichè si considera che il mantra abbia potere di autorigenerazione; c’è poi il Kilaka, il pilastro, che è l’invocazione della forza di volontà, ciò che serve per ripetere continuamente il Mantra senza perdere la concentrazione, e infine la Shakti, la consapevolezza o Madre Divina, che rappresenta l’energia dinamica che si manifesta nel Mantra stesso come forza generatrice.
I Mantra si dividono in due gruppi: quelli personali e quelli impersonali. I primi si riferiscono all’aspetto personale della divinità che si è manifestata sulla terra, mentre i Mantra impersonali si riferiscono all’aspetto trascendentale della divinità come Assoluto o Realtà Ultima.
Un Mantra generalmente esordisce invocando il nome di una divinità: Om namah Shivaya (Aum, mi inchino a Te, oh Shiva), Om namo Narayanaya (mi inchino a Te, Narayana), Om Shri Ganeshaya Namah (Aum, mi sottometto al Signore Ganesh) etc. oppure per esempio come in quello antichissimo che accompagna il classico saluto al sole, Gayatri o Savitri Mantra, considerato coincidente con la divinità creatrice stessa, e che dopo l’Om prevede che la formula nota come Mahavyahrti, o Grande Enunciato – Bhur Bhuvah Svah – con la quale si invoca la dimensione terrena, quella intermedia e quella celeste, preceda il Mantra propriamente detto.

TU LO SAI CHE… I SUTRA

Il buddismo è una religione basata sugli insegnamenti di Buddha. Per questo motivo, le parole pronunciate da Shakyamuni Buddha hanno autorità assoluta e i sutra sono raccolte dei suoi sermoni. “Sutra” è una parola sanscrita che si riferiva, nel bramanesimo, a quelle scritture sacre in cui venivano riportati tutti i tipi di insegnamenti e norme. Questa parola non viene utilizzata solo nel buddismo e originariamente significava “linea”, o “filo”.
Dopo la morte di Shakyamuni Buddha, i suoi insegnamenti si sono tramandati di persona in persona grazie ai suoi discepoli. Questi, tuttavia, preoccupati delle graduali variazioni, si riunirono in consiglio per raccogliere e organizzare la parola di Buddha.
Durante questo consiglio, Mahakashapa (il successore di Buddha) assunse un ruolo dominante. I sutra furono corretti in base al ricordo di Ananda, che aveva la memoria migliore tra i grandi discepoli, e i precetti furono corretti in base al ricordo di Upali, che si narra fosse il migliore nella pratica dei precetti. Questi documenti furono redatti da un gran numero di discepoli, che furono così in grado di controllare, verificare e approvare gli insegnamenti ritenuti di Buddha.
Infine, vennero creati studi e commenti su sutra e precetti denominati “sastra”. Il termine unico assegnato a questi tre elementi (sutra, precetti e sastra) è “Tripitaka” o “tre cestini”, ovvero contenitori.
In un secondo momento, la letteratura buddista diventò molto vasta e, per questo motivo, fu chiamata “Grande canone buddista”.

CINA

TU LO SAI CHE… LA CITTA’ PROIBITA

La Città Proibita è il palazzo imperiale meglio conservato in Cina, oltre che il più grande palazzo antico del mondo. La splendida architettura degli edifici e la loro disposizione nei diversi cortili rappresenta l’essenza e il culmine dell’architettura cinese tradizionale.
La Città Proibita, situata nel cuore di Pechino, ospitò 24 imperatori delle dinastie Ming (1368–1644) e Qing (1644–1911). La costruzione del grande palazzo cominciò nel 1406, il quarto anno di reggenza dell’imperatore Yongle della Dinastia Ming, e terminò nel 1420.
Nei tempi antichi, si credeva che l’imperatore fosse il figlio del Cielo, quindi la sua residenza sulla Terra fu costruita come riproduzione del Palazzo Viola, il luogo che secondo le credenze ospitava il dio del Cielo. Il palazzo imperiale era quindi un luogo così divino da essere proibito alla gente comune: da qui il nome Città Proibita.
Ai quattro punti cardinali, le mura si aprono in quattro porte principali: la Porta Meridiana a Sud, Porta della Divina Potenza a Nord, Porta della Gloria dell’Est e Porta della Gloria dell’Ovest. I visitatori oggi possono accedere alla Città Proibita attraverso la Porta della Pace Celeste (Tienanmen), che conduce alla Porta Meridiana del palazzo. L’uscita principale è quella opposta, la Porta della Divina Potenza.
La Corte esterna è costituita da tre edifici principali, il Palazzo della Suprema Armonia (Taihedian), il Palazzo dell’Armonia Centrale e il Palazzo della Preservazione dell’Armonia (Baohedian). È in questi palazzi che l’Imperatore teneva le grandi cerimonie e conduceva gli affari di stato.
La Corte interna è composta da tre strutture principali: il Palazzo della Purezza Celeste, il Palazzo della Grande Unione e il Palazzo della Tranquillità terrena. Dietro i tre edifici principali ci sono sei palazzi orientali e sei palazzi occidentali, nei quali l’imperatore era solito condurre gli affari quotidiani e che erano gli edifici dove vivevano l’Imperatore e le concubine.
Per dimostrare che l’Imperatore era il figlio del Cielo, la sua residenza doveva essere al centro dell’Universo. Per questa ragione, tutte le porte principali si trovano sull’asse Nord-Sud della vecchia Pechino, linea che divide anche simmetricamente il palazzo a metà.
I colori principali della Città Proibita sono il giallo e il rosso.
Muri, colonne, porte e finestre sono dipinte di rosso, colore simbolo di felicità e buona fortuna secondo la cultura tradizionale cinese.
Le tegole dei tetti invece sono gialle, un colore che durante le dinastie Ming e Qing poteva utilizzare solo l’Imperatore.
Sui tetti degli edifici principali si notano file di piccoli animali che ricordano i gargoyle dell’architettura occidentale.
Sono in realtà file di draghi, fenici e leoni, tutti animali simbolici nella cultura tradizionale.
Il drago e la fenice, rispettivamente, simboleggiavano l’Imperatore e l’Imperatrice; il leone invece era (ed è tutt’ora) simbolo di forza. Il numero degli animali varia in base all’importanza dell’edificio.
Si scelse il legno migliore per la costruzione di edifici e padiglioni e non sono stati usati chiodi, visiti come elementi che avrebbero interrotto l’armonia delle forme e del complesso.
I leoni posti agli ingressi sono i guardiani simbolici dell’edificio. Sono sempre in numero pari: a sinistra c’è la femmina e a destra il maschio.

TU LO SAI CHE… LA MURAGLIA CINESE

La Grande Muraglia Cinese è considerata una delle “sette meraviglie del mondo” e nel 1987 e una delle più affascinanti e imperdibili mete di un viaggio in Cina, sia per la sua importanza storica, che per la grandezza architettonica.
E’ stata costruita oltre 2000 anni fa, molte parti sono scomparse lungo i secoli, ma altrettante sono arrivate fino ai giorni nostri, restaurate o meno. Proprio come un enorme drago, la Grande Muraglia si snoda su e giù per le montagne, attraversa deserti e praterie per una lunghezza totale di 21196,18 km, dalla costa Est fino agli altopiani dell’Ovest.
Conosciuta in Cina con il soprannome di Wan li chang cheng, la Grande Muraglia Cinese comincia il suo percorso da Hushan nella provincia del Liaoning nel Nord-Est del paese. Passa per Pechino e attraversa numerose province: Hebei, Tianjin, Shanxi, Shaanxi, Ningxia, la Mongolia Interna e termina con il Passo di Jiayuguan nella provincia del Gansu. Lungo la storia dell’Impero cinese, sono oltre 20 gli stati e le dinastie che che hanno contribuito alla sua costruzione.
La Grande Muraglia Cinese è un simbolo dei valori del popolo cinese: Mao Zedong una volta disse “Non sei un vero eroe se non sali sulla Grande Muraglia”
La “Lunga Muraglia” ha una storia di oltre 2300 anni. Spesso si dice che a costruire questa magnifica opera fu Qin Shihuang, il primo imperatore Qin, ma in realtà non è andata proprio così. Le prime sezioni sono state costruite attorno al VII secolo a.C., quando la Cina era ancora divisa in tanti piccoli stati: i diversi regni dell’epoca costruirono mura difensive per proteggere i confini territoriali.
Il progetto di costruzione della Grande Muraglia Cinese è il più grande in termini di tempo e costi. Moltissimi hanno perso la vita durante la sua realizzazione nel corso dei secoli e delle dinastie.
Gli operai furono per lo più soldati, contadini, prigionieri e ribelli e chi moriva veniva seppellito tra le mura in costruzione. La Muraglia è stata costruita con diversi materiali, in base alle sezioni e alle epoche: pietre, terra, sabbia e mattoni sono quelli più usati, trasportati a mano, con carri, trainati da corde o a dorso di animali.

TU LO SAI CHE… LE BACCHETTE

Una storia popolare sostiene che le bacchette sono state inventate dal leggendario imperatore cinese Yu il Grande, nell’epoca in cui la civiltà era stata minacciata da delle inondazioni di massa. Troppo occupato con il lavoro sul sistema innovativo di dighe che potessero controllare le acque, Yu non trovava il tempo per vedere la moglie e i figli, né tantomeno di sedersi per avere un pasto decente. Una volta, quando il suo lavoro lo portò su un’isola, Yu preparò una pentola e un fuoco per cuocere la carne. Ansioso di riempirsi lo stomaco e di ritornare al compito da svolgere, piuttosto che attendere che la pentola si raffreddasse, spezzò una paio di rametti dal ramo di un albero e prese la carne direttamente dall’oleosa acqua bollente. I suoi seguaci lo imitarono e fu così che nacquero le bacchette.
Le prime bacchette accertate erano in metallo e sono state portate alla luce nelle Rovine di Yin, un sito archeologico della dinastia Shang (circa 1600-1046 a.C.).
Le bacchette dimostrano fisicamente gli elementi della filosofia cinese, in particolare la dualità dello yin e dello yang. Le due bacchette devono essere usate come una coppia, una tenuta fermamente e l’altra mobile, per essere utili. Questo riflette l’interpretazione dello yin e dello yang come il connubio tra un elemento passivo e uno attivo, che insieme danno vita a un tutto dinamico.
Le estremità delle bacchette comuni sono rispettivamente tonde e quadrate, e simboleggiano il paradiso, descritto nella filosofia cinese come un cerchio, e la terra, rappresentata da un quadrato. Questa caratteristica trae la sua origine dagli Otto trigrammi, un insieme di principi utilizzati per la divinazione. Le dita, che si posizionano nel mezzo, simboleggiano l’umanità, nutrita dal cielo e dalla terra. Dato che rappresentano l’unione del cielo e della terra, le bacchette vengono considerate un buon auspicio e spesso fanno parte della dote di nozze per benedire gli sposi.
Tradizionalmente, la lunghezza standard delle bacchette veniva misurata come sette cun cinesi (circa un pollice) e sei fen (circa un centimetro). Si crede che questi rappresentassero i Sette sentimenti e i Sei desideri descritti nella teologia buddista.
Quando si tengono in mano le bacchette nel modo giusto, le dita assumono naturalmente tre posizioni, con il pollice e l’indice in alto e l’anulare e il mignolo in basso. Il medio si trova tra le due bacchette. In sintesi, questo simboleggia l’assioma del cielo, della terra e dell’umanità secondo la tradizione cinese.
L’anulare e il mignolo, sostenendosi l’uno con l’altro sotto la bacchetta in basso, rappresentano il Tao della terra, oppure la cooperazione delle persone che vivono nel regno mortale. L’indice e il pollice rappresentano la flessibilità e stabilità, ossia le leggi celesti. Il medio simboleggia la difficile ma onorevole posizione del monarca, tradizionalmente chiamato il Figlio del cielo, che deve allo stesso tempo soddisfare i desideri delle persone e rispettare la virtù e la legge.

TU LO SAI CHE… SUZHOU, LA VENEZIA CINESE

Marco Polo descrive Suzhou come “città della seta, di commercianti e dei 6000 ponti”. E non è un caso che già allora la sua fama legata alla produzione della seta, ai numerosi giardini dalle mille bellezze e ai suoi giochi di canali e ponti di pietra abbia fatto coniare una celebre frase, che recita “In cielo c’è il paradiso, sulla terra vi sono Suzhou e Hangzhou”, quest’ultima altra celebre cittadina rigogliosa a quei tempi. Situata lungo la riva del Fiume Azzurro, Suzhou si trova nella provincia del Jangsu, ad una ventina di chilometri dal lago Taihu, dal quale la separano alcune colline. Tra queste la più nota è la Collina della Tigre, il cui nome particolare sembra derivare dalla presenza di una tigre che appariva per custodire la tomba del re He Lu, della dinastia Wu: sulla cima vi è una pagoda a 7 piani, alta 47 metri, dove sono state scoperte diverse testimonianze antiche come monete, testi buddisti e statuette di Buddha. Da sempre conosciuta per le sue ville-giardino, creazioni artistiche in luoghi isolati un tempo residenza di funzionari locali, Suzhou è caratterizzata da una struttura cittadina in cui gli edifici e appunto le colline, tutte artificiali, sono circondati da elementi decorativi come rocce, acqua, ponti, alberi, e da una vasta rete di canali che la attraversano, tanto da farla definire la Venezia dell’Oriente.
Anche qui passa il Gran Canale Imperiale, lungo quasi duemila chilometri e che, assieme alla Grande Muraglia, è il simbolo della civiltà cinese: venne costruito durante la dinastia Sui, tra il 581 e il 618 d.C. per il trasporto commerciale ed univa Pechino a Hangzhou. Tra i diversi templi e musei, interessanti sono il Tempio della Riconoscenza, una monumentale pagoda di nove piani, accanto a cui sorge il Museo di Storia, che raccoglie documenti e cimeli dall’epoca neolitica fino ai nostri giorni. Alla periferia sud-est si erge il Ponte dalla Cintura preziosa, così chiamato perché il governatore della città donò la propria cintura da cerimonia per contribuire alle spese di costruzione. Ma c’è anche la produzione e la lavorazione della seta a rendere la Venezia d’Oriente meta città di prima grandezza.

TU LO SAI CHE… I MONACI DEL TEMPIO SHAOLIN

Il tempio di Shaolin dista 70 km a sud-ovest da Zhengzhan, capoluogo della provincia dell’Henan in Cina, ed è luogo d’origine del Chan (Zen), scuola principale del Buddismo cinese e dello Shaolinwushu, la più famosa delle arti marziali cinesi. Situato ai piedi del monte Songshan con dietro il picco Wuru e di fronte il monte Shaoshi, è completamente riparato dalle foreste con all’interno antichi piani che si elevano fino al cielo
Fu costruito nel XIX anno dell’imperatore Xiaowen dalla dinastia Wei del nord (485 d.C.) con il proposito di ospitare un eminente monaco indiano di nome Batuo. Dopo 32 anni un altro monaco indiano, Bodhidarma (in cinese Ta Mo) si recò al tempio di Shaolin dove rimase in meditazione per 3 anni nella grotta che sta sotto la cima Wuru. Quando l’azione di ricerca fu completata e Bodhidarma uscì dalla grotta, lo Zen vide la luce.
Divenuti suoi discepoli i monaci del Tempio sedevano per lungo tempo in meditazione (ovvero la via essenziale verso l’illuminazione) divenendo sempre più deboli nel corpo, facile preda del sonno e di aggressioni esterne. Per ovviare a questo, imitarono i movimenti degli animali e le attività della gente creando così un’arte marziale per muovere ossa e muscoli e rafforzare la salute.
I racconti dell’epoca dicono che fosse tutt’altro che facile essere ammessi a studiare a Shaolin Szu e che, una volta ammesso, il novizio veniva sottoposto a prove massacranti che avrebbero scoraggiato chiunque, allo scopo di constatare se la sua personalità fosse idonea. In seguito a ciò gli veniva rasata la testa sulla quale un monaco anziano, con un’apposita cerimonia, applicava delle bruciature che avrebbero suggellato la scelta del monaco. A quei tempi era pressoché impossibile entrare o uscire dal monastero senza l’approvazione dei superiori, perché le vie d’accesso erano zeppe di trappole mortali; il monaco Shaolin poteva dunque lasciare il monastero solo quando i maestri l’avessero giudicato pronto. A questo punto, sempre secondo le fonti dell’epoca, egli doveva superare un’ultima prova, la più terribile: le 36 camere. Il monaco doveva affrontare 36 confratelli che avrebbero combattuto senza esclusione di colpi, dimostrando la propria abilità e preparazione.
Gli stili di imitazione degli animali sono l’originale fonte di ispirazione dello Shaolin wushu ed ancora al giorno d’oggi giocano un ruolo molto importante. Come dice il nome stesso, gli stili di imitazione sono delle tecniche di combattimento create imitando gli animali o gli insetti. Dai possenti leopardi o tigri ai piccolissimi grilli, formiche o mantidi, tutte le creature viventi sono equipaggiate con abilità speciali e uniche per la loro sopravvivenza. Senza dubbio l’essere umano è la specie più intelligente, tuttavia gli animali possiedono punti di forza che mancano agli uomini.
Per i monaci shaoli esistono due tipi di forze: la forza esteriore che è visibile ma svanisce con l’età e soccombe alle malattie; l’altro genere è il QI (chi), la forza interiore, tutti gli uomini la possiedono, ma è infinitamente più difficile da sviluppare”.

TU LO SAI CHE… IL BUDDHA DI LESHAN

Il Budda Gigante di Leshan è una statua di Maitreya (un Bodhisattva solitamente rappresentato come un monaco piuttosto tozzo, con un ampio sorriso e con il petto nudo) in posizione seduta. Il Buddha è situato ad est della città di Leshan, nella provincia di Sichuan, dove confluiscono tre fiumi: il fiume Min, l fiume Qingi e il fiume Dadu
Nel dicembre 1996 il sito del Buddha è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dall’UNESCO.
Iniziato nell’anno 713 durante la dinastia Tang e finito nel 803, sono stati necessari più di novant’anni per scolpire questa statua. Durante questi anni, migliaia di lavoratori hanno investito i loro sforzi e la loro saggezza nel progetto. Il Buddha gigante, considerato il più grande Buddha di pietra incisa del mondo, è citato nelle poesie, nelle canzoni e nei racconti.
Posto di fronte al fiume, il Buddha ha postura e aspetto simmetrici che sono stati meravigliosamente catturati nella loro solenne immobilità. E’ alto 71 metri e ha dita lunghe 8,3 metri. Il suo collo del piede largo 9 metri è abbastanza grande per far sedere 100 persone e le spalle larghe 24 metri sono larghe abbastanza per ospitare un campo da basket.
Fu un monaco di nome Hai Tong ad iniziare il progetto. Si affliggeva per la sicurezza dei popoli che vivevano faticosamente dove confluivano i tre fiumi. Le acque tempestose causavano numerosi incidenti tra le barche e la gente semplice attribuiva questi disastri alla presenza di uno spirito. Quindi Hai Tong decise di scolpire una statua nei pressi del fiume, pensando che il Buddha potesse controllarlo. Inoltre, le pietre che sarebbero cadute durante le incisioni avrebbero diminuito la forza dell’acqua. Dopo 20 anni di elemosina, finalmente riuscì ad accumulare fondi sufficienti per la costruzione. Quando alcuni funzionari locali tentarono di estorcergli la somma accumulata, Hai Tong disse che avrebbero potuto avere i suoi bulbi oculari ma non i soldi raccolti per il Buddha. Quindi Hai Tong si estrasse i bulbi oculari e i funzionari fuggirono terrorizzati. Il progetto era a metà quando Hai Tong morì; due dei suoi discepoli continuarono l’opera. Dopo 90 anni di duro lavoro, il progetto fu finalmente completato.
Il fascino del Buddha risiede non solo nella sua enorme dimensione, ma anche nella maestria architettonica con cui è stato scolpito. Ci sono 1021 ciuffi nell’acconciatura del Buddha, che sono stati abilmente incorporati alla sua testa, tanto da sembrare parte integrante dell’insieme. Un altro culmine del lavoro architettonico è il sistema di drenaggio. Il sistema è composto da alcuni canali di drenaggio nascosti, distribuiti sulla testa e sulle braccia, dietro le orecchie e nei vestiti. Il sistema , che aiuta a far fuoriuscire l’acqua piovana e a mantenere la parte interna della statua asciutta, gioca un ruolo molto importante nella conservazione del Buddha. Il grosso paio di orecchie, lunghe sette metri l’una (circa 23 piedi) è fatto di legno e decorato sulla superficie con l’argilla. Per gli artigiani dell’epoca non fu facile fissarle alla testa di pietra.

TU LO SAI CHE… IL TEATRO DELLE OMBRE

L’origine di questa forma di arte è molto incerta ma molto antica. Una leggenda vuole che durante il regno dell’imperatore Wu di Han, una delle sue concubine morì.
Il dolore dell’imperatore fu tale che un mago gli promise che avrebbe innalzato verso il cielo lo spirito della defunta.
L’imperatore scorse tra i drappeggi delle tende della sua dimora, illuminate da una torcia, un’ombra che assomigliava alla sua amata, da allora il mago continuò ad utilizzare le ombre per gratificare, consolare, supportare e divertire le persone.
Oltre la leggenda, ritroviamo le prime vere testimonianze del teatro delle ombre cinesi si hanno durante la dinastia dei Song, che regnò fino al 1127.
Il funzionamento di questa forma teatrale è molto semplice: vengono mosse figurine rappresentati oggetti o persone tra uno schermo semitrasparente (come la carta di riso) e una potente fonte di luce, che proietta le ombre, ingrandendole sullo schermo.
Inizialmente le forme utilizzate per creare le ombre erano intagliate nella carta, solo in seguito furono sostituite con sagome di cuoio, più resistenti.
Il teatro delle ombre prese presto piede in tutto il Paese, e durante la dinastia Ming a Pechino c’erano più di 50 compagnie teatrali che proponevano spettacoli in tutta la Cina specialmente durante le festività religiose e durante il periodo dei festeggiamenti del capodanno.
Anche il teatro delle marionette aveva, ed ha tutt’ora, una grande importanza in Cina. Questa forma di arte ha avuto origine in India, per poi diffondersi in tutto l’oriente dapprima e poi anche in occidente.
In oriente, e soprattutto in Cina, le marionette erano dei veri e propri oggetti d’arte, decorati da dei veri e propri artisti e prodotte con materiali molto pregiati, come l’avorio o la porcellana. Anche i costumi delle marionette erano finemente decorati e cuciti su stoffe preziose come la seta; nessun dettaglio veniva lasciato al caso, spesso infatti le marionette possedevano anche gioielli realizzati con materiali e pietre preziose.
Lo spettacolo delle marionette infatti era riservato ad un pubblico proveniente da un ceto sociale più alto, ed anche i biglietti erano più costosi rispetto alle altre forme di intrattenimento.
La versione più economica di questo spettacolo si può ritrovare nel teatro dei burattini, che generalmente veniva rappresentato per strada per un pubblico più popolare.

TU LO SAI CHE… IL CAPODANNO

Il Capodanno Cinese, conosciuto anche come Capodanno Lunare o Festa della Primavera, è la festività più importante del calendario cinese. Le origini di questa festa risalgono a 3500 anni fa e nel corso dei secoli il modo di festeggiare e di celebrare il nuovo anno lunare si è evoluto di pari passo con la storia del popolo cinese.
La data del Capodanno Cinese non è fissa, ma varia ogni anno in base alla luna, secondo il calendario lunare, il Capodanno Cinese corrisponde con il primo giorno del primo mese lunare e questa consuetudine venne stabilita con la dinastia Han (202 a.C. – 220 d.C.). In questo periodo diventarono popolari alcune attività per la celebrazione come bruciare il bamboo per fare dei suoni scoppiettanti.
Come ogni festa tradizionale, anche la storia del Capodanno Cinese è condita da numerose leggende e miti. La più conosciuta è sicuramente quella del mostro di nome Nian, che alla vigilia del nuovo anno lunare usciva dalla sua tana per mangiare raccolto, bestiame e talvolta anche umani. La cosa interessante è che il nome “Nian” si pronuncia esattamente come la parola “anno” in cinese…
Durante il periodo di Capodanno Cinese, gli adulti donano ai più giovani della famiglia e agli anziani delle buste rosse che contengono denaro, chiamate yasuiqian (denaro per sopprimere Sui).
Secondo la leggenda, la vigilia del Nuovo Anno c’era un demone di nome Sui che spaventava i bambini mentre dormivano. Si diceva che i bambini toccati dal demone non riuscivano più a piangere ed erano colti da una febbre altissima che li faceva impazzire. Per proteggere i bambini da Sui, i genitori accendevano candele e stavano svegli tutta la notte.
La notte della vigilia di un Capodanno Cinese di tanto tempo fa, dei genitori decisero di dare al proprio bambino otto monete con cui giocare per restare sveglio ed evitare che il demone lo spaventasse. Il bambino si divertì ad avvolgere le monete in una carta rossa, scartandole e incartandole, finché si addormentò; i genitori allora misero il pacchetto con le monete sotto al suo cuscino.
Quando Sui cercò di toccare la testa del bambino, le monete sotto al cuscino tintinnarono e spaventarono il demone. Da quel giorno in poi, dare buste rosse diventò un modo per proteggere i bambini e portar loro fortuna.
Durante il Capodanno Cinese, è tradizione appendere delle strisce di carta rossa agli stipiti delle porte delle case. Sulla carta si dipingono in inchiostro nero o oro due versi benaugurali (uno per lato, di solito in rima).
Si racconta che l’origine di queste decorazioni risalga a 1000 anni fa, quando la gente appendeva taofu (桃符, scritte su tavolette di legno di pesco) sulle porte. La leggenda dice che ci fosse un gigantesco albero di pesco alto oltre un kilometro su una montagna nel mondo dei fantasmi. A nord-est dell’albero vi erano due guardiani chiamati Shentu e Yulei che controllavano l’ingresso al mondo dei fantasmi.
I due guardiani erano buoni, cacciavano gli spiriti che facevano del male alle persone e li davano in pasto alle tigri, quindi tutti gli spiriti maligni avevano paura dei due guardiani. In antichità si credeva che appendere alla porta due pezzi di legno con scritti i nomi dei guardiani potesse proteggere la casa e allontanare gli spiriti.
Dalla dinastia Song (960 – 1276 d.C.) la gente iniziò a scrivere caratteri fortunati sui pezzi di legno al posto dei nomi dei guardiani. Successivamente, il legno di pesco venne rimpiazzato dalla carta rossa che simboleggia buona fortuna e felicità. Da allora, appendere coppie di versi fortunati è diventata una tradizione per celebrare il Capodanno Cinese.

TU LO SAI CHE… L’OPERA DI PECHINO

L’opera di Pechino è la più grande forma d’opera della Cina: è un insieme di musica, arte, letteratura, performance e trucco. Ecco perché è così sorprendente.
Questa forma d’arte ha un’origine molto antica e racconta storie attraverso dei testi che sono per lo più cantati da personaggi fissi, codificati, che hanno nomi, storie e vite precise e svolgono movimenti definiti.
L’Opera di Pechino ha avuto un successo tale da diffondersi oltre i confini nazionali raggiungendo i teatri di tutto il mondo ed in particolare quelli di Taiwan e del Giappone
Le prime tracce dell’Opera di Pechino si trovano all’inizio dell’epoca Qing (1636 – 1912) mentre regnava l’imperatore Quinlong.
Questa forma di rappresentazione nasce dall’unione di quattro diversi stili di messa in scena teatrale in voga nella Cina di quegli anni, in particolare quelli provenienti dalle compagnie teatrali della provincia dello Anhui.
Il successo dell’opera di Pechino è dovuto al sostegno che l’imperatrice vedova Cixi diede a questa forma di teatro nel 1870, del quale era una grande amante, e al fatto che i testi che venivano messi in scena erano molto semplici e potevano dunque essere compresi da tutti e memorizzati: gli spettatori potevano cantare durante la messa in scena e venivano coinvolti emotivamente nella rappresentazione.
Nella prima fase di questa corrente artistica gli attori erano esclusivamente di sesso maschile, in quanto l’imperatore Quinlong aveva proibito alle donne di potersi esibire in teatro, i ruoli femminili venivano rappresentati dagli uomini che si vestivano e truccavano da donna.
Solo nel 1870 si incominciarono a vedere anche attrici donne, che come i colleghi maschi, interpretavano ruoli anche del sesso opposto, ufficialmente il divieto alle donne di esibirsi fu abolito solamente nel 1911 con la fondazione della Repubblica cinese.
Tutti i personaggi dell’Opera di Pechino hanno specifici costumi, gesti codificati, e un modo di cantare e recitare definito. Ad esempio i personaggi giovani cantano in falsetto, mentre quelli anziani con un tono di voce più cupo e profondo.
Per rendere riconoscibile i personaggi, il trucco sul viso, come una maschera, gioca un ruolo fondamentale: sul volto degli attori venivano rappresentati alcuni elementi che rendevano evidenti alcune caratteristiche della personalità, del ruolo o del destino che lo attendeva.

GIAPPONE

TU LO SAI CHE… IL MONTE FUJI

Con i suoi 3776 metri di altezza, il monte Fuji è il monte più alto del Giappone, nonché simbolo e icona del Paese. La sua maestosità e la perfetta forma del cono hanno sempre suscitato una grande ammirazione nei giapponesi, che hanno un vero e proprio culto verso la montagna e la considerano una destinazione sacra.
Non si conoscono le ragioni dietro la sua denominazione: secondo alcune teorie deriva dai caratteri di “immortale” o “senza eguali”, altre sostengono che provenga da Kamui Fuchi, divinità della popolazione indigena Ainu.
In quanto vulcano, il monte Fuji era temuto e rispettato come una divinità, tanto da spingere i giapponesi a dedicargli più di mille santuari chiamati “santuari di Asama” (o “santuari di Sengen”, a seconda della lettura dei kanji) e a sceglierlo come luogo di allenamento per samurai e monaci; il primo uomo a scalarne la cima fu proprio un monaco, nel 663, aprendo la strada dei pellegrinaggi ai fedeli.
Considerato suolo sacro, l’accesso alla montagna fu vietato alle donne fino al 1872, anche se il tabù venne infranto anni prima dalla ventiquattrenne Takayama Tatsu, che partecipò alla scalata vestita da uomo.
Il numero di opere e poesie dedicate al monte Fuji prosperò nel Periodo Edo, nel 1600, grazie ai viaggiatori e agli artisti che potevano ammirare la montagna sulla strada verso l’attuale Tokyo; tra i lavori più famosi di quel periodo spicca Trentasei vedute del Monte Fuji del maestro Hokusai.
L’amore dei giapponesi per il monte Fuji è sempre stato molto forte e si dice che durante la seconda guerra mondiale gli americani avessero pensato di gettare tonnellate di vernice rossa lungo le pendici del vulcano con l’intenzione di ricoprirlo completamente e scoraggiare così le truppe giapponesi. Il piano venne accantonato a causa dell’elevato costo dell’operazione.

TU LO SAI CHE… IL PERIODO EDO

Non è facile definire la storia antica del Giappone, isolato per millenni dal continente, in quanto i primi scritti risalgono solo al 712 d.C.. Tutto ciò che è antecedentemente accaduto viene dedotto in gran parte da reperti archeologici o dalla mitologia.
Il territorio oggi denominato Giappone era inizialmente collegato alla Corea ed alla Siberia da due ponti di terraferma, mentre il Mar Giallo ed il Mar Cinese Orientale erano pressoché in secca Da questa situazione geografica e dai numerosi ritrovamenti archeologici, si evince che le prime popolazioni a stanziarsi sul territorio (circa 500.000 anni fa), prima che i collegamenti con il continente e le zone circostanti venissero sommersi grazie all’innalzamento delle acque oceaniche alla fine dell’ultima era glaciale (avvenuto circa 13.000 anni fa), furono sia di origine siberiana/manciuriana che di origine coreana/cinese meridionale.
Queste popolazioni, trovando un territorio freddo ma ricco di boschi, svilupparono attitudini per la caccia, arrivando a realizzare le prime attrezzature con pietre affilate già 30.000 anni fa.
Il periodo Edo (1600-1867) iniziò con il governo Tokugawa, che divenne governatore assoluto del Giappone e si trasferì ad Edo, oggi chiamata Tokyo.
Fu questa l’epoca in cui gli occidentali ricominciarono a fare pressioni sul Giappone, sia sul lato commerciale che su quello religioso, creando non poche minacce al paese.
Per questo motivo la religione cristiana fu bandita definitivamente ed i rapporti commerciali tornarono ad essere limitati agli olandesi.
In seguito, sotto il governo di Iemitsu, venne costruito a Nikko il più grande santuario del Giappone e l’esercito Giapponese si rafforzò a tal punto da diventare uno dei più potenti e disciplinati eserciti, scoraggiando così potenziali invasioni dall’occidente.
Per il Giappone questo fu un periodo di grande rigore e disciplina, in cui fiorirono le arti. Non a caso numerose odierne usanze e regole giapponesi derivano proprio dal periodo Edo.
La struttura sociale vedeva a capo di tutto la casa imperiale, poi gli Shogun, i Daimyo, i samurai, i mercanti ed i contadini, che erano quelli che più subivano soprusi e pressioni fiscali.
A lungo andare, questa situazione sociale, nonché la sua staticità, finì per indebolire il paese: i samurai perdevano la loro importanza, spesso riducendosi in miseria, ed i contadini si impoverivano sempre più mentre i mercanti acquisivano potere.
Per gli occidentali era il momento di tornare all’attacco e l’ammiraglio americano Perry fu il primo a costringere i giapponesi ad aprirsi al commercio estero, stipulando con loro un trattato.
Agli americani, seguirono poi le flotte europee.

TU LO SAI CHE… GLI SHINOBI

I Ninja, o anticamente Shinobi, erano guerrieri misteriosi o mercenari molto diffusi nel periodo del Giappone feudale. Il ninja era una figura conosciuta per azioni di spionaggio, sabotaggio, infiltrazioni segrete o addirittura assassini a seconda della situazione in cui si trovavano.
Nonostante anche loro possano definirsi guerrieri per il loro, ad ogni modo, combattivo addestramento, si differenziavano di gran lunga dai samurai, principalmente per il loro furtivo e nascosto quasi invisibile modo di operare. I samurai, al contrario dei ninja inoltre, osservavano ferree e dure regole di combattimento e onore, cosa invece non contemplata dai ninja.
Gli shinobi (o ninja) erano in realtà un gruppo specializzato e addestrato appositamente per essere delle spie e mercenari, molto famosi nell’era Sengoku, periodo storico conosciuto per le sanguinose “guerre tra gli stati”. Nel periodo di caos che infatti fu il periodo Sengoku, mercenari e spie erano molto attivi tra le province, molti ninja venivano addirittura ingaggiati dai clan. Dopo l’unificazione del Giappone nell’era Tokugawa, la figura del ninja scomparve insieme ai clan e il loro gruppo venne sostituito da un corpo di agenti segreti chiamato Oniwabanshu.
Con l’arrivo della Restaurazione Meiji (1868), gli shinobi erano diventati parte della tradizione popolare, un puro argomento di fantasia che riempiva di mistero storie e folklore. Il ninja appariva infatti in leggende e miti addirittura con qualità o abilità inventate dal popolo che conferiva a queste figure doti quasi sovrumane: alcuni infatti si racconta fossero in grado di correre o camminare sull’acqua, altri riuscivano a controllare i quattro elementi o altri ancora volare; ciò portò come, ovvia conseguenza, a dare, in Occidente, una visione del ninja come di un coraggioso, abile e misterioso guerriero.
Anche se rimangono comunque differenti rispetto alla figura del samurai, anche i ninja conservavano un loro particolare codice traducibile in un concentrato di saggezza, filosofia e frammenti di vita militare scritti e poi raccolti nel Bansenshukai.
I ninja però, come molti film e racconti ci hanno insegnato, non sempre erano solo uomini. A volte, dietro la loro nera maschera e il loro scuro travestimento si nascondevano anche delle abili donne, finemente addestrate. Le donne ninja venivano chiamate Kunoichi

TU LO SAI CHE… I SAMURAI

I Samurai sono i guerrieri dell’antico Giappone, abilissimi nel maneggiare la Katana, la spada ricurva. La loro casta sociale nacque verso la fine del XII secolo ed era paragonabile a quella dei cavalieri medievali Europei, giuravano infatti fedeltà al loro signore che gli offriva guida e protezione in cambio dei loro servigi.
Il significato della parola Samurai significa infatti colui che serve.
I Samurai basavano tutta la loro vita su di un codice d’onore: il Bushido. Il bushido composto dalle parole bushi=guerriero e do=Via, rappresentava proprio la via del guerriero.
Questo codice regolamentava tutta la loro vita, dalla fedeltà verso il proprio padrone e la famiglia, al coraggio, la lealtà e l’onore.
I samurai osservavano scrupolosamente le regole del Bushido e se infrangevano una sola delle regole del codice perdevano il ragno di Samurai.
Una volta perso il proprio rango, un samurai si sottoponeva spontaneamente al sepukku, il suicidio rituale conosciuto in occidente come Harakiri.
Questo suicidio rappresentava l’unica possibilità per un samurai di recuperare l’onore perduto.
L’harakiri veniva praticato con un particolare tipo di pugnale chiamato tanto che i samurai portavano sempre insieme alla katana e la wakizashi, le due spade tipiche.
I samurai passavano il loro tempo praticando due principali attività, l’allenamento con la spada e la meditaizone Zen.
Tramite la meditazione Zen il guerriero si avvicinava al Nirvana ed ne otteneva concentrazione, serenità e coraggio.
Un samurai meditava sempre sulla possibilità di morire in battaglia perchè non affrontare queste paure e cercare di salvarsi a tutti i costi non lo avrebbero fatto combattere al meglio.
Il samurai ripeteva sempre queste parole:
“Eterna è la mia vita come lo è la mia morte. Non temo la morte ne la vita”.
Spesso i samurai non restavano tutta la vita al servizio di un solo signore. Quando un samurai falliva una missione o veniva cacciato dal proprio per qualche altro motivo, finiva per vagare tra le campagne ed appoggiare le rivolte contadine o trovava un nuovo signore a cui concedere i propri servigi.
Questi guerrieri samurai senza padrone, abbandonati dal Bushido venivano chiamati Ronin

TU LO SAI CHE… GLI YOKAI

Vengono generalmente considerati come mostri, esseri dotati di poteri soprannaturali dall’aspetto animalesco e terrificante che vivono in parallelo agli uomini, principali oggetti dei loro inganni e malefici, sebbene non tutti gli yōkai siano necessariamente portatori di sventure; infatti in alcuni casi si tratta di entità benevolenti, che portano fortuna in chi si imbatte in loro. Molti yōkai sono dei mutaforma, hanno quindi la capacità di trasformarsi assumendo l’aspetto di animali, o anche di bellissime donne (bakemono).
Gli yōkai presenti nel folklore giapponese sono tantissimi e profondamente diversi tra loro, alcuni possono avere sembianze umane, altri sembianze animali o anche di oggetti di uso comune, oppure possono apparire come fenomeni naturali o fenomeni spettrale; gli yōkaipossono inoltre essere catalogati anche in base al luogo in cui generalmente appaiono, quindi possiamo avere yōkai di montagna, degli alberi, dell’acqua, della neve o del mare.
Queste credenze così ancora profondamente sentite nella cultura giapponese, sono strettamente legate all’antica idea di animismo che permea la religione autoctona giapponese (lo Shinto), per cui si riteneva che gli spiriti, chiamati mononoke, risiedevano in tutte le cose della natura: alcuni di essi avevano un temperamento pacifico, e potevano portare buona fortuna e un buon raccolto, altri invece erano violenti e malvagi, portando sfortuna e provocando disastri naturali e malattie. Ciò rendeva necessario la pratica di rituali per calmare gli spiriti, e trasformarli in essere benevolenti.
Una curiosità riguardo Kyoto: forse non tutti lo sanno, ma nella città esiste una famosa yōkai street 妖怪ストリット, cioè la”strada dei mostri”: si tratta di una parte della Ichijō-dōri la cui fama risale a un episodio leggendario del periodo Heian (794-1185). All’epoca, infatti, la Ichijō-dōri era il confine più settentrionale di Heian-kyō, ed era considerato ill limite tra il mondo umano e quello sovrannaturale. Secondo un’antica leggenda, una notte d’estate i vecchi oggetti gettati via dagli uomini abbiano preso vita sotto forma di yōkai, penetrando nella Capitale proprio attraverso Ichijō-dōri e spaventando a morte gli abitanti della città. Per ricordare questa leggenda, ogni anno si svolge la Parata Notturna dei Cento Demoni(Hyakki Yagyō), quando una notte decine di persone in abiti mostruosi e coloratissimi sfilano per Ichijō-dōri, spaventando i piccini e divertendo i grandi.

TU LO SAI CHE… I FIORI DI CILIEGIO

In Giappone, il fiore di ciliegio (sakura) è il fiore nazionale non ufficiale(1).
A partire dal periodo Heian (794-1185), ogni anno in primavera, nella ricorrenza chiamata hanami(letteralmente significa “guardare i fiori” ma il termine viene utilizzato escusivamente in riferimento al fiore di ciliegio), i giapponesi festeggiano la bellezza effimera del sakura, uno dei simboli del Giappone, così fortemente presente nella cultura del Paese del Sol Levante.
Il richiamo del fiore di ciliegio va oltre la sua evidente bellezza, a colpire è la sua caducità, il suo essere in piena fioritura solo per pochi giorni.
Il vero senso della tradizione hanami non consiste nel guardare lo spettacolo offerto dalla bellezza dei fiori sull’albero ma nell’osservare con una punta di tristezza e commozione come cadono dall’albero, trasportati dalla brezza primaverile nel breve viaggio che li separa dalla terra ancora fredda. Un modo dolce e allo stesso tempo malinconico per ricordare che ogni vita è destinata a finire.
Nonostante questo non si tratta di una ricorrenza triste, anzi! Sotto ogni albero fiorito viene steso un telo di plastica azzurro e al piacere estetico di restare sotto una delicata pioggia di petali, si aggiunge la gioia del cibo e della compagnia.
La maggior parte dei ciliegi in Giappone appartengono alle varietà Somei Yoshino e Yamazakura ma in tutto il Paese se ne contano oltre cento varietà diverse.
Tra le caratteristiche distintive la principale è rappresentata dal numero di petali dei fiori di ciliegio. La maggior parte dei ciliegi selvatici ma anche di quelli coltivati hanno fiori con cinque petali, alcune specie hanno fiori con dieci, venti o più petali.
Nel simbolismo ritroviamo con maggior frequenza il sakura a cinque petali con evidenti richiami ai cinque orienti del Buddhismo esoterico giapponese (i quattro punti cardinali e il centro), ai cinque elementi sacri giapponesi (terra, acqua, fuoco, aria e vuoto) cui il celebre samurai Miyamoto Musashi intitolò i cinque “libri” che formano la sua opera, il Gorin No Sho (libro dei cinque anelli). Ancora in cinque parti, secondo la cosmogonia giapponese, venne tagliato il dio del fuoco da Izanagi, dopo la morte di Izanami e dalle cinque parti venne creato Oyamatsumi, una delle montagne più antiche e venerate…
Ma il fiore di ciliegio è anche strettamente legato al Bushidō, l’ideale cavalleresco del guerriero (Bushi) giapponese. Il sakura incarna e simboleggia le qualità del samurai: la purezza, la lealtà, l’onestà, il coraggio.
Come il fiore di ciliegio, effimero e fragile, nel pieno del suo splendore muore lasciando il ramo, così il samurai, nel nome dei principi in cui crede, è pronto a lasciare la propria vita in battaglia.
Ritroviamo il simbolismo del sakura nella seconda guerra mondiale, l’immagine della caduta dei fiori dai ciliegi ricorre spesso nelle ultime lettere scritte dai Kamikaze alle famiglie prima della loro missione suicida.

TU LO SAI CHE… IL TAIKO

Le origini storiche del Taiko sono molto confuse, si pensa che sia d’origine indiana e seguendo le orme del Buddismo, dalla Cina e dalla Corea, giunse fino in Giappone intorno al 600 d.C.
In antichi sutra e murali buddisti troviamo raffigurazioni di tamburi simili al Taiko; alcuni dipinti del medioevo raffigurano tamburi intorni alla testa del Dio del tuono e il ritrovamento, nei pressi di Gunma, di una statuetta d’argilla del sesto – settimo secolo, mostra un suonatore con un tamburo portato appeso ad una spalla, e che lo batte sia con una bacchetta sia col palmo della mano come usavano fare i coreani.
Interessante è la leggenda legata al Taiko che sottolinea come questo abbia radice proprio nel più profondo e antico significato spirituale nipponico:
“La Dea Amaterasu, stanca delle gesta del fratello Susanò, oltrepassò la porta del cielo e richiudendola dietro di sè lascio il mondo nel buio totale.
Una piccola e giovane Dea, Ame No Uzume, incitata anche dagli altri Dei, rovesciò una botte di Sakè, vi salì a piedi scalzi e iniziò una danza sempre più frenetica, vivace, potente. I suoi piedi battevano sempre più forte e la danza diventava sempre più sensuale, sembrava posseduta, tanto che anche gli altri Dei iniziarono a danzare e battere i piedi.
La piccola Dea aveva coinvolto tutti in un festare gioioso ed erotico.
Abbassò la fascia che portava sul petto fino ai genitali (ancora oggi si usa una fascia che cinge la testa nei moderni Taiko Ensemble) e la festa divenne un’esplosione di suoni fino al punto che Amaterasu, incuriosita di tanto frastuono decise di aprire la porta del cielo.
Quando vide tutta quella gioia decise di tornare fra gli Dei e quindi di ridare la luce al mondo”.
Il Taiko ha così, da sempre, accompagnato tutti gli aspetti della vita quotidiana: in battaglia per dare ordini o avvertimenti o spaventare gli avversari e per incitare le truppe (il battitore era ritenuto responsabile dell’esito della battaglia); nelle preghiere Shinto dove il Taiko faceva arrivare la sua voce fino ai Kami, era la voce del Buddha nelle preghiere buddiste, era addirittura lo strumento che permetteva di calcolare le distanze da un villaggio ad un altro con il suo potente rimbombo e spesso con il suo suono primordiale.
Il primo suono che l’essere umano ha udito (il cuore) veniva usato per addormentare i bambini.
Terminato il periodo delle guerre fra Clan, dopo la lunga notte dei Samurai, il Taiko fu compagno inseparabile delle feste di corte definendo così un particolare stile di esecuzione Gagaku che ritroviamo nel moderno Taiko Ensemble.

TU LO SAI CHE… LA KATANA

Si narra che il Kojiki, libro fondamentale dello Shintoismo, che il dio Haja Susanoo – figlio del dio Izanagi, creatore, insieme alla dea Izanami, delle isole nipponiche – venne esiliato nella regione di Izumo dalle otto centinaia di decine di migliaia di Dei. Qui egli uccise un drago con otto teste per salvare una vergine offerta in sacrificio al mostro. Ucciso il drago, si affrettò a tagliarlo a pezzi con la propria spada, tuttavia, giunto alla coda, non riuscì a troncarla, e il filo della spada si intacccò. Aperta la coda per tutta la sua lunghezza, Susanoo vi trovò all’interno una grande spada, che si chiamava Tsumugari (la Ben Affilata). Consegnò la spada alla dea solare Ameterasu, che la diede poi al nipote Ninigi allorché questi discese dal cielo per governare il Giappone. La spada fu infine ereditata dagli imperatori, il decimo dei quali Suigin, la fece porre nel tempio di Ise.
La lavorazione del ferro, sia per fusione che per forgiatura, era conosciuta in Cina settentrionale fin da VI sec. A.C. I giapponesi, nel 362 d.C., invasero la Corea del Sud, restandovi poi per 300 anni. Fu dalla vicina Cina dunque che conobbero l’uso delle armi in ferro, ed in particolare della spada diritta ed ad un solo taglio, mentre fino a quel momento essi avevano usato unicamente la pietra ed il bronzo. Sul finire del IV sec., dopo un periodo di massiccia importazione delle spade dalla Cina, – oggi reperibili nelle sepolture preistoriche e protostoriche – che il Giappone diete avvio alla produzione in patria di spade in ferro, mettendo a punto proprie tecniche di fabbricazione,  ma soprattutto sviluppando forme e tipologie assolutamente originali.
La spada giapponese non era solamente un’arma, ma anche un oggetto d’arte, tanto che oggi in Giappone la si definisce Bijitsu token (spada d’arte). Solo nei periodi di guerre frequenti la token ebbe una produzione di massa, che nocque certamente alla sua qualità artistica, ferma restando la sua straordinaria efficacia come arma di offesa.
Numerose in Giappone furono la superstizioni concernenti la lama delle spade. Alcune si riferivano a particolari eventi che potevano accadere al manufatto, altre ai segni presenti sulla lama, altre ancora alla lunghezza di quest’ultima, le cui variazioni potevano avere significato fausto oppure infausto. I segni lasciati dal processo di forgiatura sulla superficie della lama venivano interpretati secondo le leggi della divinazione: difetti o gruppi di particelle che si potevano formare tra le linee di separazione della superficie della lama divenivano agli occhi dell’aruspice animali, costellazioni, corpi celesti, ecc. dai quali venivano ricavati i più diversi presagi: slealtà da parte dei servi, rischio di cecità per il padrone della spada o per i suoi congiunti, morte, tragedie domestiche, cattiva salute, incendi, morte per assassinio, perdita di cause giudiziali, suicidio, eccetera; ma anche buona salute, fortuna, lunga vita, successo sociale.

TU LO SAI CHE… LA NASCITA DEL KARATE

La diffusione del combattimento a mano libera avvenne a Okinawa dal XV secolo con l’invasione cinese durante la quale vennero vietate tutte le armi per prevenire le rivolte e continuò anche nel XVII quando l’isola venne conquistata da Shimazu, signore feudale giapponese, che mantenne il divieto. Per difendersi dal conquistatore in piccoli gruppi si allenavano clandestinamente per perfezionare le tecniche di combattimento.
Da questi gruppi, non potendo comunicare, si distinguono diversi stili (tra i quali lo shuri-te, naha-te, tamorino-te): l’insieme di questi stili si chiamava Okinawa-te o to-de.
La storia documentata del Karate si divide in tre periodi principali: il primo si sviluppa tra il XVIII e il XIX secolo, il secondo durante tutto il XIX secolo e l’ultimo arriva sino ai giorni nostri.
Nel primo periodo spicca l’opera del maestro Sakugawa (1733-1815). Il suo nome significa “mano cinese” e indica  la stretta unione che questo maestro creò tra il Kempo e il Karate: grazie a lui ed a altri maestri si riesce a organizzare questa disciplina in un corpo unico passando dal “te” al “okinawate”.
Il secondo periodo vede il nome di molti maestri concentrati come zone soprattutto intorno al castello di Shuri e il porto di Tomari: da qui da un ceppo unico nacquero due stili a seconda del luogo di origine (tomarite e shurite).
L’ultimo periodo vede il passaggio di molti maestri fondamentali per la caratterizzazione nel karate moderno. Nel 1900 il valore educativo dell’Okinawa-te fu riconosciuto e si prese la decisione di insegnarlo nelle scuole.

TU LO SAI CHE… I TORII

I torii sono porte sacre che separano la zona profana dalla zona sacra del tempio. Segnano l’ingresso nell’area del santuario e il passarci sotto è un modo per purificare l’anima, passo necessario per poter pregare i kami (gli spiriti) ospitati nel tempio.
Sulla loro provenienza esistono varie ipotesi: quella principale li fa risalire alle porte, chiamate torana, esistenti in India e usati nei templi induisti. I torana sarebbero stati poi adottati dal buddismo che l’avrebbe portato quindi in Giappone. Altri studiosi, invece, propendono per una origine coreana o cinese. Comunque, in ogni caso, sembra che i torii non siano un elemento autoctono, ma il loro utilizzo sarebbe stato portato nel paese dall’esterno, in un periodo molto antico.
La mitologia giapponese collega i torii al mito di Amaterasu, ma questa associazione, che intenderebbe dare un’origine indigena dei torii, è ritenuta poco credibile. Anche sull’origine del nome, non c’è chiarezza: molti collegano il nome torii al vocabolo giapponese “Tori” (uccello) e quindi, in origine, il torii sarebbe stato un enorme trespolo per gli uccelli che, secondo lo scintoismo, sono messaggeri degli dei. Altra ipotesi lo fa derivare dal termine nipponico “tori-iru” (entrare).
Come abbiamo detto i torii si trovano all’entrata dei luoghi sacri (templi, tombe) e non sempre da soli, ma in gruppi di tre o anche più. Nel grande tempio dedicato al dio della fertilità, o del riso, Inari, a Fushimi, ci sono, addirittura migliaia di torii che, messi uno dietro l’altro, formano un tunnel che il pellegrino deve attraversare, purificandosi, per raggiungere la parte più sacra del tempio.
Altro torii famoso, e usato spesso per attirare turisti in Giappone, è la porta che è posta davanti al tempio scintoista di Itsukushima posto sull’isola di Miyajima. La porta sacra, notevole anche dal punto di vista visivo, è posto in modo tale da essere circondato dal mare in occasione dell’alta marea facendolo sembrare sospeso sull’acqua.
Queste particolari strutture, non si trovano solo davanti a templi, ma indicano anche l’accesso alle tombe imperiali come quella davanti alla tomba dell’Imperatore Showa (Hirohito). Non possiamo poi non citare il grande torii presente sulla strada che porta al santuario dedicato all’Imperatore Meiji a Tokyo.

TU LO SAI CHE… I BONSAI

I primi bonsai furono coltivati nel VI secolo dopo Cristo dai popoli nomadi di origine mongola che dominavano la Cina: facevano crescere piante medicinali nei vasi per poterli trasportare nelle migrazioni.
La pratica di miniaturizzare gli alberi però è probabilmente più antica e risale a una pratica di oltre 2.000 anni fa, chiamata Penjing, che consisteva nel comporre paesaggi con miniature di monti, fiumi e alberi.  Il bonsai più antico mai ritrovato, infatti è stato rinvenuto in una tomba risalente a tremila anni fa.
La coltivazione dei bonsai come vera e propria arte fu sviluppata, attorno al 700, dai monaci buddisti cinesi, che applicavano ai mini- alberi i principi della loro filosofia: l’uomo doveva ridurre alla sua capacità di visione ciò che lo circonda, miniaturizzando non solo l’albero, ma anche il paesaggio su cui cresce. Altre scuole invece vedevano nei tronchi contorti e nati su una pietra la nascita della vita nonostante le avversità. Tronchi e rami potevano anche essere piegati per creare ideogrammi o numeri magici.
Secondo una leggenda, la nascita dell’arte del bonsai risale al periodo Han (206 a. C.- 220 d. C.), e a iniziarla sarebbe stato un uomo dotato del potere di miniaturizzare i paesaggi. Ma la prima testimonianza certa si trova in un dipinto rinvenuto nella tomba di un nobile della dinastia Tang, morto nel 705 d. C., dove sono raffigurati due uomini che portano un contenitore con un piccolo albero. Nel periodo successivo, intorno al 1000, si diffusero composizioni di paesaggi, con pietre e figure, chiamate pun-wan o bonkei. Il modo di coltivare gli alberi si differenziò in varie scuole, a seconda delle dimensioni, delle varietà utilizzate e delle forme in cui gli alberi venivano piegati. I bonsai arrivarono in Giappone, probabilmente con i monaci buddisti, nel periodo Heian (794-1185 d. C.).
Qui gli alberi in miniatura presero il nome di bonsai. All’inizio del 1800 sorsero le prime scuole di “arte bonsai” che codificarono stili, regole e misure. I grandi maestri provenivano da famiglie come i Kato, i Murata, i Nakamura. I primi esemplari di bonsai arrivarono in Europa alla fine del secolo scorso come curiosità esotiche, presentate alle esposizioni universali

TU LO SAI CHE… IL SUSHI

Un’antica leggenda giapponese fa risalire la nascita del sushi all’ottavo secolo d.C: un’anziana signora, terrorizzata dai recenti furti di cibo che stavano colpendo il suo paese, decise di nascondere una grande quantità di riso già cotto all’interno di una botte, in cui il marito aveva precedentemente messo del pesce.
Sfortuna volle che la signora ebbe un malore che la portò alla morte pochi giorni dopo. A sei mesi dalla morte, il marito si ritrovò ad aprire quella botte e con grande sorpresa scoprì che il riso, fermentando, aveva in qualche modo conservato il pesce.
Il sushi ha origine nel sud est asiatico nel 4° secolo d.C.: è qui che inizia a prendere la sua forma tipica dove era usanza comune conservare il pesce eviscerato, salato e con il riso cotto al suo interno; al momento di consumare il pesce poi (anche un anno dopo!) veniva scartato il riso e mangiato solo il pesce.
Questo antico metodo di conservazione del sushi viene poi esportato nel 9° secolo d.C. dalla Cina e dalla Corea fino in Giappone, dove i buddhisti pensarono che conservare solo il pesce e privarsi del riso fosse uno spreco, così, dopo mesi e mesi di fermentazione del riso e conservazione del pesce venivano consumati insiemi entrambi gli alimenti.
Si continuerà ancora per molto tempo ad attendere la lunga fermentazione del riso per gustare quel prodotto, finché qualcuno a Tokyo, tra il 15° e il 18° secolo d.C. scoprì che bastava aggiungere dell’aceto al riso per dargli quel sapore acidulo che aveva conquistato ormai tutti i cittadini della capitale!
Così il riso bollito mischiato con l’aceto veniva abbinato al pesce e pressato solo qualche giorno, prese infatti il nome di Haya-zushi che significa proprio “sushi veloce”.
La prima svolta importante la segnò Hanaya Yohei nel 19° secolo: è infatti considerato l’inventore del nigiri e padre del sushi! Il pesce non era più pressato ma veniva marinato con salsa di soia e sale per mantenere la freschezza, anche se ciò spesso non era sufficiente: venne così introdotto il wasabi, che al tempo era usato principalmente per coprire gli eventuali sapori derivanti dal pesce non più fresco.
Il sushi divenne un cibo da strada, venduto da banchetti coperti da un telo bianco che veniva usato generalmente per pulirsi le mani dopo aver finito: un telo molto sporco era sinonimo di tanta gente che mangiava lì, quindi un sushi di qualità!

MONGOLIA

TU LO SAI CHE… LA YURTA

La yurta o Ger, la casa tradizionale dei nomadi provenienti dall’Asia. Ci sono due tipi di yurte in base al paese di appartenenza: la yurta mongola e la yurta kirghisa. Esse si differenziano per piccoli particolari di struttura.
La yurta mongola esiste da oltre 2000 anni. Si caratterizza per la sua capacità di essere montata e smontata. I nomadi mongoli cambiano i luoghi di vita ogni stagione per nutrire il loro bestiame. La yurta è quindi spesso smontata e ricostruita in un altro posto.
La yurta è composta da: diversi muri che formano l’arrotondato della struttura, una porta di legno, un gran numero di pali che formano la cornice della casa formando una magnifica decorazione in sole, due pilastri centrali, nel mezzo dei quali è tradizionalmente collocato la stufa a legna, un cerchio sul tetto (toono) che consente lo scarico della stufa e la luce del giorno, un isolante in feltro molto efficace contro il freddo e il calore che avvolge tutta la yurta, un tessuto di cotone posto sotto pennarello.
La yurta è una casa familiare in cui tutte le generazioni coabitano insieme. Essa comprende un locale unico orientato intorno alla stufa centrale, in cui i bambini, i genitori e talvolta i nonni si riuniscono per vivere, mangiare, dormire, pregare … . I letti /panche sono disposte in cerchio contro il muro, un tavolo basso offre spesso la possibilità d’installarsi per mangiare, un altare per la preghiera e la venerazione degli antenati è tradizionalmente situato all’opposto della porta.
Tutti gli oggetti ed i mobili della yurta sono molto decorati. Ogni simbolo, ogni colore rappresenta un aspetto della loro fede.
La yurta è un luogo sacro e rituale che impone una certa regola di condotta per tutti coloro che vi penetrano. Qualche piccolo esempio: Sempre entrare con il piede destro senza posare il piede sulla soglia della porta, non restare in piedi una volta entrati, non passare tra i due pilastri centrali che rappresentano il legame tra il cielo e la terra, non gettare rifiuti nel fuoco simbolo della vita e della purezza, gli uomini non devono mai scoprire il capo, gli ospiti sono posti a destra e gli anziani di fronte, presso l’altare.
La yurta o Ger, la casa tradizionale dei nomadi provenienti dall’Asia. Ci sono due tipi di yurte in base al paese di appartenenza: la yurta mongola e la yurta kirghisa. Esse si differenziano per piccoli particolari di struttura.
La yurta mongola esiste da oltre 2000 anni. Si caratterizza per la sua capacità di essere montata e smontata. I nomadi mongoli cambiano i luoghi di vita ogni stagione per nutrire il loro bestiame. La yurta è quindi spesso smontata e ricostruita in un altro posto.
La yurta è composta da: diversi muri che formano l’arrotondato della struttura, una porta di legno, un gran numero di pali che formano la cornice della casa formando una magnifica decorazione in sole, due pilastri centrali, nel mezzo dei quali è tradizionalmente collocato la stufa a legna, un cerchio sul tetto (toono) che consente lo scarico della stufa e la luce del giorno, un isolante in feltro molto efficace contro il freddo e il calore che avvolge tutta la yurta, un tessuto di cotone posto sotto pennarello.
La yurta è una casa familiare in cui tutte le generazioni coabitano insieme. Essa comprende un locale unico orientato intorno alla stufa centrale, in cui i bambini, i genitori e talvolta i nonni si riuniscono per vivere, mangiare, dormire, pregare … . I letti /panche sono disposte in cerchio contro il muro, un tavolo basso offre spesso la possibilità d’installarsi per mangiare, un altare per la preghiera e la venerazione degli antenati è tradizionalmente situato all’opposto della porta.
Tutti gli oggetti ed i mobili della yurta sono molto decorati. Ogni simbolo, ogni colore rappresenta un aspetto della loro fede.
La yurta è un luogo sacro e rituale che impone una certa regola di condotta per tutti coloro che vi penetrano. Qualche piccolo esempio: Sempre entrare con il piede destro senza posare il piede sulla soglia della porta, non restare in piedi una volta entrati, non passare tra i due pilastri centrali che rappresentano il legame tra il cielo e la terra, non gettare rifiuti nel fuoco simbolo della vita e della purezza, gli uomini non devono mai scoprire il capo, gli ospiti sono posti a destra e gli anziani di fronte, presso l’altAre.
I gesti sono altrettanto importanti: qualsiasi cibo o oggetto proposto deve essere preso con la mano destra o con entrambe le mani, è vietato rifiutare la tazza di Airag (latte di giumenta fermentato) più volte proposto agli ospiti. I Mongoli lo bevono molto spesso. Il gusto è sorprendente per qualcuno che non ne abbia mai bevuto, le donne sono autorizzate a sorseggiarlo solamente, ma gli uomini devono bere le tre tazze che tradizionalmente sono loro offerte

TU LO SAI CHE… GENGIS KHAN E L’IMPERO  MONGOLO

Nel Tredicesimo secolo, mentre in Europa fioriscono i commerci, sono ancora in corso le Crociate, e Papato e Impero sostengono le loro ultime lotte, in Asia sorge una nuova immensa potenza, quella dei Mongoli.
I Mongoli, discendenti degli Unni, conquisteranno l’intera Asia e vi fonderanno un impero di nome e di fatto. A guidarli è Gengis Khan (l’”imperatore [Khan] universale [Gengis]”).
Una leggenda mongola narra che alla sua nascita, nel 1162, il piccolo Temudjin (il vero nome di Gengis Khan) serrasse nei pugni del sangue raggrumato. Il fatto fu interpretato come presagio degli istinti guerrieri del bambino che sarebbe diventato il più grande sovrano della storia asiatica.
L’irresistibile ascesa di Gengis Khan iniziò con il matrimonio con la giovane figlia del capo della tribù Keraita, il quale lo adottò come figlio. Il suocero era vassallo dell’imperatore della dinastia cinese Jin (1115-1234), e guidava una delle tribù più potenti. Con il suo aiuto Gengis Khan iniziò a unificare le tribù mongole, sino ad allora divise dalle rivalità dei clan.
Gengis Khan sapeva bene che non poteva governare sull’odio e sul rancore. Così decise di pacificare i popoli a lui sottomessi, favorendo i matrimoni dei vincitori con le donne dei vinti, comprese che per governare i Mongoli era necessario scrivere un diritto comune, riconosciuto da tutti, poiché, sino a quel momento, le norme si erano tramandate solo oralmente. Nel codice confluirono leggi, sentenze, usanze ma anche leggende e credenze popolari. Fece anche scrivere (lui che non imparò mai a leggere e scrivere) le genealogie dei capi (compresa la sua), perché tutti potessero sapere dove trovare una memoria comune.
Gengis Khan addestrò un esercito invincibile: cavalcare al galoppo contro il nemico, voltarsi in maniera fulminea prima di arrivargli a tiro, facendogli credere di essere in fuga, e girarsi sulla sella scoccando con l’arco corto fecce di micidiale precisione appena questi cominciava a inseguirli.
Oltre a questo addestramento, Gengis Khan impose ai suoi una disciplina durissima, abituandoli a procedere tanto nel caldo quanto nel freddo, a fare a meno dell’acqua per giorni e giorni e a dissetarsi, secondo l’uso mongolo, incidendo la pelle dei cavalli e bevendone piccole quantità di sangue.
Suddivise l’esercito in unità di cento uomini che facevano parte di superunità di mille uomini e non li sottopose ai loro capitribù ma ai guerrieri più valorosi.
In questo esercito, le donne avevano un ruolo fondamentale: seguivano gli uomini in battaglia e avevano il compito di finire i nemici feriti e di estrarre dai loro corpi le punte delle frecce: una pratica allora fondamentale, data la scarsità di ferro.
Gengis Khan promise ai suoi uomini ricchi bottini e mosse contro i grandi imperi. Nel 1215 invase la Cina ed entrò a Pechino; si diresse poi verso l’Asia centrale e occupò le città carovaniere di Samarcanda e Bukhara, nodi importantissimi del traffico asiatico.
Dopo la morte di Gengis Khan, il 18 agosto 1227, l’avanzata proseguì sotto la guida dei suoi figli e nipoti (tra cui Kubilay Khan, presso il quale soggiornò Marco Polo).

TU LO SAI CHE… LA CALLIGRAFIA CLASSICA

E’ arte antica, che risale ai tempi del grande Gengis che ordina, nel 1204, di adottare il sistema di scrittura degli Uiguri (tribù nomade di origine turca) per lasciare memoria scritta della gesta mongole.
L’alfabeto designato per le opere di calligrafia resterà solo e sempre quello uiguro, ricordato anche come Mongolo Classico. Perché si tratta di un alfabeto che si sviluppa in verticale, dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra, caratteristica unica nei sistemi di scrittura verticali.
Dal Cielo alla Terra, da Occidente a Oriente. La penna scorre  continua, senza soluzione di continuità, alternando i due modi di scrittura mongoli, la calligrafia ricca di volute e la più lineare stenografia. La bellezza delle linee verticali ottenute è potenziata da un’altra caratteristica dell’alfabeto, simile in questo al turco vero e proprio: parecchie parole si legano l’una all’altra nella frase, senza spaziature o interpunzioni. La ricchezza calligrafica è accresciuta poi da un’ennesima particolarità dell’alfabeto, in cui i caratteri differiscono secondo che si trovino in posizione iniziale, media o finale di una parola. Da qui la bellezza ritmica della scrittura, fatta da un susseguirsi armonico di forme circolari e linee rette o lievemente arcuate.
C’è abilità e intelligenza, nell’arte calligrafica mongola. Ma c’è anche un legame fortissimo con la natura, il nomadismo che ritorna, l’ispirazione parte dall’ambiente naturale intorno, unire all’inchiostro acqua pura di fiume e dar inizio a un’opera in accordo col sole che sorge, all’alba.
La dominazione russa ha successivamente imposto l’alfabeto cirillico, e rivalutare adesso la scrittura e la calligrafia in Mongolo Classico è una vigorosa affermazione delle proprie nobili radici. «La calligrafia scalda i nostri sentimenti nostalgici» sostiene Ch. Jamyangsuren, esperto di lingua e cultura presso l’Università Nazionale Mongola. «Riafferma la nostra identità tradizionale. Ci riunisce ai nostri valorosi antenati. Non esiste nessun’altra forma d’arte capace di colpire con tanta intensità l’anima.
I grandi maestri definiscono la calligrafia “arte in paradiso”.  È un processo mentale che genera totale felicità e profondità di coscienza. Mentre il corpo è assorbito dal processo creativo, lo spirito si libera e vola in alto. La calligrafia è la libertà definitiva

TU LO SAI CHE… IL CAVALLO MONGOLO

Molto del successo delle armate mongole era strettamente legato alla razza del cavallo che ne costituiva il principale mezzo di locomozione.
Perché di cavallo si tratta e non di pony, come potrebbero far pensare le modeste dimensioni dell’animale: tra i 13 e i 14 palmi mediamente di altezza al garrese, ovvero tra i 122 e i 142 cm. Mentre il peso medio si aggira sui 272 kg.
Un animale estremamente solido, per quanto inelegante, di costituzione massiccia, con zoccoli larghi e robusti che non necessitano la ferratura e un pelo duro e folto capace di far sopportare all’animale gli sbalzi di temperatura della Steppa: da -40 gradi in Inverno a +30 in Estate; una lunga coda e una fluente criniera che nelle giumente era tagliata a scopi utilitaristici e non estetici.
Ed erano soprattutto le giumente (o i puledri) ad essere cavalcate in campagna e in battaglia, vuoi per la loro natura più tranquilla, vuoi perché se erano in periodo di allattamento potevano fornire al guerriero circa 2 litri e mezzo di latte in eccedenza rispetto alle esigenze del puledro, sufficienti per completare la dieta di un uomo o per non farlo morire di fame in caso di emergenza.
Gli stalloni, ai quali al contrario la criniera non veniva mai tagliata, avevano la tendenza ad essere aggressivi tra loro per il dominio sulle femmine e, peggio, tendevano a spingerle via per portarsele appresso, cosa che in battaglia poteva causare immaginabili disastri.
Gli animali, femmine e maschi, adatti alla guerra erano comunque altamente selezionati e preparati: per questo motivo ogni guerriero doveva innanzitutto essere un esperto allevatore e possedere una mandria assai numerosa dalla quale prelevare gli animali necessari alla campagna.
Il risultato era un animale con la groppa forte, il ventre solido e capace di sopportare enormi fatiche.
In primo luogo la alta e pesante sella mongola, costruita appositamente per sollevare il guerriero e permettergli di orientare senza limitazioni il proprio arco composito mantenendosi saldo in groppa con l’aiuto di due appoggi anteriori e posteriori. La tendenza del cavallo mongolo a decidere da sé direzione e andatura, in questo senso, tornava utile al guerriero mongolo che poteva contare su un mezzo di locomozione “pensante” anche durante i combattimenti. Altrimenti il cavaliere mongolo teneva le briglie molto strette costringendo con la forza il cavallo a seguire la propria volontà.
Il principale difetto del cavallo mongolo è tuttavia l’incapacità a tenere a lungo il galoppo, che lo sfianca presto, ed è per questo motivo che in battaglia tornavano utili le molte cavalcature, che venivano cambiate con estrema rapidità.
In compenso il cavallo mongolo ha un “canter” naturale, ovvero un’andatura tra il trotto e il galoppo utile per percorrere rapidamente grandi distanze: in condizioni normali 60 km. al giorno potevano essere sostenuti anche per lunghi periodi di tempo.

TU LO SAI CHE… IL DESERTO DEL GOBI

Paesaggi estremi dove la natura regna sovrana, un luogo magico e onirico nel cuore dell’Asia. Il deserto del Gobi è il più grande deserto dell’Asia e il quinto deserto al mondo.
Il deserto del Gobi è il cuore della cultura mongola, parte integrante della storia e delle tradizioni del paese Dalla parola mongola gobi, che significa “luogo senza acqua” nasce il nome della vasta regione desertica e semi-desertica dell’Asia centrale che conosciamo come deserto dei Gobi.
La leggenda vuole che il Gobi sia stato creato dal passaggio degli imponenti eserciti di Gengis Khan, ma in realtà i numerosi fossili che lo costituiscono testimoniano che il suo territorio, ricco di acque e di vegetazione, era un tempo habitat ideale per i dinosauri. Negli anni ’20, in questo territorio temuto dagli stessi mongoli, l’avventuriero americano Roy Chapman Andrews, con la sua squadra, riportò alla luce resti di scheletri di oltre 100 esemplari preistorici.
E’ situato lungo il confine tra Cina e Mongolia Si estende attraverso gran parte dei due paesi
Contrariamente all’immagine di cio che normalmente si pensa gran parte del Gobi è costituito non da deserto sabbioso ma da roccia nuda dove sono presenti poche dune di sabbia. Un luogo secco e freddo.
Il deserto dei Gobi si presenta inospitale eppure al suo interno vivono numerosi insediamenti umani, comunità isolate di fiere popolazioni nomadi oltre ad una fauna eterogenea, che comprende gazzelle, leopardi delle nevi, orsi e gli ultimi esemplari di cammelli battriani.
Occupa un vasto territorio a forma di arco che si estende per una superficie stimata in 1.300.000 km² ossia oltre 4 volte l’Italia.
L’area con questo nome è la regione delimitata dai monti Altai e Khangai a nord, dall’estremità occidentale del Grande Khingan a est, dalle catene montuose degli Yin Shan, Qilian Shan, oltre che dai contrafforti orientali degli Altun Shan e dai Bei Shan a sud unitamente alle propaggini orientali del Tien Shan a ovest.
Marco Polo gia lo menzinava nel suo “Il Milione” laddove descriveva le popolazioni mongole i pastori nomadi e fieri e audaci cavalieri. Il viaggiatore veneziano descrisse alcuni aspetti della vita di questo deserto, tra cui la presenza del cammello selvatico, un animale che venne individuato solo alcuni secoli dopo dall’esploratore russo Pržewalski; di questo animale così tipico del Gobi, perché addomesticato dalle popolazioni locali e importato in altre regioni centroasiatiche, sembra sopravviva oggi solo un piccolissimo nucleo selvatico nella Mongolia meridionale.

TU LO SAI CHE… KARAKORUM

Quando Genghis Khan nel 1220 decise di costruire una capitale per il suo regno nella valle del fiume Orkhon, all’incrocio delle strade della Via della Seta che collegavano l’Oriente con l’Occidente, le considerazioni non erano solo di carattere strategico: la regione, infatti, da oltre mille anni era identificata con la formazione stessa dello Stato per le popolazioni nomadi che vi si erano succedute. Chi dominava “la foresta di Ötükän”, come veniva allora chiamata la valle, possedeva il lustro dell’autorità e la fortuna del destino, e poteva governare dal centro del mondo un nuovo impero egemone nel mondo delle steppe. La città di Karakorum fu edificata sotto il figlio di Genghis Khan, Ögedei, nel 1235, e rimase la capitale dell’impero mongolo sotto i successori Güyük e Möngke. Durante questo periodo di splendore furono molti gli stranieri che visitarono Karakorum, tra cui i francescani Giovanni di Pian del Carpine e Guglielmo di Rubruck.
A causa delle lotte interne per la successione nel 1260 la città subì pesanti distruzioni e Kublai Khan spostò la capitale e lasciò a Karakorum il ruolo di centro amministrativo e snodo commerciale più importante della “provincia a nord delle montagne”, almeno fino al 1388 quando fu distrutta dall’esercito cinese dei Ming.
Tra i monumenti più significativi vi sono le grandi Tartarughe di granito, simbolo di eternità, che indicavano l’ingresso ai vari palazzi della capitale e avevano la funzione di proteggere la città stessa. Vi è poi il Monastero Erdene Zuu (“cento tesori”), la cui costruzione iniziò nel 1586 utilizzando le rovine di Karakorum, circondato da alte mura, aveva anche funzione di fortezza.
E’ il più antico monastero buddista del Paese, con funzione anche di fortezza, e contava inizialmente da 60 a 100 templi e circa 300 gher, capace di ospitare fino a cento monaci. Oggi se ne possono ammirare i tre templi superstiti, circondati da una possente cinta muraria e dedicati alle tre fasi della vita del Buddha (l’infanzia, l’adolescenza e la maturità) e la preziosa collezione di opere d’arte, con lavori di importanti artisti del Buddismo.

THAILANDIA

TU LO SAI CHE… IL MASSAGGIO

La leggenda vuole che il massaggio thailandese sia nato in India da Jivaka Kumar Bhaccha, medico di Buddha, più di 2.500 anni fa e arrivato successivamente in Thailandia.
È qui che il massaggio thailandese venne presto utilizzato dai monaci per curare le malattie, unendo ai principi ayurvedici elementi della medicina tradizionale cinese.
Anche se non esistono documenti scritti al riguardo, si narra che il suo ideatore Jivaka Kumar Bhacca, soprannominato “Papà dottore”, accompagnò il Buddha nelle sue peregrinazioni e studiando medicina ayurvedica, approfondendo anche la conoscenza delle tradizioni mediche delle popolazioni che incontrava nei suoi viaggi con il Buddha.
Questo lo portò ad elaborare una tecnica terapeutica composta dal massaggio e da alcuni preparati erboristici e nella quale è possibile ritrovare i principi della medicina ayurvedica con quelli della medicina cinese, tra cui l’agopuntura, la riflessologia plantare, il tui na e lo shatsu.
Esistono due forme di massaggio thailandese: uno classico e un thai oil massagge.
Il massaggio thailandese tradizionale è più energico ed chiamato anche Thai Yoga, caratterizzato dal fatto che il terapeuta usa mani, ginocchia, gambe e piedi per eseguire il massaggio.
Il thai oil massage, invece, è molto più delicato e non prevede delle pressioni importanti, quanto piuttosto uno scivolamento lungo le linee energetiche del corpo trattate con oli aromatici.
Il massaggio thailandese viene eseguito su un futon, ovvero un materassino posto sul pavimento e prevede l’uso da parte dell’operatore olistico di una serie di tecniche di compressione muscolare, digitopressione e mobilitazione articolare. Per questo è consigliato far indossare ai soggetti trattati abiti comodi che favoriscano i movimenti passivi.

TU LO SAI CHE… LA MUAY THAI

La storia di quest’antica arte marziale va di pari passo con la storia della Thailandia (ex Siam) e di conseguenza anche il Muay Thai nel corso degli anni ha subito notevoli cambiamenti. Come tutte le arti marziali ha avuto origine nel tempio cinese “shaolin” e le sue prime tracce si possono collocare nel periodo di Sukhothai (200 a. C.), quando i monaci buddhisti furono mandati nella regione chiamata Dvaravati (Birmania, Thailandia, Cambogia).
Nell’era Sukhothai (1238-1377) il Muay Thai era conosciuto come Mai Si Sok. Divenne fondamentale per i soldati in tempo di guerra come sistema di difesa. Il re Ramkhamhaeng scrisse Il TamrabPichei-Songkram il libro per imparare l’arte della guerra. In seguito la Mai Si Sok prese il nome di Pahuyuth nell’era di Ayuthaya (1377-1767). La Pahuyuth divenne fondamentale nella guerra contro i popoli dei regni vicini e poi divenne un elemento fondamentale per elevare la propria posizione sociale. Era praticato soprattutto dalla corte reale e dagli stessi re, “l’arte dei re”. I più leggendari sono stati il re Narsuen (1590-1605) durante il popolo Siam (thailandese), che fu sopranominato il popolo delle otto braccia. Dopo viene l’era di Chao Sua (il re tigre) per la ferocia in combattimento (1703-1709). In questo periodo viene la prima fase della trasformazione della Pahayuth in Muay Thai sportiva.

TU LO SAI CHE… WAT PHO, IL TEMPIO DEL BUDDHA SDRAIATO

Il Wat Pho o Wat Phra Chetuphon, il Tempio del Buddha Sdraiato è situato nel distretto di Rattanakosin, dietro al Tempio del Buddha Smeraldo e vicino al Grande Palazzo. É uno dei tempi più antichi ed imponenti della città (contiente più di mille statue del Buddha) ed è famoso per la gigantesca statua di Buddha in una singolare posizione sdraiata ed interamente ricoperta di foglie d’oro
Wat Pho prende il suo nome da un monastero situato in India, nel quale si ritiene che abbia vissuto Buddha. Nel periodo che precede la costruzione del tempio, in questo luogo sorgeva un centro dedicato all’insegnamento della medicina e delle tecniche tradizionali del massaggio Thai, nel quale furono erette anche alcune statue raffiguranti le varie posizioni dello yoga. In seguito, Rama I fece costruire il tempio utilizzando i frammenti di una enorme statua del Buddha che era stata distrutta dai Birmani nel 1767
Durante il regno di Rama III, intorno al tempio vennero affisse alcune iscrizioni contenenti testi di medicina tradizionale, mentre adiacente al tempio si trova un piccolo giardino in cui la colonna portante è l’albero della Bodhi (antico fico sacro), le cui radici si crede derivino dall’antico albero indiano sotto cui Buddha sedeva in attesa dell’illuminazione.
Le misure della statua del Buddha Sdraiato sono a dir poco impressionanti: 15 metri di altezza, 46 metri di lunghezza, i piedi del Buddha sono lunghi 5 metri e sono decorati con incantevoli immagini in madreperla raffiguranti i ‘laksanas’ (caratteri e segni) di buon auspicio. 108 è un numero considerato sacro nella religione buddhista e simboleggia le 108 azioni e simboli positivi che hanno aiutato il Buddha a raggiungere la perfezione.

TU LO SAI CHE… I GIOIELLI DELLA CORONA

I Gioielli della Corona di Thailandia, sono l’insieme delle regalie e delle insegne che costituiscono il patrimonio della monarchia del regno di Thailandia.
Le cinque regalie fondamentali sono:
L’Ombrello Reale a Nove Balze sopra il Trono nella Sala del Trono Phuttan Kanchanasinghat del Grande Palazzo Realea Bangkok, considerato come la più sacra e antica regalia dei sovrani thailandesi e come un vero e proprio oggetto sacro, simboleggia la protezione spirituale e fisica che il re può dare ai suoi sudditi. Si tratta di un particolare tipo di ombrello thailandese, chiamato anche chatra, costituito da ben nove balze che rappresentano l’onore del monarca e fanno di questo ombrello la più alta regalia ed insegna della sua autorità reale. Finché il rito d’incoronazione di un nuovo sovrano non è compiuto questi non sarà abilitato a sedersi sul trono, che è permanentemente posto sotto un Ombrello reale a nove balze che ne fa da baldacchino
La Grande Corona della Vittoria, considerata una delle principali insegne della sovranità thailandese. Di forma estremamente particolare, essendo un diadema conico a più livelli terminante in una spirale convessa, è fatta di oro ed, ornata di numerose pietre preziose, è sormontata da un importante diamante chiamato Grande Diamante, aggiunto da Rama IV.
La Spada della Vittoria (thai: พระแสงขรรค์ชัยศรี, RTGS: Phra Saeng Khan Chaiyasi), considerata la spada di stato del regno thailandese, simboleggia il re come un vero guerriero ricordando il suo dovere di proteggere con tutte le sue forze il proprio popolo, per questo è anche chiamata “Saggezza del Re”. La lama della spada proviene dalla Cambogia mentre suo collo, tra l’elsa in oro e la lama, è ornato da un’immagine in miniatura imbevuta d’oro di Garuḍa vāhana, simbolo della reincarnazione divina del re, fare da cavalcatura a Viṣṇu.
Lo Scettro, considerato il simbolo della giustizia ed equità reale. Molto semplice, è fatto di legno di cassia, ricoperto d’oro con una presa arrotondata in alto e un piedino forato di metallo intarsiato d’oro.
Il Ventaglio e la Frusta reali sono il simbolo dell’obbligo del Re di dissuadere qualsiasi male a minaccia del suo popolo. Il Ventaglio reale è formato da una foglia di palma talipot, e la sua struttura è ricoperta d’oro. La Frusta reale è invece formata da crini di elefante bianco risalenti al periodo di Rama IV.
Le Pantofole reali, sono considerate il simbolo dell’accettazione della gente al sovrano. Sono fatte in oro, suole incluse, e, foderate di velluto rosso, decorate con diamanti.

TU LO SAI CHE… L’ELEFANTE BIANCO

Gli elefanti in Tailandia godono di particolare rispetto e riverenza, tanto da aver meritatamente trovato il suo posto sulla bandiera di questo paese orientale.
Secondo miti e e leggende locali, l’elefante bianco portava su se stesso i resti del Buddha, che automaticamente elevava questo animale alla categoria dei più rispettati e apprezzati, già ora incontrare un elefante bianco è un grande successo. Le tradizioni tailandesi prescrivono di trattare questi potenti giganti con tutto il rispetto possibile, che si riflette nelle opere d’arte e nelle valutazioni personali.
Gli elefanti in Tailandia sono partecipanti quasi obbligatori nella maggior parte delle feste locali e in tutti i tipi di eventi speciali. Gli abitanti del posto mostrano un rispetto eccezionale per gli elefanti, dal momento che assumono che la loro presenza porterà necessariamente successo e buona fortuna in quasi tutti i buoni sforzi.
Gli elefanti in Tailandia, come partecipanti a pieno titolo ai festeggiamenti, sono decorati e vestiti in ogni modo per evidenziare il loro ruolo significativo in ogni occasione solenne.
I thailandesi credono che i luoghi in cui gli elefanti siano rimasti nella colonia e abbiano anche partecipato a varie attività militari, rendono sacri questi luoghi. Forse è per questo che vengono eretti templi, come se ricordassero l’importanza dei più grandi animali della terra.
Una delle leggende più belle credute dalla gente del posto è la leggenda del fiore di loto bianco, che ha presentato l’elefante bianco alla principessa Sirimahamaya in un sogno, annunciando immagini così straordinarie delle notizie sulla futura nascita del bambino santo. Questo è uno dei motivi per cui l’elefante bianco è rigorosamente protetto dallo stato. Gli elefanti con macchie rosa pallido sulla pelle sono considerati estremamente rari. Pertanto, sono attentamente protetti e venerati.

TU LO SAI CHE… AYUTTHAYA, L’ANTICA CAPITALE DEL SIAM

Dell’originaria maestosità rimane, oggi, un sito: il Parco storico di Ayutthaya, che danno un’idea di come la città potesse essere un tempo.
Il cuore dell’antica capitale sorgeva alla confluenza dei tre fiumi: il Lopburi, il Pasak e il Chao Praya. Una sorta di “isola” difesa da un muro lungo 12 chilometri, la parte più antica di Ayutthaya occupa la parte ovest dell’isola, due sono i templi più interessanti, capaci di ammaliare con la loro bellezza: il Wat Phra Mahathat e il Wat Ratburana, situati uno di fronte all’altro, vicino alla parte più moderna di Ayutthaya.
Il Wat Phra Mahathat deve il proprio nome all’originaria funzione, Mahathat, infatti, significa “reliquia” e ricorda che l’edificio fu costruito per ospitare i sacri resti del Buddha, più a ovest, invece, troverete il prang (torre) trecentesco del Wat Phra Ram.
In posizione opposta, di fronte al mare, troverete invece il Wat Ratburana. L’edificio fu realizzato da Re Boromraja nel 1424 in memoria dei suoi due fratelli (Ay e Yi), che uccidendosi a vicenda per la successione, gli consegnarono il titolo di re.
A pochi passi dal Wat Phra Si Sanphet, troverete un altro luogo e simbolo della bellezza di Ayutthaya: il Viharn Phra Mongkol Bopit, l’edificio originario fu realizzato per ospitare uno dei Buddha in bronzo più grandi della Thailandia, il Phra Mongkol Bopit. La statua presenta bellissimi occhi in madreperla, che le conferiscono un aspetto semplice e nel contempo austero. Lasciata per un lungo periodo in uno stato di abbandono, la statua durante il restauro rivelò una vera e propria sorpresa. Al suo interno, infatti, vennero scoperte centinaia di statuette di Buddha che, in parte, vennero poste sotto terra a protezione del tempio.
A sud, invece, spiccano in tutta la loro bellezza il Wat Yai Chai Mongkol e il Wat Phanan Choeng, visitati ogni anno da moltissimi fedeli. Quest’ultimo, in particolare, è il più vecchio e animato fra i templi della città.
L’interno del Wat Phanan Choeng è dominato da un Buddha di 19 metri realizzato all’inizio del XVII secolo. Secondo la leggenda, durante il saccheggio di Ayutthaya ad opera dei birmani, dai suoi occhi sgorgarono lacrime.

TU LO SAI CHE… LE DIVINITà NAGA

Con il termine “Naga” (termine Sanscrito) si intende quella razza di divinità o semidèi, a seconda delle tradizioni, che esteticamente ricordano un grande serpente, solitamente un cobra, con un lungo corno sulla testa. Gli appartenenti a questa razza sono molto forti ed intelligenti, ed hanno inoltre la capacità di assumere una forma umana e una forma a metà tra le due.
Il termine Phaya Nak o Phaya Naga, significa letteralmente “il signore dei Naga” e si riferisce a serpenti di dimensioni e forza superiori ai Naga, rappresentati sia a una testa che a molte teste, solitamente 5 o 7. Si crede inoltre che questi Naga siano in grado di controllare le acque, in particolare quelle dei fiumi, creando inondazioni in grado di distruggere interi villaggi o garantendo la pioggia per assicurare raccolti fruttuosi.
Si dice che quattro giorni dopo che il Buddha Siddharta Gautama cominciò a meditare sotto l’albero della Bodhi (un fico sacro situato in India) il cielo si fece scuro per sette giorni e una portentosa pioggia cominciò a scendere sulla terra. Il Phaya Nak di nome Mucalinda si avvicinò al Buddha e provvide a coprirlo per evitare che la pioggia potesse disturbare la sua meditazione. E quando la pioggia cessò, il Phaya Nak assunse la sua forma umana, si inchinò davanti al Buddha, riconoscendone la vera natura, e ritornò al suo palazzo.
Per i buddisti esistono dèi e semidèi, questi vengono considerati come esseri migliori rispetto agli esseri umani, ma non sono onnipotenti. Anche essi non possono sottrarsi alla legge della reincarnazione né al dolore dell’esistenza. Ed è per questo motivo che molte creature, come ad esempio i Phaya Nak, riconoscono la superiorità del Buddha, Colui che ha interrotto il ciclo del dolore ed è riuscito a raggiungere la perfezione.
In un altro racconto buddista la figlia del re Phaya Nak ebbe modo di ascoltare un sermone del Buddha e ne rimase talmente meravigliata da decidere di assumere la forma umana di un uomo per poter farsi monaco e poter così meditare e cercare di raggiungere il Nirvana, interrompendo il ciclo delle reincarnazioni. Quando gli altri monaci lo scoprirono, andarono subito a riferirlo a Buddha che, vista la forte volontà della Phaya Nak, non potendola ordinare come monaco, le concesse di rimanere a guardia del tempio, e di cercare di fare buone azioni così da poter rinascere nella vita successiva come monaco e portare così a termine i suoi studi. Ed è per questo motivo che si trovano spesso statue dei Phaya Nak all’ingresso dei templi buddisti.

TU LO SAI CHE… LA TERRA DEL SORRISO

In Thailandia, sorridere è ancora la prima attività sociale e fa parte della vita culturale del paese. Questo aspetto della Thailandia, dovrebbe essere oggetto di riflessione e la cosa importante da capire è che il sorriso di un tailandese indica un atteggiamento che può essere frainteso dalle persone di discendenza europea. Gli occidentali normalmente sorridono per trasmettere felicità, divertimento o un piacevole saluto. Un sorriso tailandese può significare anche queste cose, ma spesso vuole comunicare un messaggio che può voler dire: per favore, grazie a te, arrivederci scusa, mi dispiace, sì ecc ecc.
Inoltre può indicare una tipica sensazione di imbarazzo. I thailandesi usano anche il sorriso per sdrammatizzare una situazione insostenibile o di particolare inquietudine.
Ad esempio, se in Thailandia qualcuno muore in un incidente, i thailandesi in pochi minuti si riuniscono attorno al luogo dell’incidente e potrebbe capitarvi di vederli sorridere. Eppure non c’è niente di divertente in un incidente stradale dove qualcuno ha perso la vita. Ma il popolo thai sa che di fronte alle inevitabili tragedie della vita non c’è nulla da fare e per prevenire profondi momenti di sconforto decide semplicemente di sorridere.
Il Sorriso in Thailandia viene percepito come  la più appropriata “risposta” ad OGNI possibile situazione. E ‘utilizzato per mostrare la felicità, l’imbarazzo, sentimenti come paura, rassegnazione e rimorso.
Infine in Thailandia, esiste anche un sorriso usato nei confronti degli stranieri, chiamato: Yim Tak tai.

TU LO SAI CHE… LE BANDIERE NAZIONALI

Sono in totale 7 le bandiere storiche nazionali della Thailandia, e tutte riportavano al loro interno il colore rosso, che nella cultura asiatica rappresenta l’interezza della nazione e la sua forza rispetto agli oppositori.
La prima bandiera della Thailandia utilizzata per l’allora Regno di Ayutthaya era infatti un drappo completamente rosso che aveva la classica forma rettangolare, in seguito abbellita con l’introduzione di alcune immagini, come ad esempio l’elefante, animale simbolo del paese.
L’esigenza però di fornire un drappo di facile riproposizione anche da parte delle masse, portò alla scelta di una bandiera della Thailandia più facilmente riproducibile. La decisione ricadde quindi su una bandiera a bande orizzontali bianche e rosse, che però fu usata solamente per un anno, nel 1917.
Il monarca dell’epoca Rama VI volle infatti introdurre un chiaro accenno alla monarchia con l’inserimento della banda blu al centro del rettangolo della bandiera della Thailandia. Sempre nel 1917 apparvero le bandiere thailandesi con al centro un elefante (bandiera navale) e la bandiera di bompresso (indicata con il termine inglese jack).
Attualmente la bandiera del regno di Thailandia è un drappo a colori orizzontali rosso-bianco-blu-bianco-rosso. La banda blu è larga il doppio rispetto alle fasce bianche e rosse, e di fatto costituisce il cromatismo più importante all’interno della bandiera.
Il senso del tricolore thailandese è quello di onorare con i colori i principi fondanti del paese. Nell’immaginario collettivo infatti il rosso rappresenta il sangue versato per la patria, il bianco la purezza della religione Buddista e il blu è il colore dei sovrani della Dinastia Chakri che regna sul paese.
La nuova bandiera nazionale thailandese fu usata dal 1917, anno in cui il Vecchio continente era investito dalla Grande guerra; uno dei motivi che portò all’adozione della colorazione attuale fu la volontà dell’allora sovrano del regno di Siam di identificarsi con le nazioni alleate; i colori infatti si rifanno a Francia, Regno Unito.
Si deve sottolineare infine come la bandiera thailandese nel paese asiatico rivesta una rilevanza massima; strapparla, bruciarla o esporla in maniera non consona alla sua importanza è un reato gravissimo, e le condanne in tale caso prevedono molti anni di detenzione.

COREA

TU LO SAI CHE… GLI ACQUILONI

In Corea esiste l’usanza antichissima di far volare gli aquiloni fra il giorno di capodanno dell’anno lunare e il 15º giorno del primo mese lunare. Questa è una tradizione che serve a scacciare la sfortuna dell’anno passato permettendo agli aquiloni di volare e a dare il benvenuto alla buona sorte tirandone il filo.
Quando fanno volare gli aquiloni nel giorno del capodanno lunare, i coreani ripetono la frase song’aek yŏngbok che significa “mandar via la sfortuna e ottenere la fortuna”. Mentre l’aquilone vola alto nel cielo, lo spirito di chi lo fa volare si solleva perché così facendo si scaccia la malasorte e si dà il benvenuto alla buona sorte. Qualche volta si esprimono anche dei desideri specifici più personali. In questo modo, gli aquiloni tradizionali coreani sono stati trasmessi da generazione in generazione per qualcosa come 1.300 anni.
I coreani hanno a lungo ritenuto che il bambù, il materiale più importante per la costruzione di un aquilone, abbia il potere di tener lontani gli spiriti malvagi. A causa di questa credenza, gli aquiloni tradizionali con la struttura composta da cinque pezzi di bambù sono stati usati come decorazione casalinga per mantenere la casa libera da influenze nefaste e per attirare la buona sorte.
Nel tempo gli aquiloni sono serviti anche per vari altri scopi. Nella Corea antica, ad esempio, furono usati come dispositivo strategico o come mezzo di comunicazione in tempo di guerra.
Oggi vari festival tenuti in tutto il mondo utilizzano gli aquiloni come gioco o come attività per il tempo libero.
La prima registrazione dell’attività di far volare gli aquiloni in Corea compare nel capitolo 41 del Samguk sagi, “Storia dei Tre Regni”. Secondo quell’antico testo, nel 647, primo anno di regno della regina Chindŏk di Silla, contro la quale era in corso una violenta ribellione, una stella cadde dal cielo. Siccome una stella cadente era un cattivo presagio, il generale Kim Yu-shin, che in seguito doveva giocare un ruolo decisivo nell’unificazione dei tre regni, temendo che ciò potesse demoralizzare le proprie truppe, mandò alto nel cielo un aquilone con a bordo un pupazzo incendiato e il giorno seguente fece correre la voce che la stella cadente se ne era tornata su in cielo. Grazie a questo stratagemma, il morale delle sue truppe migliorò molto ed essi riuscirono a sedare la rivolta.
Vi sono anche state battaglie fra aquiloni fin dall’antichità. Lo scopo di questo gioco tradizionale, che viene effettuato dagli adulti o dai bambini, è quello di tagliare la fune dell’aquilone dell’avversario con la corda del proprio aquilone. Per il gioco, le funi degli aquiloni vengono rivestite con vetro o porcellana in polvere, in modo che riescano a tagliare. Mentre far volare gli aquiloni è un gioco popolare con un significato quasi religioso

TU LO SAI CHE… LA NASCITA DELLA COREA

La Corea è uno dei più antichi Stati al mondo (le sue origini risalgono a circa 5.000 anni fa), con un importante passato storico e culturale.
La mitologia coreana narra che la nascita del Paese avvenne quando un dio chiamato Hwanung scese sulla terra e trasformò un orso in donna, la sposò e dalla loro unione nacque un figlio, Tangun. Fu lui a fondare la prima capitale della Corea nel 2.333 a.C., chiamandola Joseon – “Terra della Quiete Mattutina”.
Reliquie preistoriche rinvenute in Corea indicano che nelle prime fasi della storia della penisola (circa 3.500 a.C.), i suoi abitanti erano già a conoscenza di tecnologie sofisticate per l’epoca. Nel I°sec.a.C., iniziò il periodo dei tre regni: Goguryeo (37 a.C.- 668 d.C.) a Nord, in Manchuria e Nord Corea, Che divenne stato cuscinetto nei confronti dell’aggressiva Cina, Silla (fondata nel 57 a.C.) nella parte sud-orientale della penisola e Baekche (fondata nel 18 a.C.) nella parte sud-occidentale. La Corea è sempre stata una terra soggetta a continue invasioni da parte delle altre nazioni orientali. Il regno di Silla però, data la sua posizione abbastanza isolata, fu l’ultimo ad essere influenzato dalle culture straniere. La sua arte e architettura divennero dunque tratti distintivi della Corea. Fu durante questi Regni che si diffuse il Buddismo e con questo fiorirono templi e Buddha, pagode e lanterne di pietra.
Nel VII°sec. Silla conquistò gli altri regni, tranne per la parte della Manchuria, e diede vita ad una nazione con un unico governo, la Silla Unificata. I governatori della Silla Iniziarono però a combattere tra di loro e nel 918 Wang Kon fondò la dinastia Koryeo , da cui prende il nome la Corea. Nel XIII ° Koryeo fu invasa più volte dai Mongoli e indebolita dalle incursioni dei pirati giapponesi. Quando l’impero mongolo crollò, subentrò la dinastia Joseon. In questo periodo fu creata la scrittura coreana e la capitale del regno fu spostata a Hanyang, l’attuale Seoul.
Negli anni 1592-98 la Corea fu preda di attacchi da parte del giappone, così in seguito chiuse le porte al resto del mondo e rimase lontana da influenze esterne fino all’inizio del XX° sec.

TU LO SAI CHE… I HWARANG

I rampolli della nobiltà più belli e valorosi: questi erano i Hwarang. Sebbene in Corea del Sud tutti li abbiano almeno sentiti nominare, la loro storia è alquanto sconosciuta all’infuori di questo paese, benché molto affascinante.
La penisola coreana, dal 57 d.C al 660 d.C., era divisa in tre regni, chiamati Goguryeo, Baekje e Silla. Proprio a Silla, in circostanze non ben chiarite, due giovani fanciulle vennero nominate Wonhwa, il che consisteva a quanto pare nell’essere educate nel combattimento e nelle arti, purtroppo una delle due fanciulle uccise l’altra per gelosia, e così per lungo tempo nessuno ebbe più questo titolo, finché il re, nel sesto secolo d. C., decise di istituire per l’appunto i Hwarang, sorta di discendenti delle Wonhwa.
Questa parola significa letteralmente “ragazzi in fiore”, e le loro caratteristiche li rendevano e li rendono del tutto particolari rispetto ai tipici guerrieri occidentali.
I Hwarang non solo dovevano saper combattere (erano infatti allenati in questo da monaci buddisti), ma dovevano anche conoscere la musica, la filosofia ed essere sempre ben curati, indossando vesti eleganti e accessori e facendo uso di cosmetici e profumi, venendo scelti anche per la loro bellezza.
Si narra che due di questi giovani si misero in cammino per cercare Won Wang Beop Sa, monaco buddista, per istruirli, e che per convincerlo gli dissero: “Siamo ignoranti e non sappiamo niente, per cui dacci principi morali per guidarci durante tutta la nostra vita”. Il monaco creò dunque per i Hwarang cinque regole da seguire, dette “i cinque precetti della vita terrena”:
– servire fedelmente il sovrano;
– rispettare i genitori;
– essere leali nei confronti degli amici;
– mai ritirarsi in battaglia;
– non uccidere invano.
Purtroppo, non si sa molto né sull’origine né sulla fine dei Hwarang, poiché gli unici documenti che ne trattano rimandano a ulteriori testi non più esistenti, ma si conosce quale fosse il loro valore e le loro gesta, in particolare è celebre quello di uno di loro, Kim Yushin, un generale molto celebre in Corea che fu uno dei protagonisti dell’unificazione dei tre regni.

TU LO SAI CHE… LE MASCHERE HAHOE

Le maschere Hahoe vengono utilizzate durante gli spettacoli di danza Tal Chum, una delle forme teatrali più antiche della Corea. I personaggi rappresentati durante gli spettacoli sono molteplici, tra cui: Yangban, l’aristocratico arrogante, Sonbi, lo studente pedante, Bune, la giovane donna provocante, Chung, il monaco buddista depravato, Imae, il servo pazzo, Baekjung, il macellaio volgare e Halmi, la vecchia vedova. La danza delle maschere, che tradizionalmente ha luogo nel villaggio di Hahoe, nella zona di Andong, è stata tramandata dalla dinastia Goryeo (918–1392) fino ai giorni nostri.
Inizialmente pare che 14 maschere di 13 diversi tipi fossero state realizzate da Heo Doryeong, nell’epoca Goryeo. Tre di queste però, andarono perdute, e sono giunte fino a noi solo 11, designate come tesori nazionali e conservate nel Museo Nazionale di Corea.
Nel secondo giorno del primo mese lunare, durante il Capodanno Lunare, gli abitanti si riunivano per eseguire un tipo di rappresentazione, ‘Byeolsingut’, che era anche un rituale per lo spirito a guardia del villaggio. Per far sì che la performance non fosse troppo seriosa, gli abitanti si esibivano impersonando vari personaggi: lo ‘yangban’ (aristocratico), il ‘seonbi’ (erudito), il ‘choraengi’ (ficcanaso), lo ‘yeonggam’ (anziano), lo ‘imae’ (sciocco), il ‘baekjeong’ (macellaio), la ‘halmae’ (nonna), lo ‘juji’ (leone immaginario), e tanti altri.
Un giorno, uno scapolo del villaggio disse agli altri: “Tempo addietro, un monaco buddhista è scappato con una donna (gaksi) portandola sulle spalle. Se noi impersonassimo questo tipo di scena e facessimo una satira del mondo aristocratico corrotto, non sarebbe più interessante?”. E fu così che gli abitanti del villaggio decisero di ampliare la loro performance.
Facendo una satira della classe superiore, gli abitanti del villaggio iniziavano anche una danza, così che il pubblico potesse distinguere chiaramente chi fossero i personaggi. Dopo il successo che ebbero queste messe in scena, fu chiesto a Heo Doryeong, famoso per la sua bravura, di confezionare delle maschere. All’inizio egli rifiutò, ma poi ricevette una rivelazione dallo spirito guardiano del villaggio, che apparsogli in sogno, gli ordinò di impegnarsi a fare quelle maschere. Così egli si ritirò in casa e non permise a nessuno di entrare, iniziando la sua opera.
Quando egli era sul punto di finire e aveva completato 13 maschere, la donna che era innamorata di lui non potè più resistere alla lontananza e andò a cercarlo. Si intrufolò in casa sua e gli disse: “Heo Doryeong, prenditi una pausa prima di continuare”. In quel momento, una pioggia fortissima discese dal cielo, e Heo Doryeong, che stava per completare il mento della maschera, vomitò sangue e collassò morendo. Si dice che per questo, ancora oggi la maschera imae non abbia un mento.

TU LO SAI CHE… IL VENTAGLIO

Il ventaglio coreano, o buchae in coreano, è uno strumento versatile. indispensabile per sopportare l’umidità afosa dell’estate coreana. Versioni decorate dei ventagli orientali, costruite con materiali pregiati come seta e perle, furono anche introdotte nel mondo occidentale.
Il nome coreano per un ventaglio di bambù costruito artigianalmente con raffinatezza è hapjukseon. Per fare questo tipo di ventaglio, si taglia il bambù in strisce sottili che vengono riunite a formare una struttura sulla quale è poi attaccata una copertura di carta o di tessuto. La superficie della carta viene ripiegata su ogni costola del bambù in modo che il ventaglio si possa poi ripiegare, chiudendolo in una forma compatta.
Si pensa che questo tipo di ventaglio sia stato creato in Corea durante il periodo Goryeo (918-1392) e che i relativi metodi di produzione siano poi stati trasmessi dalla Corea alla Cina e al Giappone dove questo tipo particolare di oggetto è noto come “ventaglio di Goryeo”.
In Corea esiste da molto tempo la tradizione di scambiarsi dei ventagli, come dono consuetudinario, nel giorno del Dano, quinto giorno del quinto mese lunare, che generalmente indicava l’inizio della stagione estiva. In passato il periodo che precedeva Dano era un tempo particolarmente frenetico per gli artigiani dei laboratori artigianali reali, che preparavano i ventagli per il re, che li avrebbe regalati ai propri funzionari in ricompensa del loro servizio leale e meritevole. Preparato con meticolosità, e spesso con materiali di valore, l’hapjukseon era un tesoro molto apprezzato dell’elite della società.
Elemento essenziale per qualunque membro della classe dei letterati (seonbi) questo ventaglio, oltre che per restare freschi d’estate, veniva anche usato per altri scopi. Tutte le volte che usciva, il letterato portava con sé un ventaglio in qualunque stagione, per proteggersi dai raggi del sole, dal vento e dalla polvere. Era, inoltre, impiegato per nascondere la propria faccia, in modo da evitare di essere riconosciuti dai passanti.
I ventagli per regalo contenevano invariabilmente una superficie con inclusa una breve poesia scritta in calligrafia raffinata, oppure un dipinto rappresentante una scena di paesaggio (sansuhwa), o le quattro piante benigne (sagunja ): prugno, orchidea, crisantemo e bambù. Numerosi ventagli di questo tipo sono stati apprezzati da tempo come capolavori artistici di grandi maestri.