Curiosità dal web

Una raccolta di curiosità sui più importanti Paesi orientali

INDIA

10 CURIOSITA’ SULL’INDIA

1. L’India ha 1 miliardo e 237 milioni di abitanti. Le Nazioni Unite stimano che entro il 2028 saranno 1 miliardo e 450 milioni, più della Cina. Il che farà dell’India il paese più popoloso del mondo. Questo rappresenta un vantaggio dal punto di vista economico, ma anche il fallimento di tutte le politiche di controllo delle nascite degli anni passati.

2. Lo sviluppo demografico indiano è padre di una serie di record difficilmente emulabili in Occidente. L’India è la più grande democrazie del mondo: alle ultime elezioni politiche hanno votato 553,8 milioni di persone. Due delle prime dieci megalopoli del mondo sono indiane: New Delhi (25 milioni di abitanti) e Mumbai (22 milioni di abitanti). E in India vive la famiglia più numerosa del mondo: quella di Ziona Chana, che ha 39 mogli, 94 figli e (per ora) 39 nipoti. Tutti insieme appassionatamente in una casa di 100 stanze.

3. A proposito di megalopoli: nella sola Mumbai, ogni giorno vengono consegnati 200 mila pasti in ufficio dai dabbawala, fattorini ciclisti, riconoscibili dal caratteristico copricapo bianco.

4. L’India è giovane. L’indiano medio ha 26 anni, contro i 48 anni dell’abitante medio del giappone (il paese più vecchio del mondo) e i 43,5 dell’italiano medio (l’Italia secondo una analisi pubblicata dall’agenzia di rating Moody’s è il secondo paese più vecchio del mondo).

5. Con 1100 film prodotti ogni anno, l’India è il primo paese produttore di cinema, seguito da Nigeria e Usa. Ma non è tutto Bollywood: dal distretto di Mumbai (un tempo Bombay, da cui Bollywood) provengono “solo” 200 film all’anno. I centri di produzione più prolifici sono invece Chennai e Hyderabad.

6. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) non ha dubbi, l’India è il più grande importatore di armi al mondo: ne acquista il 14% del totale, soprattutto da Russia e Usa (i maggiori produttori).

7. In India si parlano più di 1000 lingue. Nel 1961, secondo un censimento, erano 1652, tra lingue ufficiali, dialetti e lingue in via di estinzione. Le sei lingue più parlate sono hindi, bengali, telugu, marathi, tamil e urdu, usate da più di 50 milioni di persone (ciascuna). Ogni regione ha la sua lingua ufficiale (la costituzione ne riconosce 23). E poi c’è l’inglese, lingua ufficiale del governo centrale assieme all’hindi. Questo spiega i 4700 quotidiani (in 300 lingue) e i 39 mila periodici che si trovano nelle edicole.

8. Il record più triste è quello della povertà: in India vive un terzo del miliardo e 200 milioni di abitanti del pianeta, considerati più poveri. Dal 1994 al 2010 il numero di persone che vive sotto la soglia di povertà è passato dal 49,4% al 32,7%. Ha fatto decisamente meglio la rivale Cina, riducendo la povertà dal 60% del 1990 al 12% del 2010.
In termini di ricchezza, l’India è il terzo paese al mondo per Prodotto interno Lordo, dopo Usa e Cina, e l’ottavo per numero di multimilionari: 14 mila e 800 (di cui 2700 nella sola Mumbai).

9. Parte dell’economia è legata ai servizi per le aziende straniere: oltre il 50% dei lavori in outsourcing nell’IT del mondo è made in India.

10. Non 4, ma 6 stagioni. Tante ne prevede il calendario induista: primavera, estate, stagione delle piogge o monsoni, autunno, pre-inverno e inverno. Ma dal punto di vista climatico, le stagioni si riducono a tre: estate, inverno e monsoni, che portano le piogge, celebrate da una serie di eventi in tutto il paese. A proposito… se vi infastidisce l’umidità, evitate lo Stato del Meghalaya, nell’India nord orientale: è il posto più bagnato del mondo, con 11,872 millimetri di piogge ogni anno.

8 CURIOSITA’ SULLE VACCHE IN INDIA

PERCHÉ LE VACCHE SONO SACRE IN INDIA?
Per molti indù, che costituiscono quasi l’80% della popolazione indiana di 1,3 miliardi di persone, la mucca è un animale sacro. Nella mitologia indù, l’animale è raffigurato come l’accompagnamento di diversi dei, come Shiva, che cavalca il suo toro Nandi, o Krishna, il dio pastore. Negli antichi testi la mucca appare come ‘Kamdhenu’ o mucca divina, che soddisfa tutti i desideri. Le sue corna simboleggiano gli dei, le sue quattro zampe, le antiche scritture indù o i Veda, e le sue mammelle i quattro obiettivi della vita, tra cui la ricchezza materiale, il desiderio, la giustizia e la salvezza. Ma attenzione: gli indù non considerano la mucca in sé una divinità e non la adorano. Piuttosto, vi vedono un simbolo sacro della vita che va protetto e riverito.

PERCHÉ PROPRIO LE VACCHE?
Forse perché la mucca è una creatura particolarmente generosa e docile, che dà agli esseri umani più di quanto riceva. La mucca secondo gli indù produce 5 elementi essenziali: latte, formaggio, burro (o ghee), urina e sterco. I primi tre sono alimenti e usati nel culto degli dei indù, mentre le deiezioni possono essere utilizzate nelle cerimonie religiose o bruciate per ottenere carburante. Gli indù associano animali a divinità diverse e li considerano sacri, tra cui la scimmia (Hanuman), l’elefante (Ganesh), la tigre (Durga) e persino il topo (l’animale che cavalca Ganesh). Ma nessuno è tanto riverito quanto la mucca. Il primo movimento organizzato di protezione delle mucche indù fu lanciato da una setta sikh nel Punjab intorno al 1870.

DA QUANDO LE VACCHE SONO SACRE?
Con l’ascesa del buddismo e del jainismo – due religioni che contemplano anche il vegetarianismo – gli indù smisero di mangiare carne. Nel primo secolo d. C., le mucche furono associate ai brahmani, ovvero a coloro che appartenevano alla casta più alta, considerati quasi superuomini. Uccidere una mucca cominciò a essere paragonato a uccidere un brahmano – un grande tabù. Ma non tutti concordano con questa versione.
La santità della mucca non è un mito secondo D.N. Jha, autore di un ponderoso studio sulle mucche sacre, The Myth of the Holy Cow. Jha cita scritture religiose e testi antichi per dimostrare che gli indù consumavano carne bovina nell’antica India. E questo andrebbe contro la credenza di alcuni integralisti indù secondo cui l’alimentazione a base di manzo è arrivata in India con l’avvento dell’Islam. E l’accademico americano Wendy Doniger sostiene (correttamente) che gli indù non trattano sempre le mucche con rispetto o gentilezza, le mucche a volte vengono picchiate e frequentemente affamate.

CI SONO GUERRE IN NOME DELLE VACCHE SACRE?
Ancora oggi sui giornali indiani può capitare di leggere notizie di linciaggi di cittadini rei di aver maltrattato o, peggio ancora mangiato, un mucca. In passato la difesa della sacralità delle mucche in India è stata causa di veri e propri conflitti. Oltre 100 persone morirono nel 1893 in seguito a rivolte religiose nate da tale pretesto e nel 1966, almeno altre otto persone persero la vita in scontri al di fuori del parlamento di Delhi mentre chiedevano un divieto nazionale per il massacro delle mucche.

COSA PENSANO I POLITICI INDIANI DELLE VACCHE SACRE?
Ancora oggi la questione delle mucche sacre è ritenuta identitaria da alcuni partiti nazionalisti. L’eredità religiosa li ha convinti a vergare leggi sempre più stringenti sul consumo e sul trattamento delle mucche. Sono nati molti gruppi di protezione del bestiame, stimolati dai partiti di destra. Così, dopo l’applicazione di una normativa sulla prevenzione della crudeltà nei confronti degli animali nel 2017, la vendita di bovini ai macelli per uso come carne o cuoio è diventata molto difficile. La legge ha anche avuto gravi ripercussioni su diverse comunità che invece vivevano del consumo di carne bovina, comprese le caste inferiori indù, per le quali la carne è una fonte importante di cibo ed economica.

COME SI CONCILIA LA SACRALITÀ DELLE VACCHE CON LO SVILUPPO TECNOLOGICO DELL’INDIA?
Da qualche tempo inoltre è difficile incontrare mucche per le strade delle grandi città. Nel 2004 si è deciso di togliere dalla strada le 36.000 mucche cittadine di New Delhi, capitale del Paese, che dai primi anni 2000 vive un boom economico. Il prossimo passo potrebbe essere allontanare le mucche anche dalle strade provinciali e nazionali.

LE VACCHE SACRE POSSONO RAPPRESENTARE UN PROBLEMA?
Il Washington Post qualche tempo fa ha raccontato di come la comparsa di veri e propri vigilantes a protezione delle mucche abbia reso il trasporto di bestiame in stati come l’Uttar Pradesh un lavoro rischioso, costoso e potenzialmente mortale. Gli estremisti indù hanno picchiato e persino ucciso persone, per lo più musulmani, sospettate di contrabbandare o macellare mucche. Esistono gruppi di vigilanti come “Save the Cow” che irrompono nelle case dei sospettati, in cerca di carne. Molti video di questi linciaggi sono diventati virali sui social media. Gli scontri tra musulmani e gruppi indù potrebbero diventare un problema per le elezioni generali in calendario per maggio 2019.
Questo clima da inquisizione impedisce di fatto agli agricoltori di vendere le mucche quando diventano troppo vecchie per produrre il latte (la vita media di una mucca è di 20 anni, di cui circa la metà è produttiva). E visto che mantenere un bovino costa (a livello nazionale, si calcola che il costo di sostenere oltre 5,3 milioni di mucche è di circa 1,4 miliardi di euro all’anno), sempre più spesso gli agricoltori scelgono di abbandonarli al loro destino. Risultato: gli animali randagi vagano per la campagne danneggiando le colture mentre si nutrono di cibo e non di meno causano incidenti, accovacciandosi su strade e autostrade scarsamente illuminate. Non solo: spesso alle mucche non resta che nutrirsi nelle discariche, dove rischiano di soffocare per colpa dei sacchetti di plastica.

CHE FUTURO AVRANNO LE VACCHE SACRE?
Per risolvere il problema, alcuni partiti nazionalisti pensano di imporre di una “tassa sul benessere delle mucche” da devolvere alla costruzione di rifugi ad hoc. L’idea è finanziare questi “santuari” di mucche attraverso una serie di tasse imposte su beni come alcol, pedaggi governativi e organizzazioni rurali e agricole. Il ministro dello zootecnia statale dello stato indiano dell’Uttar Pradesh ipotizza che ogni villaggio e centro urbano sia dotato di una stalla, gestita da enti governativi locali, per ospitare 1.000 animali ciascuno. Anche la tecnologia potrebbe dare una mano: si pensa infatti di etichettare le mucche randagie con etichette RFID, per poterle riconoscere facilmente.

LA CIVILITA’ DELL’UNICORNO

Non avevano re, né sacerdoti, né armi: ma non era importante, visto che di guerre non ne facevano. In compenso questo antichissimo popolo costrui­va le città più evolute del mondo, corredate di rete idrica e fognaria, mentre nella stessa epoca la quasi totalità degli esseri umani viveva in capanne di fango. Una leggenda?

No, stiamo parlando della civiltà dell’Indo, realmente esistita, più di quattromila anni fa. Fioriva quando in Egitto si innalzavano le grandi piramidi e in Mesopotamia troneggiavano i palazzi del potere. Delle prime tre grandi civiltà della storia, quella dell’Indo è in effetti la più misteriosa, oltre che la più estesa. Occupava un milione di chilometri quadrati, con 5 milioni di abitanti e 1.050 centri abitati finora venuti alla luce. Non è ancora chiaro chi la costruì e resta indecifrata la sua scrittura. Se non ci fossero prove inequivocabili che fu opera dell’uomo, verrebbe da pensare all’intervento di “alieni”.

TOILETTE PER TUTTI. Questa civiltà si diffuse in Pakistan e nell’India Occidentale fra il 2600 e il 1900 a.C., lungo il fiume Indo e i suoi affluenti (v. cartina qui sotto). «Le città ospitavano fino a 50mila abitanti, in case e condomini a due piani, con una progettazione urbanistica che metteva in primo piano l’igiene», spiega l’indologo Giuliano Boccali dell’Università degli Studi di Milano. «Venivano progettate a pianta squadrata, con reti fognarie di tubazioni sotterranee. I collettori di scarico partivano direttamente dalle abitazioni, dove erano disponibili le prime toilette con risciacquo della storia».

Si trovavano quasi in ogni casa, o altrimenti erano in comune, con flusso idrico e scarico “sigillato” di acque reflue: in pratica come il bagno di casa nostra. Cisterne sotterranee alimentavano la rete idrica, molto prima che ci pensassero gli architetti della Grecia antica. Esistevano grandi piscine pubbliche, da fare invidia a Roma imperiale. Statue di danzatrici, gioielli di corniola, maioliche, strumenti per il make-up, oltre a quelli musicali, fanno pensare a un popolo che viveva agiatamente e in salute, quando nel resto del mondo antico la contaminazione dell’acqua era una delle più importanti ragioni di malattie e di morte.

La cosa più incredibile, però, è che non sono stati trovati né templi né palazzi rea­li, anche se tutto sembrava organizzato da un apparato centrale, forse composto di tecnici. Altro mistero: non ci sono tracce di grandi opere di irrigazione e questo contrasta in modo sorprendente con il modello di nascita delle civiltà antiche, dirette da esperti idraulici (detti ruler) poi diventati autorità assolute. Chi era dunque il popolo geniale che fondò questa civiltà? Che lingua parlava? Perché non si riesce a decifrare la sua scrittura?

DEMOCRATICI. Quel che è certo è che si trattava di un popolo pacifico. «Da quando, all’inizio del secolo scorso, si scavarono le prime due città, Mohenjo-daro e Harappa», spiega Boccali, «non sono mai state trovate fortificazioni né armi». Come fecero, allora, a difendersi dalle invasioni? «Forse grazie al relativo isolamento geografico. Di certo, la presenza di raffigurazioni femminili, che suggerisce il culto di una dea madre, indica una cultura non aggressiva».

Si pensa che la società avesse una struttura democratica, in cui le decisioni venivano prese da assemblee di cittadini. La presenza di standard per la produzione di mattoni e ceramiche, ma anche per pesi e misure, e l’esistenza di magazzini pubblici per il cibo indicano un alto livello di organizzazione. Resti di barche e tracce di un canale in comunicazione con il mare dimostrano che questi uomini erano abili navigatori: i loro prodotti arrivarono fino in Mesopotamia, nella città di Ur.
 
Ma a destare l’interesse degli archeologi sono soprattutto le numerose iscrizioni rinvenute, spesso incentrate su figure di animali come elefanti, tigri, bufali, unicorni e uri, grandi bovini ormai estinti. Secondo il linguista Asko Parpola, dell’Università di Helsinki, molti di questi segni rappresentano parole, sillabe e fonemi. Si tratterebbe, insomma, di una forma di scrittura, l’indu, ancora da decriptare. Non tutti, però, concordano che si tratti di una scrittura vera e propria. Secondo alcuni, quella indu era una forma di comunicazione limitata a nomi di personaggi, alle loro funzioni e proprietà: a ogni persona o cosa era assegnato un simbolo.

«Tuttavia», dice Tiziana Pontillo, indologa dell’Università di Cagliari, «se la civiltà dell’Indo aveva scambi con la Mesopotamia non poteva ignorare la scrittura». La lingua che parlava questo popolo era una forma arcaica di sanscrito o una lingua dravidica (dell’etnia dei Dravidi), oppure apparteneva a un gruppo linguistico estinto. Senza un idioma “parente” conosciuto, mancano anche i termini di paragone per la decifrazione dei loro segni.

IL FIUME INARIDITO. Anche la fine di questa civiltà è molto misteriosa. Fino a qualche tempo fa si pensava che fosse legata a uno sconvolgimento ecologico. Verso il 1900 a.C. l’ambiente s’inaridì, scomparve il Ghaggar-Akra, fiume su cui viveva parte della popolazione e la civiltà dell’Indo iniziò un rapido declino: la popolazione si ridusse e in gran parte migrò lungo le rive del Gange.

Recentemente alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che il fiume fosse già sparito prima della fondazione della civiltà stessa. Attraverso indagini sul campo e immagini satellitari, l’Istituto indiano di tecnologia di Kanpur e l’Imperial College di Londra hanno stabilito che il vecchio fiume si prosciugò fra 12 e 8 mila anni fa. Come facesse la popolazione della valle dell’Indo a recuperare l’acqua necessaria, rimane un mistero.

In seguito arrivarono gli Indoari, originari dell’Altopiano Iranico, che portarono l’induismo. «Non fu una vera invasione, ma l’insediamento graduale di piccoli gruppi in rete fra loro, favoriti dall’uso del cavallo», spiega Pontillo. «In realtà le migrazioni furono due. La prima, intorno al 1500 a.C., vide l’arrivo di gruppi Indoari che ancora non praticavano la divisione in caste della società. Avevano piuttosto la cultura del guerriero asceta e della solidarietà. Sceglievano il loro leader democraticamente, in base al suo valore». E questo fa pensare a un’influenza culturale proprio da parte della decaduta civiltà dell’Indo.

Una seconda ondata di arrivi, che portò alla divisione della società in caste, si ebbe nel 500 a.C. Alla fine, comunque, alcuni elementi dell’induismo presenti anche oggi – come la cura dell’igiene, i bagni rituali e l’ascetismo – potrebbero avere raccolto l’eredità della civiltà della valle dell’Indo. Che fra i suoi simboli aveva anche un personaggio in posizione yoga: era forse la versione più antica di Shiva, ancora oggi una divinità centrale della religione induista.

QUANTO è ALTO (DAVVERO) L’EVEREST?

Il terremoto che colpì il Nepal nel 2015 potrebbe averlo abbassato di qualche centimetro. Il governo indiano ha annunciato una spedizione per misurare di nuovo la cima.
Il terremoto di magnitudo 7.8 che ha colpito il Nepal nel 2015, e che uccise migliaia di persone e alterò significativamente il paesaggio himalayano, potrebbe aver accorciato il tetto del mondo di alcuni centimetri, in base a quanto suggeriscono i dati satellitari. L’ultima misurazione ufficiale dell’Everest (8.848 metri) risale a 62 anni fa e fu effettuata sempre dal governo indiano.

DISPUTE POLITICHE. Le autorità nepalesi hanno però precisato di non avere ancora ufficialmente accordato il permesso per una spedizione indiana, e che potrebbero organizzare una propria missione indipendente sulla cima. In seguito al sisma del 2015, il più distruttivo degli ultimi 80 anni, un’ampia fascia dell’Himalaya (inclusa quella su cui sorge la capitale del Nepal, Katmandu) si è abbassata di almeno un metro.

PAZIENTI VERIFICHE. Per capire come il terremoto abbia influito sull’altezza della montagna serviranno ora misurazioni GPS e triangolazioni – un tipo di tecnica che sfrutta le proprietà geometriche dei triangoli per calcolare la distanza tra punti. La spedizione annunciata dal governo indiano dovrebbe richiedere un mese di tempo, mentre per il calcolo e la diffusione dei dati serviranno circa 15 giorni.

IL PIU’ GRANDE INPIANTO SOLARE AL MONDO

Con 750 megawatt installati supererà di quasi il doppio quello americano. Il subcontinente indiano punta molto sulle rinnovabili, anche per offrire energia a paesi che faticano ad ottenerla.

POTENZA RECORD. La città solare andrà ad occupare 1500 ettari, sarà divisa in tre segmenti e avrà una potenza installata quasi doppia rispetto ai 392 MW di Ivanpah, l’impianto ubicato nel deserto californiano del Mojave, che fino allo scorso anno però non riusciva a produrre che la metà della potenza teorica. Una volta attiva (marzo 2017), potrebbe dare energia a circa 2 milioni di abitazioni.

L’IMPEGNO DELL’INDIA. L’India, terzo paese nella classifica delle emissioni di CO2 dopo Cina (al lavoro con il megaimpianto del Gobi) e USA, punta decisamente sulle rinnovabili: il progetto del Madhya Pradesh si aggiunge a quello della regione di Cochin, dove è in lavorazione il primo aeroporto al mondo interamente alimentato ad energia solare, con un risparmio di 300mila tonnellate di CO2 nei prossimi 25 anni. L’obiettivo del governo è sfruttare i 300 giorni di sole in media all’anno, il che significa 5 mila miliardi di kWh da distribuire nel paese ogni anno.

Ma l’India, secondo le parole del primo ministro Narendra Modi pronunciate durante un recente summit in Rajasthan, intende anche dedicare parte di questo patrimonio energetico per aiutare a rifornire di energia alcune nazioni del Pacifico che hanno difficoltà di approvvigionamento e sono a rischio di catastrofi naturali.

 MADRE TERESA DI CALCUTTA, UNA SANTA MODERNA

Piccola come la “matita di dio” che diceva di essere, Madre Teresa aveva la forza di un gigante quando si trattava di assistere sulle strade dell’India chi era rifiutato da tutti. Ma fu anche una valente manager, che si attirò critiche. Ed ebbe una lunga crisi religiosa. Che non le ha impedito di diventare santa.
Madre Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice della Congregazione delle Missionarie della carità, che sarà proclamata santa da Papa Francesco domenica 4 settembre in piazza San Pietro alle 10.30. Ecco la sua storia, raccontata da Focus Storia in uno dei primi numeri di Focus Storia Biografie.

“Il posto di Dio nella mia anima è vuoto, non c’è Dio in me. […] Sperimento questa terribile sofferenza dell’assenza di Dio, che Dio non mi voglia, che Dio non sia Dio, che Dio non esista veramente”.

Il rovello interiore non è quello di un qualsiasi agnostico, ma di un’icona del cattolicesimo che sarà proclamata santa dalla Chiesa di Roma e personalità tra le più celebri del XX secolo: Madre Teresa di Calcutta.

Le lettere ai suoi confessori, pubblicate nel 2007, mostrano infatti che per quasi mezzo secolo l’instancabile suora sperimentò una “dolorosa notte” dell’anima. Una crisi tanto più sorprendente se si considera che questa esile religiosa sempre vestita in sari (il tradizionale abito indiano) ha incarnato come pochi altri i valori e lo spirito più autentici della fede cristiana, dedicando tutta la sua esistenza ai “più poveri tra i poveri”, come diceva lei, ai quali ha destinato tutti i premi e i finanziamenti ricevuti compreso il Nobel, e fondando un piccolo esercito di oltre 5 mila suore che oggi portano avanti il suo insegnamento in più di cento Paesi.

BOCCIOLO DI FIORE. Accidentato ma tenace, quello di Anjeza Gonxha (“Bocciolo di fiore”) Bojaxhiu con la fede fu un percorso iniziato lontano dall’India, e precisamente dai Balcani, dove ancora ragazzina già si prodigava per i poveri. Un percorso cominciato dal Santuario della Madonna Nera di Letnice (vicino a Skopje, in Macedonia) nel quale a soli 12 anni Anjeza sentì la sua chiamata. E rafforzato dall’eccezionale tempra della madre Drane.

Soprannominata “Mamma Loke” da amici e parenti, era una donna altruista e molto devota: “Bisogna fare il bene senza mettersi in mostra, con la stessa naturalezza di quando si lancia un sasso nel mare” ripeteva. Aveva anche vedute moderne in rapporto ai suoi tempi e al suo ambiente: per i tre figli volle infatti un’istruzione superiore alla media, e di pari livello tra il maschio e le due femmine. Alla morte del marito Kole, facoltoso imprenditore, i conti della famiglia finirono in rosso e Drane organizzò in casa un piccolo laboratorio di cucito e ricamo. Vi lavorò in seguito anche la figlia Aga, ex annunciatrice di Radio Tirana fatta licenziare dal regime comunista albanese di Enver Hoxha per le sue parentele scomode: il fratello Lazar, rifugiato illegale nell’Italia “capitalista”, e la sorella minore Anjeza (la futura Teresa), esule dall’Albania a 18 anni per farsi suora e dunque – per il governo – “spia del Vaticano”.

AI PIEDI DELL’HIMALAYA. Sulla scia dei racconti di missionari gesuiti nel Bengala, che da piccola la incantavano, Anjeza completò il suo il noviziato presso le suore lauretane a Darjeeling, ai piedi dell’Himalaya, dove imparò inglese e bengali e si impratichì come infermiera. Per il nome da consacrata scelse di ispirarsi alla mistica francese Teresa di Lisieux, santa umile per eccellenza.

Era l’inizio di una nuova vita, che però madre e sorella potevano seguire solo da lontano: infatti, le due donne vivevano blindate in Albania, sotto l’occhio vigile della dittatura. Per 45 anni il regime avrebbe rintuzzato ogni sforzo diplomatico compiuto dalla celebre Teresa per farle estradare (“Non sono in grado di affrontare un viaggio all’estero” la motivazione ufficiale) o almeno poterle riabbracciare. Pochi giorni prima di morire, Drane inviò alla figlia un’ultima foto con dedica: “Bocciolo, ti bacio. Mamma Loke”. Erano i primi anni Settanta e nel frattempo la minuta suorina aveva fatto molti cambiamenti, dentro e fuori di sé.

UN NUOVO ABITO. Teresa era diventata direttrice di un collegio cattolico a Entally, nei pressi di Calcutta (oggi Kolkata), ma il ruolo le stava stretto: al di là delle mura dell’edificio il suo sguardo indugiava sugli slum, le baraccopoli con bimbi nudi e sporchi, lebbrosi, storpi e moribondi agonizzanti sui marciapiedi. Poi una notte, in viaggio verso Darjeeling per gli esercizi spirituali, ebbe la “chiamata nella chiamata”: a quei reietti ignorati da tutti avrebbe dedicato la sua vita. Nel 1948 la firma di Pio XII la autorizzava a vivere fuori dal convento, e lei subito rimpiazzò il nero abito lauretano con un sari di cotone bianco bordato d’azzurro, la semplice veste delle donne indiane. Un’infarinatura di medicina presso un ospedale, ed eccola avventurarsi nell’inferno dello slum di Motijhil.

I primi strumenti di lavoro furono acqua e sapone per lavare bambini, vecchi piagati e donne sofferenti; ma anche la mano tesa con cui andava in giro mendicando cibo e medicine per loro. Dopo pochi giorni Teresa aprì una scuola improvvisata sotto un albero, scrivendo lettere e numeri per terra con un bastoncino. La prova più impegnativa, però, furono le strade. Il primo rifiuto umano che tolse dal marciapiede – avrebbe ricordato anni dopo – fu una donna malata e lasciata in un angolo a morire: “Giaceva a terra, mangiata per metà da topi e formiche: l’odore del suo corpo era così forte che stavo per vomitare. La portai su un carretto all’ospedale: non volevano accettarla, se la tennero solo perché mi rifiutai di andarmene finché non l’avessero ricoverata”.

TALENTO DA MANAGER. Sottoposta a una corvée giornaliera fisicamente ed emotivamente durissima, ogni tanto la giovane suora ripensava alla vita sicura del suo convento, ma tirava dritto. Arrivarono i primi volontari, poi qualche piccolo gesto di attenzione da parte della municipalità. L’inizio di tutto fu un budget di 5 rupie. In seguito oboli e donazioni avrebbero toccato cifre a 9 zeri, mentre la piccola albanese rivelava carisma e talento da vero manager umanitario. Tanto che, nel 1950, con un decreto della Santa Sede nasceva la Congregazione delle Missionarie della Carità: con un contorno di sole 12 consorelle e di uno stile di vita sobriamente francescano, nasceva così ufficialmente anche “Madre” Teresa.
Sorprendentemente, proprio in quel periodo cominciò anche la sua crisi religiosa, che l’accompagnò fino alla morte e fu resa pubblica solo nel 2007. In quegli anni Madre Teresa fece costruire Casa Kalighat per i morenti (o Nirmal Hriday, Casa dei “Puri di cuore”) che offriva ai malati incurabili rifiutati dagli ospedali un posto dove morire con dignità secondo i riti della propria fede. Le suore allestirono l’istituto nella… casa del diavolo, ovvero un ex ostello di pellegrini della nera e crudele dea induista Kalì, messo a disposizione dal Comune e subito imbiancato per cancellare dalle pareti sporcizia e sangue.

UNA CABRIOLET IN REGALO. Di lì a poco sarebbe nata anche una struttura per i bambini abbandonati e il grande lebbrosario Shanti Nagar (che vuol dire “Città della pace”). A donare il terreno fu il governo, mentre i primi lotti li pagò indirettamente uno sponsor d’eccezione, papa Paolo VI, che in visita a Bombay ammirò stupefatto l’opera di Madre Teresa e al momento di partire le lasciò in dono la lussuosa cabriolet fornitagli per i suoi spostamenti. La frugale suora commentò: “Chissà quanta benzina consuma!” e in quattro e quattr’otto la vettura era all’asta, il ricavato investito nella nuova struttura assistenziale.
La notorietà di Madre Teresa era comunque ancora agli inizi, e del resto in quegli anni l’opera delle consorelle rimase confinata ai bassifondi di Calcutta. Presto, però, la religiosa poté contare a sorpresa su un potente alleato mediatico: il documentario Qualcosa di bello per Dio che il giornalista britannico Malcom Muggeridge girò nel 1969 sull’attività delle missionarie. Giudicato a priori inutilizzabile, perché ripreso in pessime condizioni di luce, il materiale si rivelò in sede di montaggio sorprendentemente nitido; per alcuni membri della troupe il merito fu di un nuovo tipo di pellicola della Kodak, ma Muggeridge, più tardi convertitosi al cattolicesimo, parlò apertamente di miracolo.

ESPANSIONE ALL’ESTERO. Il filmato fece il giro del mondo e la fama della missionaria lievitò di pari passo. Fu così che, con l’assenso papale a espandersi fuori dall’India, iniziò una crescita che i decenni successivi non avrebbero fatto che confermare: le iniziali 12 missionarie della Carità diventarono migliaia, e dal tronco originario della congregazione spuntarono un ramo maschile, uno contemplativo e due organizzazioni di collaboratori laici. L’impegno poi si spalmò pian piano su 4 continenti con orfanotrofi, strutture di assistenza ai malati di Aids, ospizi e centri per senzatetto, profughi, alluvionati.
Un potente moltiplicatore di possibilità fu certamente la fama: il ruolo di star della carità portava infatti a Madre Teresa strette di mano con i potenti della Terra, lauree honoris causa e riconoscimenti a pioggia, ma anche aiuti e donazioni utili alla causa. Giovanni Paolo II la ammirava, Reagan la premiò alla Casa Bianca, la “principessa triste” Lady Diana andò a lavorare da lei come volontaria, l’Onu le aprì le porte. Lei raccontava ridendo di aver sognato di litigare addirittura con san Pietro in persona, “minacciandolo di riempirgli il paradiso di straccioni”.

I viaggi non si limitavano agli incontri con i vip: nel 1982, durante l’assedio di Beirut, in Libano, costrinse israeliani e palestinesi a un cessate-il-fuoco che salvò la vita ai piccoli pazienti di un ospedale in prima linea . E, ancora, prestò la sua opera dopo lo scoppio della centrale nucleare di Chernobyl (Urss), nell’Etiopia affamata dalla carestia e tra i terremotati dell’Armenia.

IN SANDALI A STOCCOLMA. Il suo stile non mancò di suscitare polemiche ma nel perseguire la sua missione la fragile suorina rivelò una tempra d’acciaio. Nel 1990 l’Albania comunista la premiò, ma continuò a vietarle di aprire uno dei suoi centri. Lei, per perorare la sua causa, non esitò a stringere le mani insanguinate di Nexhmije Hoxha, vedova del dittatore e non meno compromessa di lui con arresti ed esecuzioni capitali. La sua testardaggine sembrava quasi guardare oltre le miserie dei suoi interlocutori: nel Paese ormai libero tornò l’anno dopo per inaugurare un ospizio e un orfanotrofio, ma anche per assistere ai primi battesimi dopo mezzo secolo di ateismo di Stato.

Nel 1979, a consacrarne la statura internazionale era già arrivata l’epocale consegna del Nobel: tra frac e abiti di gala, lei si era presentata come al solito, con sandali e sari di cotone, sfidando le temperature polari di Oslo. E tuttavia raggiante: gran cosa per i suoi poveri l’assegno da 1 milione di dollari legato al premio, a cui si aggiungevano i 7 mila del banchetto in suo onore che aveva subito fatto annullare.

SUI FRANCOBOLLI. Quando infine arrivò l’effigie sui francobolli, eccezionale per un personaggio ancora vivente e privo di ruoli politici, Madre Teresa era ormai una presenza stabile nell’Olimpo laico del mondo moderno. Il paradiso cattolico, però, è ben altra cosa: quando nel 1997 l’anziana suora spirò, papa Wojtyla forzò i tempi ecclesiali e a soli 2 anni dalla morte (anziché i 5 canonici) fece aprire il processo di beatificazione. Non essendo Teresa una martire della fede, serviva però, a norma di legge, un miracolo. Che arrivò, ma dalla parte… sbagliata: la prova vivente, l’indiana Monica Besra, era infatti induista. Povera e gravata dal verdetto clinico di un cancro all’addome, nel 1998 Monica lasciò un costoso ospedale per affidarsi alle cure gratuite di una casa delle Missionarie della Carità, dove pregò strofinandosi sul corpo un’immaginetta di Madre Teresa. Il giorno dopo il male era scomparso, e subito i medici curanti si divisero: per alcuni la guarigione era un mistero clinico, per altri l’effetto di regolari terapie contro quello che – dissero – magari non era neanche un tumore, ma solo una cisti tubercolare.

UN ALTRO MIRACOLO. Il Vaticano ha accettato l’inspiegabilità della guarigione, elevando nel 2003 Madre Teresa “agli onori degli altari”, secondo la formula di rito. E riguardo al suo lungo travaglio interiore? Nessun problema: la Chiesa ne era al corrente. Anzi, secondo Albert Huart, padre spirituale della religiosa, la crisi si spiega con i “periodi di desolazione e travaglio spesso sperimentati da anime molto avanti nel cammino della santità”.

L’iter ufficiale verso l’aureola, aperto nel 2005, si conclude il 4 settembre 2016, con la canonizzazione. Ultimo capitolo di una sterminata letteratura su questa donna, che una volta ammise candidamente: “La gente che scrive su di me sa sul mio conto più di quanto ne sappia io stessa”.

LA CITTA’ SCOPERTA DALLO TSUNAMI

La furia dello tsunami che lo scorso 26 dicembre ha sconvolto India, Sri Lanka e Sud Est asiatico, ha anche rivelato preziosi resti archeologici che si credevano persi per sempre.
È successo a Mahabalipuram, una cittadina costiera dell’India, non distante da Madras. Secondo la leggenda qui dovevano trovarsi in passato sette splendide pagode dedicate a divinità Hindu. Ma soltanto una si erge ancora intatta sulla spiaggia, riccamente ornata di bassorilievi. Ora però il maremoto ha scoperto sott’acqua i resti di una seconda costruzione, anche questa con preziose decorazioni raffiguranti leoni, elefanti e pavoni. Si tratta, secondo gli studiosi, di motivi ricorrenti durante il periodo della dinastia dei re Pallava, che risale al settimo e ottavo secolo dopo Cristo.
Muro del “pianto”. Secondo l’autore della scoperta, l’archeologo indiano Theyaga Satyamurthy, «il muro scoperto dallo tsunami può essere parte di un tempio o una porzione dell’antico porto della città, che ai tempi del suo massimo splendore era un importante centro commerciale». Poi, in un’epoca imprecisata, qualche cataclisma, forse proprio uno tsunami simile a quello di dicembre, ha sommerso gran parte dell’antica città, comprese le sei pagode scomparse. Ora il governo indiano ha deciso di finanziare nuove ricerche per individuare altre strutture subacquee. Che andrebbero ad arricchire ancora di più un luogo che è già stato inserito dall’Unesco tra i patrimoni mondiali dell’umanità.

L’INSETTO CHE STA CAMBIANDO COLORE AL TAJ MAHAL

Gli escrementi di un insetto che si annida in un fiume vicino lo stanno tingendo di verde, ma ripulirlo tutti i giorni danneggia i delicati motivi floreali dei suoi marmi.
Il marmo bianco del monumento simbolo dell’India ne sta passando di tutti i colori. Da alcuni anni il Taj Mahal si sta ingiallendo a causa delle polveri sottili; ma ora il mausoleo che sorge ad Agra, nell’Uttar Pradesh, si sta tingendo di verde, per gli escrementi di un insetto che vive nei paraggi.

INDISTURBATI. A dare l’allarme sono stati gli esperti dell’Archaeological Survey of India, responsabili della conservazione del sito. Il vicino fiume Yamuna è tempestato di insetti del genere Goeldichironomus, simili a zanzare, che in queste acque si riproducono. La siccità degli ultimi tempi ha provocato una secca che ha lasciato il fiume senza pesci, e i moschini senza predatori. Così sempre più insetti sono attratti dalle pareti bianche dell’edificio, che ricoprono di un guano verde e viscido.

CENERI UMANE. A nulla valgono i quotidiani sforzi di ripulitura: lavando il marmo si rischia di danneggiare le fini incisioni che lo ricoprono, anche se – fortunatamente – gli escrementi sembrano solubili in acqua (e non dovrebbero creare danni irreparabili). Il problema va affrontato alla fonte, cioè bonificando le acque stagnanti in cui le bestiole si annidano. Nel fiume Yamuna vengono sversate, tra l’altro, le ceneri di un vicino crematorio, una fonte primaria di cibo per gli insetti, insieme alle alghe.

DNA DI UN ANTICO ABITANTEE DELLA VALLE DELL’INDO

Le analisi genetiche di un individuo della civiltà di Harappa rivelano che i moderni abitanti dell’India discendono da questa antica popolazione, pioniera dello sviluppo agricolo in Asia meridionale.

La misteriosa civiltà della Valle dell’Indo inizia a svelare alcuni dei suoi segreti: per la prima volta è stato possibile sequenziare il DNA di un individuo vissuto quattromila o cinquemila anni fa a Rakhigarhi, un tempo la più grande città (e oggi importante sito archeologico) dell’antica popolazione, contemporanea all’Egitto delle piramidi.

In base alla nuova analisi pubblicata su Cell, i moderni abitanti del subcontinente indiano discenderebbero in gran parte dagli esponenti di questa avanzata e finora poco conosciuta cultura. Non solo: dalle analisi genetiche sembrerebbe che l’agricoltura non sia stata portata in Asia meridionale dagli abitanti della Mesopotamia, ma che si sia sviluppata direttamente da popolazioni di cacciatori-raccoglitori locali.

UNA CULTURA MOLTO AVANZATA. La civiltà della Valle dell’Indo o di Harappa (dal nome del primo sito scoperto) fu una delle prime società urbane su larga scala del mondo antico: fiorì tra il 2600 e il 1900 a.C. lungo i fiumi Indo e Sarasvati e si estese su una vasta porzione della parte nord-occidentale dell’Asia meridionale, su Pakistan e India dell’ovest.

Di questo popolo non si conoscono lingua né sistemi di scrittura, ma fu probabilmente una civiltà pacifica (non sono state ritrovate armi né fortificazioni) e benestante, che commerciava su lunghe distanze e aveva città assai evolute, dotate di elaborati sistemi di scarico fognario, granai e misure standardizzate per pesi e lunghezze.

PAZIENZA PREMIATA. Fino ad oggi il clima caldo umido delle pianure dell’Asia meridionale aveva impedito di ritrovare materiale genetico in uno stato decente di conservazione. Nel nuovo studio, alcuni ricercatori del Birbal Sahni Institute of Palaeosciences di Lucknow, India hanno analizzato 61 resti ossei trovati a Rakhigarhi: uno di essi conteneva una piccola quantità di antico DNA che si è rivelato autentico e che è stato studiato in un centinaio di tentativi di sequenziamento.

LE RISPOSTE. Il primo mistero svelato riguarda le origini della civiltà di Harappa. Prima delle analisi si pensava che questa popolazione potesse discendere dai cacciatori raccoglitori del Sudest asiatico, dai popoli delle steppe o dagli antichi iraniani: ogni ipotesi era ugualmente plausibile. Il DNA sequenziato è in parte affine a quello degli antichi popoli dell’Iran e in parte ai cacciatori-raccoglitori del Sudest dell’Asia (non c’è traccia dei popoli delle steppe). Un profilo genetico unico e originale, in gran parte trasmesso ai moderni abitanti dell’Asia meridionale.

Il mix di geni è inoltre affine a quello di altri 11 antichi individui rinvenuti in vari siti archeologici dell’Iran e dell’Asia centrale, con caratteristiche genetiche anomale per i luoghi in cui sono stati ritrovati. Queste persone erano probabilmente migranti provenienti dalla valle dell’Indo.

SVILUPPO AUTONOMO. Una seconda scoperta riguarda la diffusione dell’agricoltura in questa parte di mondo. A lungo si è pensato che l’arte di coltivare il suolo fosse arrivata in Asia meridionale grazie agli spostamenti dei popoli mesopotamici della Mezzaluna fertile. Alcuni studi genetici che avevano individuato nei popoli iraniani i principali antenati degli abitanti del Sudest asiatico sembravano confermare questa teoria.

Tuttavia, la nuova ricerca mostra che gli antenati iraniani della civiltà dell’Indo si separarono dagli antichi pastori, coltivatori e cacciatori-raccoglitori dell’Iran prima dell’invenzione dell’agricoltura nella mezzaluna fertile. L’agricoltura fu dunque o reinventata nel Sud dell’Asia, o importata attraverso un passaparola culturale.

CHI ERANO GLI ADORATORI DELLA DEA KALI?

In India, nella mitologia indù, la dea Kali è una delle rappresentazioni della moglie del dio Siva, il quale ha due aspetti: divinità feconda, di cui si adora il lingam (fallo), e dio distruttore…

In India, nella mitologia indù, la dea Kali è una delle rappresentazioni della moglie del dio Siva, il quale ha due aspetti: divinità feconda, di cui si adora il lingam (fallo), e dio distruttore e guerriero. Anche sua moglie si presenta con vari aspetti: Parvati, madre dei suoi figli, Durga, dea della guerra, e Kali, divinità feroce e sanguinaria.
Kali è raffigurata con i palmi delle quattro o più mani rossi, la lingua e il petto coperti di sangue, con una collana di teschi o una cintura di serpenti, e tutta nera (Kali significa oscura).
Nel secolo scorso c’era in India una setta di adoratori di Kali chiamati tughs. Il nome deriverebbe dalla parola indiana thag, che significa truffa. Di fatto erano fanatici assassini: entravano in confidenza con le vittime predestinate e poi le strangolavano in onore della loro dea, con un preciso rituale. L’alto numero di omicidi costrinse nel 1828 il governo di Londra, di cui l’India era colonia, a prendere drastici provvedimenti, arrestando oltre 3 mila tughs tra il 1831 e il 1837. Una decina di anni dopo la setta era scomparsa.
Il culto di Kali però è ancora vivo tra gli indù, anche se con riti meno cruenti. La città di Calcutta, per esempio, deve il suo nome al Kalighat, un tempio di Kali che si trova accanto a un ospedale fondato da madre Teresa di Calcutta, ed è ancora oggi meta di pellegrinaggi.

CINA

11 COSA CHE (FORSE) NON SAI SULLA CINA E SUI CINESI

Quando si parla di Cina, bisogna sempre tenere presente che si tratta di una nazione che si estende per circa 10 milioni di chilometri quadrati, con una popolazione di quasi un 1,5 miliardi di persone (il 20% della popolazione mondiale). È un Paese impossibile da raccontare nella sua interezza: ecco invece un breve diario di viaggio, una raccolta di curiosità che coglie qualche sfaccettatura di questo immenso mondo – la capitale, Pechino, con i suoi contrasti tra antico e moderno; Pingyao, luogo di nascita della prima banca cinese; Xi’an, presidiata dall’esercito di Terracotta; le campagne di Guilin e Yangshuo, dove scorre placido il fiume Li…

Gli scooter elettrici sono il principale mezzo di locomozione, specie nelle grandi città come Pechino. Gli abitanti ci vanno senza casco, spesso in tre (mamma, papà e figlio, come si faceva in Italia negli anni ’60). A Pechino, per poter comprare una macchina è necessario passare da una sorta di “lotteria” per aggiudicarsi il permesso di acquistarla (causa sovrappopolazione e conseguenti problemi di inquinamento). Per questo motivo quasi tutti si muovono su due ruote, nonostante il freddo (in inverno si toccano i -20 °C), dal quale cercano di ripararsi con buffi copri braccia e gambe di ogni foggia e colore. Chi riesce a comprare la macchina, si tratta bene: BMW, AUDI e moltissime Tesla sfrecciano per le strade della capitale.

Gli affitti a Pechino sono cari: per un appartamento di media grandezza a un’ora e mezza dal centro, con due camere e un bagno, il costo mensile si aggira attorno al corrispondente di 1.000 dollari americani. Al contrario, andare al ristorante è molto economico: per un pasto completo si spendono appena due o tre euro, e con dodici euro si può gustare un’ottima anatra laccata (il piatto tipico di Pechino) nel migliore ristorante della città.

Il nuovissimo aeroporto di Daxing, a circa 50 chilometri a sud di Pechino, è il più grande del mondo. Inaugurato il 25 settembre 2019, è stato costruito in meno di cinque anni. I numeri sono da capogiro: con i suoi 700.000 metri quadri (un centinaio di campi da calcio!) e sette piste, garantisce 620.000 voli l’anno; il tutto è costato quasi sedici miliardi di euro (senza contare l’autostrada, la metropolitana e la ferrovia veloce che collegano l’aeroporto alla capitale). Il governo cinese prevede un traffico di 45 milioni di passeggeri l’anno nel 2021, che diventeranno 100 milioni negli anni successivi. La struttura, a forma di stella marina, non è solo freddo acciaio: al suo interno ci si può rilassare in attesa del proprio volo passeggiando per uno dei cinque giardini alla cinese, tra fontane, ponticelli e legni aromatici.

Ogni anno, prima dell’inizio dell’inverno (generalmente tra ottobre e novembre), la parte bassa dei tronchi degli alberi si tinge di bianco: non è infrequente incontrare persone impegnate a tinteggiare con pennelli o spray. Lo fanno per tre ragioni: repellere gli insetti, riflettere la luce riducendo il danno causato dalle temperature diurne e… rendere i limiti della strada più visibili quando è buio.

Non è un mistero che il sistema educativo cinese sia uno dei migliori al mondo, come confermato anche dall’ultimo rapporto Pisa (Programme for International Student Assessment) dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) – che però, ricordiamolo, ha preso in considerazione solo gli studenti di quattro grandi città: Pechino, Shanghai, e le vicine province di Jiangsu e Zhejiang. I bambini cinesi fin da piccoli devono darsi da fare e, obbligatoriamente, avere diversi hobby: a sette anni, c’è chi studia già pianoforte, violoncello, pittura, calligrafia e badminton. Inoltre devono leggere un libro a settimana per la scuola, e tenere un diario nel quale raccontare le proprie giornate. Al contrario dei loro genitori, la nuova generazione sta imparando l’inglese: la maggior parte dei cinesi adulti, invece, non ne parla né comprende una parola.

In Cina non si usano carte di credito né contanti: si paga tutto con il cellulare utilizzando il codice QR, e anche se lo smartphone è scarico si può pagare il biglietto della metro accostandolo al lettore. I ristoranti dei centri commerciali hanno un cartellone con i codici QR da inquadrare per scegliere la pietanza, pagarla e poi andare a cena.

Le coppie sposate non portano la fede: c’è l’usanza dell’anello di fidanzamento, che viene però indossato prima del matrimonio e poi riposto in un cassetto una volta sposati. La donna si veste tradizionalmente di rosso (il colore della fortuna per i cinesi), cambiando quattro o cinque abiti nel corso della giornata; in città sta però prendendo piede anche la moda occidentale del vestito bianco. Importantissimo è il book fotografico, le cui foto vengono scattate da uno a tre mesi prima delle nozze: servirà poi a decorare la casa dove vivranno i novelli sposi.

In Cina l’8 è il numero fortunato: la sua pronuncia è simile alla parola ‘发’ (fa) nella locuzione ‘发财’ (“fare una fortuna”); inoltre, se girato di 90°, simboleggia l’infinito. Le password di molti wi-fi pubblici contengono la cifra 8 ripetuta, e il numero di telefono 8888-8888 è stato venduto all’asta per 280.000 dollari all’aerolinea cinese Sichuan Airlines, una decina di anni fa.
L’esercito di Terracotta, considerata l’Ottava meraviglia del mondo, si trova a circa un’ora di strada da Xi’an, nella provincia dello Shaanxi. È stato commissionato dall’imperatore Qin oltre due secoli prima della nascita di Cristo, e ritrovato nel 1974 da un contadino, Yang Zhifa, che venne ricompensato dal governo con 300 yuan (l’equivalente, al giorno d’oggi, di circa 38 euro) e un terreno dove vivere (visto che il suo era stato espropriato per esigenze archeologiche). Le oltre settecentomila persone che lavorarono alla costruzione dell’esercito vennero fatte uccidere dall’imperatore (alcune finirono addirittura seppellite vive) per evitare che rivelassero i dettagli del lavoro (una pratica che ricorda quella dei faraoni egizi, che spesso muravano vivi i costruttori delle proprie tombe). Tra tutti i soldati di terracotta solo uno è stato ritrovato intatto: gli altri li sta ricostruendo un team di cento archeologi specializzati, che cataloga i pezzi delle statue per poi riassemblarle e collocarle nell’esatta posizione in cui si trovavano in origine.

La Grande Muraglia è una delle sette meraviglie del mondo. Costruita dall’imperatore-tiranno Qin (lo stesso dell’esercito di Terracotta) a partire dal III secolo a.C., si snoda per quasi 9.000 chilometri al nord della Cina, passando appena fuori Pechino. Nel 1988 è stata scenario della storia d’amore travagliata tra Marina Abramović (artista e attrice serba) e Ulay (pseudonimo dell’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen). Dopo dodici anni insieme, i due decidono di lasciarsi e progettano un’ultima performance: partire dai due estremi della muraglia e incontrarsi a metà. In effetti si incontreranno dopo novanta giorni di quello che doveva forse essere un “cammino di riconciliazione” per ritrovare un “sé di coppia”, ma nel frattempo Ulay si era innamorato (e aveva messo incinta) della sua interprete cinese.

In molti bar e ristoranti si trovano delle stazioni di ricarica piene di powerbank: pagando una piccola cifra (con lo smartphone), potrete ricaricare il vostro telefono sempre e ovunque.

MULAN è DAVVERO ESISTITA?

Mulan, il nuovo live action Disney, è ispirato alla leggendaria guerriera cinese Hua Mulan. Le sue avventure sono narrate in un popolare poema del VI secolo.
Non esistono prove che Mulan, l’eroina cinese dell’omonimo cartoon Disney del 1998 diventato nel 2020 un live action interpretato dell’attrice Liu Yifei, sia davvero esistita. Eppure, le gesta di Hua Mulan, la ragazza cinese che si traveste da uomo per combattere al posto del padre malato, sono note in Cina da secoli.

DONNA IN ARMI. Sono quelle raccontate ne La ballata di Mulan (木蘭詩, Mùlán shī) poema cinese di autore anonimo del VI secolo che ha, secondo alcune interpretazioni, anche una base storica: la campagna militare condotta dalla dinastia Wei del nord (che riuscì a unificare la Cina del nord nel 439) contro le tribù nomadi Rouran all’inizio del V secolo.

Anche se Mulan non esiste nei libri di storia, i cinesi vantano un caso di donna-guerriero che visse intorno al 1250 a.C.: il suo nome è Fu Hao e visse sotto la dinastia Shang. Era una delle mogli del sovrano Wu Ding e diventò generale in capo dell’esercito, anche se suo marito, prima di farsi convincere ad affidarle l’armata, volle interrogare gli oracoli.

CANTI POPOLARI. Come per tutte le leggende di successo, la ballata di Mulan ha subito nei secoli vari adattamenti in poemi, canti e poesie. In una versione molto famosa, l’imperatore scopre la vera natura di Mulan e vuole farne la sua concubina, ma la ragazza si oppone e si suicida.
Si ritiene che la popolarità della legenda di Mulan sia una conseguenza delle tristi condizioni nelle quali le donne della Cina feudale erano costrette a vivere: durante le dinastie Ming (1368-1644) e Qing venivano segregate in appositi spazi femminili, generalmente le stanze più buie e interne della casa, o le porzioni di giardino più isolate dall’esterno.

CONDIZIONE FEMMINILE. Le donne erano considerate esseri inferiori senza alcun diritto, nemmeno quello di potersi rivolgere all’uomo; veniva pertanto loro insegnato a non alzare la voce, a non mostrarsi troppo felici o ridere rumorosamente, a non correre, a non girare la testa mentre si camminava. Non ricevevano istruzione alcuna, ed erano destinate solo ai lavori domestici e al matrimonio.

Tra i tanti doveri ai quali erano sottoposte, c’era quello di tagliarsi i capelli a 15 anni e sposare l’uomo scelto dal genitore di cui divenivano proprietà. Il primo dovere era avere figli maschi, perché la nascita di una bambina era di malaugurio. Infine, se rimanevano vedove, erano condannate all’indigenza o, nel migliore dei casi, all’elemosina della famiglia del marito defunto.

EROINA DA FILM. Una storia così forte non poteva non attirare il cinema: una prima opera cinematografica risale agli anni ’40, ma ce ne sono state molte altre e persino un musical; nel 1999 la Cina ha prodotto anche una versione a puntate per la tv. Nel 2009, con il titolo Mulan, è uscito un film cinese con un gran dispiego di scene di guerra.

Il mondo occidentale, invece, ha scoperto l’esistenza di questo personaggio femminile leggendario, prima con il cartoon Disney Mulan del 1998, e ora con la versione live action diretta da Niki Caro. Peccato che quest’ultimo Mulan (disponibile solo sul canale Disney +), abbia scatenato diverse polemiche sui social poiché l’attrice di origine cinese Liu Yifei ha dichiarato di essere vicina alla polizia di Hong Kong. Inoltre, anche la Disney è stata criticata perché, nei titoli di coda, appaiono i ringraziamenti alle autorità dello Xinjang (dove la pellicola è stata girata) impegnate in una dura repressione della minoranza musulmana.

COS’è LA NUOVA VIA DELLA SETA?

Il grande progetto di sviluppo economico cinese nel mondo occidentale spiegato in modo semplice. E le potenziali conseguenze per la nostra economia.
Nuova Via della Seta è l’espressione coniata dalla stampa italiana per raccontare la Belt and Road Initiative (BRI), un ambizioso programma del governo cinese che vuole finanziare con oltre 1.000 miliardi di dollari diversi investimenti infrastrutturali in quasi ogni angolo del pianeta: Africa, Europa, India, Russia, Indonesia. L’iniziativa, fortemente voluta da Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, è stata lanciata nel 2013.

Dal punto di vista concreto la Belt and Road Initiative è un insieme di progetti pagati dal governo di Pechino e finalizzati alla realizzazione o al potenziamento di infrastrutture commerciali – strade, porti, ponti, ferrovie, aeroporti – e impianti per la produzione e la distribuzione di energia e per sistemi di comunicazione. Il tutto per facilitare e dare ulteriore impulso a scambi e rapporti commerciali tra le imprese cinesi e il resto del mondo: una sorta di piano globale (nel vero senso della parola) di commerci che – secondo la Banca Mondiale (WB, World Bank) – potrebbe arrivare a veicolare un terzo di tutto il commercio mondiale e coinvolgere il 60% della popolazione del pianeta.

Un piano che, senza clamore, è comunque in atto da tempo, come rileva un report del Center for Strategic and International Studies (CSIS) pubblicato a febbraio, secondo il quale alla fine del 2018 il governo cinese aveva già finanziato 173 grandi opere collegate alla BRI in 45 Paesi.

Come l’acquisizione, avvenuta nel 2016, da parte dell’azienda cinese Cosco, del 51% della società che gestisce il porto greco del Pireo: di fatto, ciò significa che da quasi tre anni uno dei porti più importanti del Mediterraneo è controllato da una compagine che riferisce direttamente al governo di Pechino.

Un altro esempio sono i 60 miliardi di dollari di finanziamenti a fondo perduto o a tassi super agevolati assicurati dallo stesso Xi Jinping lo scorso anno ai 50 capi di stato africani riuniti in occasione del terzo Forum on China-Africa Cooperation: giusto per avere un termine di paragone, la manovra economica italiana per il 2019 vale circa 42 milioni di dollari.

I SEI PILASTRI. Descrivere nel dettaglio la BRI è quasi impossibile. Per quel che possiamo vedere, Pechino non fa molto per garantire la trasparenza dell’iniziativa – a cominciare dal sito Internet ufficiale per l’iniziativa, che è molto più “marketing” che informativo. In sintesi, la Belt and Road Initiative vedrebbe snodarsi, dalla Cina, sei grandi corridoi commerciali:

# quello con il Pakistan (Cpec);
# quello che passa per l’India, il Bangladesh e il Myanmar (Bcimec);
# quello che unisce Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan (Cwaec);
# quello che coinvolge Cambogia, Laos, Malesia, Thailandia, Myanmar e Vietnam (Cicpec);
# quello che collega Pechino con Russia e Mongolia (Cmrec);
# quello che garantisce gli sbocchi in Europa (Nelb).

LA VIA DELLA SETA PASSA DAL TRIVENETO. Nell’idea di Pechino la BRI dovrebbe passare anche per il nostro Paese, attraverso il finanziamento di grandi opere stradali e ferroviarie, con il potenziamento dei collegamenti con la Cina via mare e via cielo e con l’iniezione di capitali cinesi in settori chiave come quello dell’energia.

Nel mirino dei cinesi ci sarebbero il porto di Trieste, una cooperazione nel comparto dell’energia tra Terna e la State Grid Corporation of China e non meglio specificate collaborazioni tra aziende pubbliche e private orientali e grandi progetti europei come la TAV.

L’EUROPA CHIEDE ATTENZIONE. Qualche giorno fa il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha dichiarato che l’Italia potrebbe ufficialmente aderire alla Belt and Road Initiative, diventando così il primo Paese del Gruppo dei 7 (G7: Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Usa, Canada) a schierarsi apertamente a fianco di Pechino. Conte ha dichiarato che sarà firmato un memorandum d’intesa sulla BRI in occasione della visita in Italia di Xi Jinping (21-23 marzo).

A livello internazionale, diversi Paesi, capitanati da Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, hanno apertamente dichiarato di non essere favorevoli alla BRI e la stessa Unione Europea ha chiesto all’Italia prudenza sul contenuto degli accordi che si accinge a firmare. Questo perché (affermano gli analisti) il rischio è che il baricentro economico del nostro Paese e dell’intera Europa si sposti dall’asse occidentale verso un asse orientale e cinese e che la Cina acquisti, se non il controllo, significative aree di influenza in settori considerati strategici per l’economia e la sicurezza nazionale.

Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo, in un incontro organizzato dall’Istituto per il Commercio Estero (ICE) a New York con i rappresentanti delle imprese italiane attive negli Stati Uniti, ha sottolineato più volte come la Cina sia un avversario commerciale e che Europa e Stati Uniti dovrebbero allearsi mettendo in campo strategie comuni finalizzate alla tutela dei rispettivi interessi economici.

IL DRONE PER CONSEGNE PIU’ GRANDE AL MONDO

JD.com, colosso cinese dell’e-commerce, sta per far decollare una flotta di droni giganti in grado di trasportare carichi di una tonnellata per centinaia di chilometri.
E se la prossima auto, magari acquistata online, ve la consegnasse… un drone? Potrebbe succedere tra non molto in Cina dove JD.com, uno dei maggiori siti di e-commerce del Paese insieme ad Alibaba, ha recentemente avviato la progettazione del drone per consegne più grande del mondo. Si tratta di un velivolo senza pilota a 3 rotori in grado di trasportare carichi fino a una tonnellata per oltre 250 km.

PRONTI AL DECOLLO. La provincia di Shaanxi, ha già autorizzato JD.com a operare su qualche centinaio di rotte a bassa quota che copriranno un’area di 9.000 kmq.

Per ora i superdroni verranno utilizzati dai contadini della zona per consegnare i prodotti freschi a JD.com senza dover dipendere dalle strade pubbliche, dissestate, trafficate e spesso impraticabili.
A TUTTO HI-TECH. Il progetto è parte di un più ampio investimento di JD.com nella provincia di Shaanxi: tra i piani dell’azienda ci sono un centro logistico completamente robotizzato che occuperà 30 ettari di superficie, una fabbrica di droni, un polo scientifico e una server farm.

Ma il superdrone rappresenta anche una grande vittoria tecnologia del paese asiatico sugli Stati Uniti: Amazon infatti, oltre a non disporre ancora di mezzi con questa capacità, sta discutendo con l’Ente Federale per la Sicurezza per ottenere l’autorizzazione a far volare i propri quadricotteri per le consegne a cortissimo raggio.

QUANDO E DA CHI SONO STATI INVENTATI I BONSAI?

I primi bonsai furono coltivati nel VI secolo dopo Cristo dai popoli nomadi di origine mongola che dominavano la Cina: facevano crescere piante medicinali nei vasi per poterli trasportare nelle migrazioni.
La pratica di miniaturizzare gli alberi però è probabilmente più antica e risale a una pratica di oltre 2.000 anni fa, chiamata Penjing, che consisteva nel comporre paesaggi con miniature di monti, fiumi e alberi. Il bonsai più antico mai ritrovato, infatti è stato rinvenuto in una tomba risalente a tremila anni fa.

La coltivazione dei bonsai come vera e propria arte fu sviluppata, attorno al 700, dai monaci buddisti cinesi, che applicavano ai mini- alberi i principi della loro filosofia: l’uomo doveva ridurre alla sua capacità di visione ciò che lo circonda, miniaturizzando non solo l’albero, ma anche il paesaggio su cui cresce. Altre scuole invece vedevano nei tronchi contorti e nati su una pietra la nascita della vita nonostante le avversità. Tronchi e rami potevano anche essere piegati per creare ideogrammi o numeri magici.

MITO E REALTÀ. Secondo una leggenda, la nascita dell’arte del bonsai risale al periodo Han (206 a. C.- 220 d. C.), e a iniziarla sarebbe stato un uomo dotato del potere di miniaturizzare i paesaggi. Ma la prima testimonianza certa si trova in un dipinto rinvenuto nella tomba di un nobile della dinastia Tang, morto nel 705 d. C., dove sono raffigurati due uomini che portano un contenitore con un piccolo albero. Nel periodo successivo, intorno al 1000, si diffusero composizioni di paesaggi, con pietre e figure, chiamate pun-wan o bonkei. Il modo di coltivare gli alberi si differenziò in varie scuole, a seconda delle dimensioni, delle varietà utilizzate e delle forme in cui gli alberi venivano piegati. I bonsai arrivarono in Giappone, probabilmente con i monaci buddisti, nel periodo Heian (794-1185 d. C.).
PIANTA IN VASO. Qui gli alberi in miniatura presero il nome di bonsai. All’inizio del 1800 sorsero le prime scuole di “arte bonsai” che codificarono stili, regole e misure. I grandi maestri provenivano da famiglie come i Kato, i Murata, i Nakamura. I primi esemplari di bonsai arrivarono in Europa alla fine del secolo scorso come curiosità esotiche, presentate alle esposizioni universali
Il termine giapponese bonsai deriva dal cinese pun sai, che significa pianta coltivata da sola in un contenitore, al di fuori del suo contesto naturale. La tecnica del bonsai prevede la miniaturizzazione dell’albero attraverso potature progressive dei germogli e la costrizione dell’apparato radicale in un vaso di dimensioni ridotte. Fili di rame e corde sono inoltre utilizzati per forzare i rami ad assumere forme contorte.

10 COSE DA SAPERE SULL’ECONOMIA CINESE

La crescita rallenta e questo preoccupa gli economisti. Ma la Cina ha ancora molto di cui vantarsi in termini di produzione.
Dopo più di vent’anni di crescita a due cifre, quest’anno l’economia cinese potrebbe crescere “solo” del 7,5%. Secondo gli economisti non è una buona notizia per nessuno: il solo debito pubblico cinese (su cui il governo il 29 luglio ha ordinato una verifica, ndr) non supportato dalla crescita del PIL sarebbe in grado di innescare una crisi finanziaria mondiale. Naturalmente non è detto che succeda. Ma nei mesi a venire l’economia del Dragone potrebbe guadagnare le prime pagine dei giornali anche da noi.
Ecco 10 cose utili (e curiose) da sapere…

1. 10 volte PIL
Dal 1978 ad oggi il PIL (prodotto interno lordo) della Cina è moltiplicato di dieci volte, facendo della Cina la seconda economia al mondo dopo gli Stati Uniti. Gli esperti sono convinti che entro il 2020 avverrà il sorpasso.

2. I cinesi “possiedono” gli USA
La Cina possiede 1.200 miliardi di dollari in T-bonds, i titoli del tesoro americano, che corrisponde circa al 10% dell’intero debito pubblico Usa. Non solo: sono cinesi anche l’80% dei fornitori della catena di supermercati Walmart, i più amati dagli americani.

3. Ricchi e poveri
Più di 135 milioni di cinesi hanno un livello di reddito al di sotto della soglia di povertà. Si tratta di più del 10% della popolazione cinese.
Secondo l’Hurun Wealth Report un cinese su 1.300 possiede più di un milione di dollari. In totale nel paese ci sono 1 milione e 20 mila ricchi, e di questi circa 63.500 hanno un patrimonio personale di oltre 10 milioni di euro.

4. Voglia di aria fresca, di computer e… cellulari
La Cina produce 80 condizionatori d’aria ogni mille persone, a fronte di 4,8 unità prodotte ogni mille persone nel resto del mondo. I computer prodotti invece sono 283 ogni mille persone (contro le 5,9 unità del resto del mondo).
Anche nei cellulari è imbattibile: China Mobile è il più grande provider di servizi per la telefonia al mondo, con un totale di 558,9 milioni di abbonati. E nel paese si producono 841 telefonini per 1.000 persone (sono solo 83,6 per 1.000 persone degli altri paesi).
5. Maiale a chi?
Il maiale è un animale molto apprezzato in Cina, tanto che appare stilizzato anche in alcuni ideogrammi, oltre che nell’oroscopo. Ma è soprattutto l’ingrediente base di molte cucine locali, al punto che ogni anno si producono 51,5 milioni di tonnellate di carne di maiale: circa il 50% dell’intera produzione mondiale.

6. Figli unici
Anche se la sua forza lavoro è stata in grado di produrre risultati sorprendenti nel corso degli ultimi vent’anni, il governo cinese cerca di limitarne la crescita attraverso la nota politica del figlio unico: le famiglie non possono avere più di un figlio. La legge è molto severa a riguardo e pare che – secondo un sondaggio – il 75% della popolazione approvi.

7. Campagna batte città
Secondo alcuni studi, entro il 2015, la popolazione urbana cinese dovrebbe raggiungere i 700 milioni di persone. Ad oggi rappresenta “solo” il 43% dell’intera popolazione che in gran parte continua a vivere nelle campagne, dove spesso sussistono situazioni di grande povertà e mancanza d’acqua e di trasporti.

8. La febbre del cemento
Il boom immobiliare cinese ha fatto sì che il paese arrivasse a produrre il 60% del cemento mondiale, modificando da un giorno all’altro il paesaggio metropolitano. Alcuni grattacieli di nuova costruzione però sarebbero già a rischio: a marzo una commissione d’inchiesta ha scoperto per esempio che nella città di Shenzen alcune aziende edili avrebbero usato cemento sotto costo, mettendo in pericolo la stabilità di almeno 15 palazzi.

9. La bolla in agguato
E c’è già chi parla di bolla immobiliare: in Cina si calcola ci siano 64 milioni di case vuote con intere città fantasma. Ma le costruzioni non si fermano e si prevede che il paese nel 2025 avrà un numero sufficiente di grattacieli da poter riempire 10 New York.

10. Natale in Cina
La Cina è considerata la fabbrica del mondo: tra le altre cose produce l’85% degli alberi di Natale artificiali e l’80% dei giocattoli di tutto il mondo. Senza di lei, insomma, addio Natale.

IL RISTORANTE CINESE CON I CAMERIERI ROBOT

Sono carini, sono efficienti e non chiedono l’aumento (e neanche le mance). I camerieri e i cuochi del Robot Restaurant, in Cina, hanno un cuore di pietra ma sono simpatici!

“Anche il menu, tipico cinese, è cucinato dai robot”
Sempre sorridenti – Il primo punto di ristoro con uno staff quasi interamente costituito da macchine ha aperto lo scorso giugno nella provincia del Heilongjiang, in Cina. Questi robottini, alti circa un metro e mezzo, cucinano e ti portano la tua ordinazione al tavolo. Quello che li rende più… appetibili, è il fatto che possono visualizzare fino a dieci espressioni facciali e che ti intrattengono cantando mentre aspetti il cibo. Nel ristorante ce ne sono venti, che si muovono fra l’area della cucina e quella della clientela tramite binari fissati sul pavimento.

“Stipendi” di lusso – Per avere uno staff eccellente, però, c’è ancora molto da lavorare. Innanzitutto i robot, con una ricarica di due ore garantiscono un’autonomia di sole cinque ore lavorative. Inoltre, ognuno di loro, ha un costo che varia da circa 26.000 ai 3.800 euro. La situazione migliorerà di sicuro, anche perché quelli utilizzati dal ristorante cinese non sono unici nel loro genere. Una start-up di San Francisco, la Momentum Machines, si dice infatti pronta a lanciare sul mercato un robot in grado di cucinare fino a 360 hamburger all’ora. Chissà se basteranno alla clientela americana!.

L’INQUINAMENTO UCCIDE 4.000 PERSONE AL GIORNO

La più grande catastrofe ambientale di oggi è la qualità dell’aria della Cina. Non quella di una sola zona o città, ma di tutta la Cina.

L’inquinamento atmosferico in Cina sta uccidendo una media di 4.000 persone al giorno. È quanto emerge da uno studio di Berkeley Earth, un gruppo di ricerca indipendente finanziato in gran parte da borse di studio, e pubblicato sul giornale on-line PLoS ONE dalla Public Library of Science.

Gli scienziati attribuiscono la responsabilità dei decessi soprattutto alle emissioni delle centrali a carbone e in particolare alle minuscole particelle note come PM2,5 che possono scatenare attacchi di cuore, ictus, cancro ai polmoni e asma e che – secondo lo studio di Berkeley Earth – uccidono silenziosamente 1,6 milioni di persone all’anno, il 17% del livello di mortalità della Cina.

La concentrazione di polveri sottili PM 2,5 in Cina. Rosso: zone malsane; Arancione: malsane per alcuni gruppi di persone più sensibili; Giallo: inquinamento medio; Verde: condizioni buone. | BERKELEY EARTH
«L’ultima volta che sono stato a Pechino – ha spiegato Richard Muller, direttore scientifico di Berkeley Earth e co-autore del documento – l’inquinamento era al livello di pericolo: ogni ora di esposizione riduceva la mia aspettativa di vita di 20 minuti. È come se ogni uomo, donna e bambino fumassero quasi 40 sigarette al giorno».

10 COSE CHE FORSE NON SAI SULLA LINGUA CINESE

Quanti tipi di cinese esistono? È davvero così difficile impararlo? Quanti ideogrammi si usano? E come fanno con le tastiere di computer e smartphone? Curiosità da una lingua parlata da oltre un miliardo di persone.
1.UNA LINGUA SETTE DIALETTI. La Cina è grande quanto un continente e per secoli le comunicazioni sono state difficili; così accade spesso che due cinesi, se provengono da zone lontane fra loro, non si capiscano. In realtà, la lingua cinese è suddivisa in sette gruppi dialettali diversi, con differenze paragonabili a quelle che vi sono fra le lingue europee. L’idioma ufficiale della Repubblica Popolare Cinese (e di Taiwan), parlato alla televisione e insegnato nelle scuole, è il dialetto di Pechino, che gli occidentali chiamano Mandarino e i cinesi Phutonghua, che significa “lingua comune”. È la lingua più parlata al mondo (la usa per comunicare circa 1,3 miliardi di persone) e una delle sei ufficiali delle Nazioni Unite.
2.NON PARLARE, SCRIVI. Ma che cosa accade quando cinesi che provengono uno da Shanghai e l’altro da Canton si incontrano? Se non si capiscono, si scrivono. E non da ieri: nel II secolo a. C. l’imperatore della dinastia Qin, l’unificatore dell’Impero (quello dell’esercito di terracotta e della Grande Muraglia), per poter meglio governare rendendo comprensibili gli editti unificò i caratteri, fissando quelli comuni a tutto il Paese. Così, se due cinesi hanno difficoltà a intendersi si tracciano rispettivamente sul palmo della mano il carattere corrispondente (che ha pronuncia regionale diversa ma si scrive nello stesso modo) e hanno risolto il problema.
3.NIENTE ALFABETO. Il mandarino non ha alfabeto. È scritto con i simboli conosciuti come ideogrammi. Il sistema di scrittura ideografico è riconducibile a oltre 4.000 anni fa e ogni simbolo rappresenta un morfema (un’unità espressiva della lingua). Inizialmente, i caratteri erano immagini dei loro significati, ma col tempo divennero stilizzazioni e misure sempre più complicate furono adottate per esprimere i concetti più astratti.
4.214 CARATTERI: ECCO LA CHIAVE DI LETTURA. Fra i sistemi di scrittura nati oltre 4.000 anni fa, solo i caratteri cinesi sono ancora in uso. I segni fondamentali della scrittura cinese sono 214 e si chiamano “caratteri radicali”: in questi tratti è ancora possibile individuare i primitivi pittogrammi (i disegni degli oggetti) che rappresentano la chiave di lettura dei 50 mila caratteri della lingua cinese. Qui sopra ne riportiamo tre semplici esempi.
5.PAROLE COMPOSTE Rispetto alla nostra scrittura, quella cinese tende a volte a riprodurre l’immagine di una situazione o a suggerire un’idea: per esempio, la parola “luce” è data dal pittogramma di sole, più quello di luna. Il sistema di scrittura cinese, infatti, costituisce una raffinata evoluzione della pittografia, la scrittura per disegni, il primo stadio di scrittura di molte civiltà, tra le quali la più nota fu quella egizia.
Ecco qualche esempio di costruzione di un carattere, partendo da altri due. La pace è rappresentata da una donna sotto il tetto; le idee brillanti le ha chi sa guardare lontano
6.IL CINESE È DIFFICILE? Ed è proprio imparare gli ideogrammi la vera difficoltà di chi vuole studiare cinese. Al contrario la grammatica cinese è estremamente semplice. Non ci sono coniugazioni verbali e i tempi sono espressi utilizzando espressioni di tempo come “domani, ieri, in futuro” etc. Non è necessario distinguere tra sostantivi singolari e plurali, o per genere. E non c’è… il maiuscolo.
7. MONOSILLABI E 4 TONI. Il cinese è una lingua tonale. Lo stesso monosillabo, cioè, si può pronunciare con quattro diversi toni di voce (più uno senza tono, neutro) e può significare così quattro parole diverse. Un esempio? La sillaba ma: se pronunciata modulando la voce con un suono alto e piano significa “mamma”. Se la voce sale come in una domanda (ma?) significa “canapa”. Se la voce scende e poi sale con il tono di una domanda mista a sorpresa vuol dire “cavallo”. Se invece scende con una risposta secca, ma significa “insultare”.
Ecco perché per un occidentale parlare il cinese, e comprenderlo, può essere molto difficile, anche se non tanto quanto il vietnamita, che ha addirittura sette tonalità diverse.
8.LATINO-CINESE.La buona notizia per chi si accinge a studiarlo è che il cinese-mandarino ha un altro sistema di scrittura, noto come Pinyin (letteralmente “trascrivere suoni”). È il sistema tramite il quale il suono dei caratteri viene traslitterato, cioè trasposto nelle lettere dell’alfabeto occidentale. Non è l’unico sistema (ecco perché nel tempo Pechino è stata chiamata Peking, Peiping e adesso Beijing) ma è quello adottato oggi.
Per pronunciare correttamente le parole cinesi, bisogna seguire alcune regole. Per esempio, “q” si pronuncia “c dolce” (per cui la dinastia qing si pronuncia cing, non ching o quing), la “x”, invece, si pronuncia “sc”, per cui la città di Xi’an si pronuncia sci-an.
9.MA COME FANNO A SCRIVERE AL PC O SULLO SMARTPHONE? Facile, proprio grazie al Pinyin. Grazie alla memoria del computer e passando attraverso il nostro alfabeto, i cinesi riescono a scrivere con il computer ottomila caratteri. Digitano, per esempio, la sillaba bai (che a seconda del tono può significare bianco ma anche altre parole) con i caratteri latini della tastiera e, dopo aver lanciato un “enter”, vedono apparire sullo schermo gli ideogrammi corrispondenti a tutti i significati di bai. A quel punto si sceglie, evidenziandolo con il cursore, il carattere che serve. Così la frase a ideogrammi si compone sullo schermo.
10.LINGUA MUSICALE. Un team internazionale di ricercatori ha scoperto che i bambini madrelingua cinesi di 3 e 5 anni tendono a essere più bravi dei loro omologhi occidentali nello studio e nell’esecuzione della musica: questo dipenderebbe dal fatto che il mandarino è una lingua tonale e impararla richiede l’attivazione anche delle strutture del cervello deputate alla musica

LE TOMBE DEI GIGANTI

Gli scheletri di individui molto più alti della media odierna (e di quella del Neolitico) aprono interrogativi sulle condizioni di vita e alimentari nella provincia dello Shandong, 5.000 anni fa.
Estremamente alti, non in assoluto ma per la media di 5.000 anni fa: gli scheletri di alcuni uomini di 1,8 e – almeno in un caso – 1,9 metri sono stati rinvenuti durante gli scavi archeologici nel villaggio di Jiaojia, nella provincia dello Shandong (sudest della Cina)

ANCORA PIÙ ALTI. Le misure riguardano soltanto la struttura ossea, come spiegano gli archeologi della Shandong University, autori della scoperta. Da vivi, questi individui dovevano facilmente superare 1,9 metri: dei veri spilungoni per gli standard del Neolitico, ma fuori misura anche per quelli odierni.

MASCHI A CONFRONTO. Nel 2015, l’altezza media di un 18enne nella stessa regione era di 1,753 metri, abbastanza vicino alla media nazionale, di 1,72 metri. Nonostante gli agi della modernità e la corretta alimentazione, i moderni abitanti della zona sono decisamente più bassi di quelli di 5.000 anni fa. A cosa si deve l’antica statura?

LE MISURE EUROPEE. In questa fase preliminare degli scavi – che ha riportato alla luce 205 tombe, 20 pozzi sacrificali e i resti di 104 abitazioni – e senza uno studio scientifico ancora pubblicato sulle scoperte, è difficile stabilirlo. La statura media per un uomo del nostro continente, nello stesso periodo, era di circa 1,65 metri.

CARNE E VERDURA. Di certo la cultura Longshan a cui gli scheletri appartenevano godeva di una dieta variegata, grazie all’agricoltura, ma le ossa e i denti di maiale rinvenuti accanto ai reperti, insieme ai resti di vasellame, fanno pensare che la popolazione fosse dedita anche all’allevamento e non avesse problemi a rifornirsi di carne.

UN’ESISTENZA AGIATA. Inoltre, gli individui più alti sono venuti alla luce nelle tombe più grandi, un dettaglio che sta ad indicare un rango sociale più elevato – e quindi un’esistenza più confortevole e una migliore salute.

Le rovine del villaggio di Jiaojia testimoniano la passata presenza di case con camere e cucine separate, un altro segnale di un’alta qualità della vita. Tuttavia questi elementi non sembrano rispondere a tutte le domande sull’altezza da record: ulteriori scavi forniranno forse le informazioni mancanti.

GIAPPONE

8 COSE DA SAPERE SUL SUSHI

Quando è nato? E quando è stato scoperto dall’occidente? Che differenza c’è tra sushi, maki e sashimi? E davvero il pesce palla è così pericoloso?
Al di fuori del Giappone, secondo la rivista Business Week, si contano la bellezza di 24 mila ristoranti giapponesi. Il sushi ci ha conquistati tutti. E basta guardarsi attorno anche in Italia per averne la riprova.

Ma come nasce il sushi? E soprattutto, come si mangia? Ecco una piccola guida in 8 passi.

1. SUSHI STORY
Il sushi è stato introdotto in Giappone nell’ottavo secolo, dal sud est asiatico e dalla Cina del sud. Secondo Ole Mouritsen, un biofisico della Syddansk Universitet (Danimarca) che ha dedicato la vita a studiarlo, in origine era un modo per conservare il pesce in mancanza dei frigoriferi: metterlo tra strati di riso cotto e acidulato in aceto di riso migliorava le condizioni di vita dei batteri lattici e di conseguenza la fermentazione del pesce, che poteva così essere conservato più a lungo. Via via il processo di fermentazione del pesce è stato abbreviato ed è nata l’abitudine a mangiarlo crudo. Il sushi, appunto.

2. LA PRIMA VOLTA DELL’OCCIDENTE
Quand’è che gli occidentali hanno scoperto il sushi? Molti storici concordano che sia successo nel 1953, quando il principe Akihito lo offrì ad alcuni ufficiali americani durante un ricevimento all’ambasciata giapponese a Washington. Lo riporta fedelmente il Milwaukee Journal (reperibile su Google)

3. IL WASABI… È UN FALSO
La pasta piccante di colore verde, servita assieme al sushi, per chi ama i gusti forti, del wasabi ha solo il nome: si tratta spesso di semplice rafano colorato di verde. Il vero wasabi si ottiene dalla radice della Wasabia japonica (ravanello giapponese), una pianta che cresce nelle zone semi-paludose, molto rara fuori del Giappone, e soprattutto costosa.

In Giappone gli chef aggiungono un po’ di wasabi alla preparazione del sushi, anche per sfruttare il suo potere antibatterico.

4. COS’È IL SASHIMI?
Semplicemente pesce crudo, senza il riso. Mentre le polpettine di riso con il pesce si chiamano nigiri. Arrotolando riso e pesce (o altri ingredienti) in una stuoietta di bambù si ottengono invece i maki.

5. IL GALATEO DEL SUSHI
Strano, ma vero, il sushi si può mangiare con le mani (vale per il nigiri, non per il sashimi) e in un sol boccone. Una volta usate, le bacchette vanno riposte sul tavolo, sul loro supporto e non lasciate nel piatto. Intingere il sushi nella soia, senza farlo sfaldare è un’arte: il segreto è immergerlo poco per volta e dalla parte del pesce, in modo da non ungere il riso. E il wasabi (vero o falso che sia) non va mai mixato alla soia: è un’abitudine occidentale, ma la delicata cucina giapponese non apprezza i mix.
6. A CHE SERVE LO ZENZERO?
Lo zenzero (gari), servito a parte in fettine sottili di colore bianco o rosato, si mangia per pulire il palato tra due tipi differenti di sushi.
7. COME SI DIVENTA SUSHI CHEF?
Per diventare sushi chef in Giappone, è necessario un percorso di studi e pratica di minimo due anni, dove si impara come tagliare il pesce in maniera chirurgica e piccoli segreti tipo il “massaggio” del polpo prima di servirlo.

8. SUSHI AL VELENO
Il fugu o pesce palla, è uno dei piatti più prelibati della cucina giapponese. Ma è un pesce che se non viene preparato correttamente può essere mortale, in quanto contiene un potente veleno, la tetradotossina. In realtà rispetto al passato i casi di avvelenamento da fugu sono diminuiti: 23 tra il 1993 e il 2006 contro i 420 del biennio 1956-1958. Questo perché solo chef con una speciale licenza oggi possono prepararlo e le interiora del pesce, che contengono la tossina velenosa, devono essere rimosse e gettate in appositi contenitori sigillati, pena la chiusura del locale. Di solito il fugu viene servito come sashimi e disposto nel piatto a mò di crisantemo. Ma non in Europa, dove è vietato quasi dappertutto.

PERCHE’ I GIAPPONESI VIVONO PIù A LUNGO?

Alla ricerca del segreto di lunga vita dei giapponesi, la popolazione più longeva del mondo.

Sakari Momori è nato nel 1904 in Giappone: i suoi 111 anni non sembrano pesargli più di tanto e gode di ottima salute. Se la sua data di nascita verrà confermata dagli esperti del Guiness World Record, Sakari sarà il “nuovo” uomo più anziano del mondo, dopo la morte – per cause naturali – di Misao Okawa, la donna giapponese riconosciuta come la persona più anziana della terra.
 
VECCHIO A CHI? La notizia non dovrebbe stupire più di tanto, poichè secondo i dati pubblicati dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità il Giappone è il paese con la più alta aspettativa di vita al mondo: 87 anni per le donne e 80 per gli uomini. Tanti, soprattutto se paragonati agli 81 delle donne americane e ai 76 dei loro connazionali uomini (per l’Italia i dati riportano 83 anni per le donne e 77 per gli uomini).

Ma il dato più interessante è che, in media, i giapponesi, vivono i primi 75 anni della loro vita in perfetta salute, lontano da ospedali, medici e case di cura. Che cosa li rende così longevi e resistenti?
DIMMI COSA MANGI…. Tra i principali indiziati c’è la dieta: secondo Naomi Moriyama, autrice del libro Japanese Women Don’t Get Old or Fat: Secrets of My Mother’s Tokyo Kitchen, la combinazione di porzioni piccole e cibi a basso contenuto calorico come il pesce e la verdura, sono il segreto della longevità del Sol Levante.

«La dieta Giapponese è un po’ l’iPhone dell’alimentazione» scherza la scrittrice. «Concentra l’energia del cibo in piccole quantità dalla presentazione molto curata, che appagano l’occhio e il palato».

PIÙ ALGHE PER TUTTI. Secondo i nutrizionisti l’eccezionale salute dei giapponesi andrebbe ricercata in alimenti come il tofu, le alghe, i calamari e il polpo, tutti a basso rischio per ciò che riguarda il cancro allo stomaco, l’arteriosclerosi e il colesterolo.

Ma il cibo può essere l’unica spiegazione? Gli esperti sono scettici, anche perchè lo stile di vita del giapponese medio è piuttosto stressante: orari di lavoro lunghi, una competitività estrema che considera inaccettabile il fallimento professionale, città superaffollate e caotiche.

Altri studi attribuiscono la longevità dei nipponici al circolo virtuoso che si innesta in età avanzata: l’ottimo stato di salute li tiene lontani dagli ospedali e dalle preoccupazioni e lascia loro il tempo per dedicarsi alla famiglia e ai bambini.

10 COSE CHE FORSE NON SAI SULLA YAKUZA

Tatuaggi, politica, soldi e rituali. I segreti della potente “gomorra” giapponese, considerata una delle organizzazioni criminali più ricche del mondo.
La prima cosa che stranisce della Yakuza, la mafia giapponese, è che i suoi capi e molti dei suoi membri sono tutt’oggi a piede libero. Mafia tra le più temute (e ricche) del mondo, rappresenta un unicum: investe tanto in attività illegali quanto legali, persino benefiche e in Giappone vive in uno stato di semi-legalità, impensabile in altri paesi. E non è l’unica curiosità…

1. YAKUZA CHE? L’origine della Yakuza è poco chiara. Risale in primis ai ronin, i samurai senza padrone, che offrivano protezione ai villaggi dai briganti. Ma è soprattutto nel ‘700 che ha origine la mafia giapponese, nata dall’unione tra i giocatori d’azzardo e i venditori ambulanti.

Al tempo, nelle stazioni di posta lungo le strade del Giappone si potevano incontrare i Bakuto, i giocatori d’azzardo. Dichiarati fuorilegge, si organizzarono in gruppi legati dal vincolo di mutuo soccorso. A questa rete, estesa su tutto il Giappone, se ne affiancò un’altra: i tekiya, che controllavano le attività (anch’esse illegali) del commercio ambulante.

Il loro codice d’onore – tramandato alla moderna Yakuza – aveva tre comandamenti principali:

1) Non toccare la moglie dei seguaci;

2) Non rivelare a nessuno i segreti dell’organizzazione;

3) Sii fedele al tuo capo. L’ultima regola era presa dal codice dei samurai: assoluta obbedienza al proprio signore.

Secondo lo scrittore Atsushi Mizoguchi, il nome deriva dall’unione di tre parole: ya (“otto”), ku (“nove”) e sa (“tre”), il punteggio perdente in un gioco di carte, lo Hanafuda, popolare nelle bische controllate dai mafiosi giapponesi di tre secoli fa. E in origine yakuza significava infatti “meschino”, “marginale”. Come gli antenati delle prime organizzazioni criminali nipponiche.
Ancora oggi, nelle famiglie Yakuza, chi viene accusato di infedeltà al capo può dimostrare il proprio pentimento amputandosi la falange di un dito (preferibilmente il mignolo). Gli anelli sulle mani degli affiliati della Yakuza di oggi nascondono l’attacco delle protesi. |

2. COME RICONOSCERE UN MEMBRO DELLA YAKUZA? Per rimorso o cercare l’espiazione per un reato, ma anche in segno di fedeltà al capo, uno yakuza può arrivare a tagliarsi un dito, comunemente il mignolo, in un rituale chiamato yubitsume. Dunque le mani rappresentano un indizio.

I mafiosi della yakuza sono anche famosi per avere intricati tatuaggi in tutto il corpo. Questo è uno dei motivi per i tatuaggi sono stigmatizzati in Giappone. Negli ultimi anni il look degli yakuza si è “normalizzato” per eludere l’attenzione della polizia.

3. A PROPOSITO DI TATUAGGI. Noti come irezumi (da ireru, “inserire”, e sumi, “inchiostro”) il tatuaggio in origine era una forma di punizione: serviva a marchiare indelebilmente la pelle dei criminali, con strisce nere sulle braccia o addirittura con l’ideogramma di un “cane” sulla fronte.

Quelli della Yakuza sono spesso realizzati sotto pelle utilizzando strumenti fatti a mano e non elettrici con aghi di bambù o di acciaio affilato. La procedura è molto costosa, dolorosa, e può richiedere anni per essere completata. Le pelli tatuate dei membri della yakuza morti avrebbero persino un mercato nero: merce da esposizione di alcune gallerie d’arte.
4. CHE FA ESATTAMENTE LA YAKUZA? Estorsione, riciclaggio di denaro, prostituzione, gioco d’azzardo, traffico di droga e armi, e reati finanziari: il campionario dei crimini è quello di tutte le mafie. Poi ci sono le cosiddette attività legali: agenzie di spettacolo, cambi valori, finanziarie.

La Yakuza, secondo alcuni osservatori, fornirebbe anche la manovalanza all’industria del nucleare giapponese e si impegnerebbe anche in attività di soccorso per aiutare le persone colpite da calamità naturali, come terremoti e tsunami. Le attività illegali però sono preponderanti: tra esse c’è una singolare forma di estorsione, conosciuta come sokaiya, che prevede l’intervento dei membri della yakuza ai meeting delle grandi società, per umiliare il management. La Yakuza è anche ben introdotta in politica: in Giappone, un certo numero di politici di alto profilo tra cui ministri sono sospettati di aver avuto legami con l’organizzazione.
5. FAMIGLIE. La Yamaguchi-gumi è la più grande famiglia yakuza del Giappone, ed è stato fondata a Kobe nel 1915 come associazione di lavoratori portuali. Nel 1943 contava solo 25 membri, oggi diventati circa 30mila in tutto il mondo. Due anni fa ha occupato le cronache per una scissione: alcune gang sono entrate in contrasto con i capi della Yamaguchi e hanno deciso di mettersi in proprio. La famiglia Yamaguchi opera a livello internazionale ed è incappata anche in sanzioni da parte del governo degli Stati Uniti, in un giro di vite sulla criminalità organizzata. Secondo la rivista economica Fortune, varrebbe la bellezza di 80 miliardi di dollari, il che la rende una delle organizzazioni criminali più ricche del mondo. Nel 2014 la Yamaguchi ha anche prodotto un videoclip musicale, con un messaggio contro la droga (che invece è apprezzata da altri gruppi della Yakuza).

6. LA STRUTTURA DI POTERE DELLA YAKUZA è una tipica struttura piramidale, con i capi in alto e potere diffuso tra gli scagnozzi della base, vincolati da fedeltà e obbedienza.

7. SESSISMO. La Yakuza è popolata quasi esclusivamente da uomini, e ci sono pochissime donne coinvolte nel gruppo. Le donne Yakuza sono chiamate ane-san, che significa “sorelle maggiori”. Si dice che in totale la Yakuza impieghi 100 mila affiliati.

8. LETTORI FEDELI. Nel 2013, la Yakuza ha pubblicato persino una rivista: Yamaguchi-gumi Shinpo. Tra le pagine, la poesia haiku, articoli per la pesca e inviti ai lettori a compiere buone opere. La rivista è stata distribuita tra i membri nel tentativo di controbattere alla cattiva pubblicità che circondava l’organizzazione, dopo alcuni arresti.

9. LA KATANA, la spada tradizionale giapponese originariamente usata dai samurai, gioca ancora un ruolo importante nella Yakuza. Un certo numero di persone, tra cui alcuni politici e uomini d’affari di primo piano sono stati uccisi dagli yakuza con la spada. Nel 1994, per esempio, Juntaro Suzuki, vice presidente della Fuji, è stato assassinato con la katana dopo essersi rifiutato di pagare tangenti. Non che gli yakuza non abbiano armi da fuoco, ma amano i paragoni con i samurai.

10. LA NUOVA FRONTIERA DELLA YAKUZA È L’AMERICA. Negli ultimi anni, sono aumentate le attività della Yakuza negli Stati Uniti. La maggior parte sono alle Hawaii, terra di confine tra Usa e Giappone. Ma sono state segnalate attività sospette anche in California, Nevada e New York, dove quest’anno la Yakuza si è già guadagnata il ruolo di “cattivo” della serie tv Daredevil.

A RISCHIO LA PIù GRANDE BARRIERA CORALLINA GIAPPONESE

Preoccupa lo stato del reef giapponese vicino a Okinawa: ancora in salute poco più dell’1% dei coralli, il resto è mangiato dal bleaching e dalle stelle marine.
Periodicamente dobbiamo dare conto delle condizioni drammatiche in cui versano le barriere coralline: dopo la Grande Barriera Corallina australiana e quelle delle Hawaii, è ora la volta di aggiornare il bollettino di guerra del più importante reef giapponese.

QUASI DEL TUTTO COMPROMESSA. Secondo un nuovo studio del Ministero dell’Ambiente nipponico riportato dal Japan Times, soltanto l’1,4% della barriera corallina della Laguna di Sekisei, nel sudovest del Paese, non distante dall’isola di Okinawa, è ancora in salute. Il resto del reef, che si estende per 67,89 km quadrati, non si è ripreso dallo sbiancamento o bleaching – la minaccia principale alla sopravvivenza dei coralli – né dai danni arrecati da una stella marina velenosa.

I risultati confermano quelli, già deprimenti, annunciati dallo stesso Ministero lo scorso anno, quando il 70% dell’ecosistema era stato dichiarato morto, e il 90% compromesso dal bleaching – il fenomeno di espulsione dell’alga simbionte del corallo dovuto all’innalzamento di temperatura e all’acidificazione delle acque. Se anche ci fossero le condizioni per la ripresa, ci vorrebbero decine di anni per riavere un reef sano.
LA CONTA DEI SUPERSTITI. L’entità del danno è stata appurata confrontando un migliaio di immagini satellitari della Laguna di Sekisei e delle barriere coralline attorno ad altre due isole della Prefettura di Okinawa (Ishigaki e Iriomote). La proporzione di coralli sani appariva già da qualche tempo molto ridotta: nel 1991 era il 14,6% del totale, e nel 2008 era scesa ad appena lo 0,8%, a causa delle condizioni di stress ambientale imposte da El Niño, il fenomeno climatico quell’anno particolarmente intenso.

Da allora, la barriera corallina non si è particolarmente ripresa – o lo ha fatto in misura assai ridotta – complice un’altra ondata di bleaching nel 2016. Anche nelle due vicine lagune, i coralli sani sono appena l’1% del totale. Se questo disastroso declino non si inverte, assisteremo alla perdita della fauna che da questa barriera dipende: il reef giapponese era già di suo particolarmente ricco di biodiversità, e comprendeva almeno 350 specie di coralli.

LE BACCHETTE: TRA STORIA, CULTURA E TRADIZIONI

Alcune curiosità sulle bacchette, il corrispettivo asiatico della nostra forchetta utilizzato da circa 1,5 miliardi di persone in tutto il mondo.
Le origini delle bacchette che sostituiscono le nostre posate sulle tavole di molti Paesi asiatici sono antichissime: sembra possano derivare dall’uso che se ne faceva in cucina all’epoca della dinastia Shang, che regnò sulla Cina circa 3.000 anni fa, quando era comune utilizzarne di molto lunghe per mescolare il cibo cotto in grandi calderoni a treppiede, per non scottarsi. Al giorno d’oggi sono per lo più di legno, ma ce ne sono anche di plastica, bambù e di materiali preziosi come l’argento, l’oro, la giada e persino l’avorio (quest’ultimo non più di moda da quando, tre anni fa, la Cina ne vietò il commercio).

PAESE CHE VAI, BACCHETTE CHE TROVI. Le bacchette sono perfette per la cucina asiatica: il cibo viene normalmente servito in piccoli pezzi, che non devono quindi essere tagliati col coltello. «Una cosa influenza l’altra», spiega in un video del canale Youtube Ted una giornalista americana di origini taiwanesi: «il tipo di cibo permette di utilizzare le bacchette, e le bacchette influenzano il modo in cui il cibo viene cucinato.»

La foggia delle bacchette cambia da Paese a Paese: in Cina, ad esempio, sono lunghe e arrotondate, mentre in Corea sono piatte e spesso di metallo; in Giappone tendono invece ad essere arrotondate e molto appuntite.

NON PER GIOCO! Ci sono alcune regole da rispettare quando si utilizzano le bacchette. Alcune fanno sorridere, come il divieto di giocarci utilizzandole come per improvvisare un assolo di batteria; altre sono più serie e affondano le radici nella tradizione popolare: a fine pasto, è importante disporle parallele sul piatto, poiché le bacchette incrociate sono simbolo di morte. Proibito anche conficcarle verticalmente in una ciotola di riso: ricorderebbero dei bastoncini in una ciotola di incenso – anch’esso associato con la morte.
NEI REGNI DEI MORTI. Le bacchette sono protagoniste di una leggenda “educativa” sull’importanza di aiutarsi l’un l’altro: la storia vuole che le anime dell’inferno patiscano la fame perché obbligate a utilizzare bacchette lunghissime, con le quali non possono portarsi il cibo alla bocca. Diversa la situazione degli ospiti del paradiso che, pur utilizzando le stesse lunghe bacchette, riescono a mangiare nutrendosi l’un l’altro.

15 CURIOSITA’ SUI SAMURAI

I vincoli di fedeltà, il suicidio rituale, il durissimo addestramento e le sue sanguinose derive: vita e morte dei samurai, servi guerrieri e i signori di arco e katana del periodo d’oro del Giappone.

1.Addestrati al dovere e alla fedeltà assoluta: servi per definizione e prima di tutto, ma anche membri di un’élite dai mille privilegi. L’universo congelato nel tempo dei samurai ha ispirato interi filoni di letteratura e cinematografia: ma chi erano davvero i samurai? Ecco la loro storia e varie curiosità sulla vita (e sulla morte) dei signori della guerra giapponesi.
2.QUAL È L’ORIGINE DEL NOME SAMURAI? Saburau vuol dire “servire”: è da qui che nasce il termine samurai, il nome dei servi guerrieri che, a partire dall’XI-XII secolo, si imposero nel tessuto sociale nipponico sotto la guida dello shogun, il dittatore militare che sottrasse potere all’imperatore (divenuta una figura per lo più simbolica).
3.SPIETATI Nel XII secolo, con le isole giapponesi reduci da un millennio di lotte intestine, i samurai si distinsero per essere i fedeli servitori dei daimyō, i feudatari locali che rispondevano allo shogun. Erano una sorta di spietata cavalleria, con regole assai diverse da quelle sviluppatesi nel medioevo occidentale.
4.PRIMA L’ARCO, POI LA SPADA. La prima differenza con i cavalieri occidentali è nell’arma prediletta dei samurai: non la katana (la spada), come si potrebbe pensare, ma l’arco, snobbato dalla cavalleria europea perché considerato “poco nobile”. Era proprio lo shigetou, l’arco asimmetrico giapponese, lungo 2 metri e fatto di legno laminato e laccato, l’arma di esclusiva pertinenza dei samurai. Lanciava anche frecce infuocate a un centinaio di metri di distanza, e fino al XIII secolo fu tenuta in maggiore considerazione della spada.
Completavano il corredo la lunga katana e la corta wakizashi (lo spadino utilizzato anche per suicidarsi), nonché ventagli da guerra con i bordi affilati come coltelli. Per diverse epoche della storia giapponese i samurai furono i soli a poter portare armi.
5.PER SEMPRE FEDELI… ANCHE NELLA MORTE. Il guerriero giapponese viveva (e moriva) secondo un rigido codice di comportamento, il bushidō (la via del guerriero), che regolava il rapporto unico e inscindibile tra il samurai e il suo daimyō. Alla base di questo codice c’era la fedeltà assoluta, una rigida definizione di onore e il sacrificio del bene del singolo in favore del benessere comune. È questa l’etica alla base delle azioni dei kamikaze giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e di cui si avvertono strascichi in alcune aziende nipponiche.
Qualora un’offesa o una grave colpa avesse incrinato questo rapporto, c’era sempre una via per salvare l’onore: il seppuku o harakiri, il suicidio rituale (il gesto che sta compiendo l’uomo vestito di bianco, in questa foto del 1880 circa).
6.MORTE IN DIRETTA. Anche l’estremo gesto di orgoglio e libertà di un samurai seguiva regole rigidamente codificate. Il sacrificio si doveva consumare davanti a testimoni utilizzando il pugnale (tantō) o la spada corta (wakizashi) ed eseguendo un taglio a “L”, che partiva dall’ombelico e si allungava da sinistra a destra, e poi verso l’alto.
I piedi con le punte rivolte verso il basso garantivano che il moribondo cadesse in avanti, coprendo lo scempio di sangue e budella; la presenza di testimoni e del kaishakunin, l’assistente incaricato di finire il ferito con un colpo di katana al collo, assicurava che la vittima non soffrisse ulteriormente (e non avesse ripensamenti).
Il ventre era ritenuto la sede dell’anima: squarciarlo davanti a fidati testimoni equivaleva a dimostrare che la propria era pulita.
7.INFANZIA PERDUTA. L’addestramento dei rampolli delle famiglie guerriere per diventare un samurai iniziava a 3 anni. Fino ai 7 anni, completata l’alfabetizzazione, si imparava a non avere paura della morte, a obbedire al proprio signore e a praticare esercizi per il controllo della mente e del corpo (kata). Quindi si apprendeva l’uso di arco e frecce, della spada di legno e di metallo leggero. Si imparava a cavalcare e a combattere contro nemici immaginari, e ci si sottoponeva a docce gelate sotto cascate o nella neve per temprare il fisico agli stimoli estremi.
A 12 anni si sapevano ormai usare anche frecce e katana: si iniziava a combattere nelle retrovie, e anche ad uccidere.
8.SESSO (GAY) E SPADE. Il legame con gli addestratori poteva diventare molto speciale. In epoca feudale le pratiche sessuali tra uomini erano all’ordine del giorno per i guerrieri samurai.
Secondo la tradizione dello shudo – da wakashudo (la “Via degli adolescenti”) – i giovani trascorrevano diversi anni a contatto con uomini più grandi, che oltre ad iniziarli alle tecniche di combattimento li introducevano al mondo del sesso: gli apprendisti samurai ne divenivano allora gli amanti ufficiali, in un rapporto che era riconosciuto ed esigeva, naturalmente, fedeltà assoluta.
9.SESSO (ETERO) E DONNE SAMURAI. In una società così permeata di ideali maschili, non c’era spazio per l’amore. La moglie dei samurai veniva scelta a tavolino e doveva appartenere a una stirpe guerriera, oppure essere “adottata” da una famiglia di samurai prima del matrimonio, che ne nobilitasse le origini.
Alle spose dei samurai toccava però un “privilegio” (si fa per dire): col matrimonio guadagnavano il diritto di praticare anch’esse il suicidio rituale, il jigai, con un taglio alla gola.
Nel Giappone medievale si potevano incontrare anche donne samurai: addestrate nei valori e nell’arte marziali della casta fin da giovanissima età, venivano chiamate a difendere le terre del proprio signore quando gli uomini erano in battaglia, o badavano ai propri possedimenti assaltando con spade e coltelli qualunque nemico capitasse a tiro
10.FEROCI E SPIANTATI. Se è vero che i samurai appartenevano alla classe sociale più elevata (ilbuke, la nobiltà d’armi che comprendeva circa il 7% della popolazione), non si può certo dire che si arricchissero. Lavoravano per la gloria del daimyō, ma il loro stipendio si limitava a una paga in riso puramente simbolica. Per mantenere il proprio status sociale senza perdere la faccia, i samurai che non erano già ricchi di famiglia si arrangiavano come potevano con lavoretti secondari, come la fabbricazione di ombrellini o stuzzicadenti. Li facevano vendere ad altri, però, per non compromettersi troppo.
11.GLI UNICI CON UN COGNOME. A fronte di una vita di sobrietà, i samurai avevano però diritto a diversi privilegi. Uno di questi era la possibilità di avere un cognome, che la gente comune in Giappone non aveva (e che conquistò solo a fine Ottocento, con il declino del Giappone feudale).
12. A FIL DI LAMA. Un altro privilegio, meno conosciuto e molto spesso abusato, era quello del kirisute gomen, ossia l'”autorizzazione a tagliare e abbandonare”. Il samurai poteva cioè passare a fil di spada chiunque ritenesse gli avesse mancato di rispetto, se di rango inferiore. L’unico scrupolo era riuscire a dimostrare successivamente, in sede legale, il torto subito.
13.REIETTI E FEROCI. Quando un daimyō (il signore) cadeva in disgrazia, o la sua casata si estingueva, i samurai al suo servizio non avevano più un padrone. E diventavano mine vaganti: venivano chiamati ronin, “uomini-onda”, guerrieri fuori casta e – soprattutto nell’era Tokugawa, l’epoca di massimo isolamento e splendore del Giappone, tra il 1603 e il 1868 – giravano per le campagne intimidendo i contadini e saccheggiando villaggi, in cerca di un nuovo signore a cui prestare servizio.
Questi guerrieri alla deriva erano disprezzati dai samurai veri e propri, e spesso presi di mira: nessuno era chiamato a rispondere della loro uccisione.
14.NONNI DELLA MAFIA GIAPPONESE. Ma i ronin avevano anche un altro ruolo. Capitava che si unissero a mercanti, contadini e artigiani per difendere i villaggi dai saccheggi dei briganti, insegnando la guerra e le arti marziali e costituendo una sorta di guardia del corpo auto organizzata. Si pensa che questa specie di polizia privata possa essere all’origine della yakuza, la moderna mafia giapponese, i cui affiliati hanno in comune con i samurai un forte senso di appartenenza ai clan e una lealtà assoluta verso il proprio “boss”.
15.LA FINE. Nella seconda metà dell’Ottocento, con l’apertura del Giappone al mondo occidentale e la creazione di un esercito di leva regolare, la casta dei samurai si rivelò anacronistica e fuori dal tempo. Due leggi, sotto l’Imperatore Meiji (1852-1912) segnarono la fine dei samurai: una, l’editto Dampatsurei, obbligò i servi guerrieri a rinunciare al codino e a portare i capelli all’occidentale. L’altra, meno di “facciata” e ancora più determinante, fu l’editto Haitorei, che li privò del diritto di portare armi in pubblico. Ai samurai senza katana non rimase che una piccola pensione statale, e il rifugio nel folclore.

L’ARTISTA GIAPPONESE CHE DIPINGE CON EXCEL

Un artista giapponese spinge al limite le potenzialità di Excel e lo trasforma in un incredibile strumento per la digital art. Vi mostriamo i suoi lavori e vi spieghiamo i segreti della sua tecnica.
Paesaggi, fiori, ritratti, animali: l’Excel Art di Tatsuo Horiuchi non conosce limiti.
La notizia non è nuova, ma da qualche giorno sta rimbalzando tra social network e siti di informazione e, a dirla tutta, sembra la classica fake news, una bufala.

Racconta la storia di Tatsuo Horouki, un artista giapponese in grado di dipingere opere incredibilmente realistiche utilizzando… Excel. Sì, avete capito bene, l’asettico programma utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo per fare calcoli, tenere la contabilità, creare grafici e tabelle.

Insomma tante attività estremamente utili e interessanti ma lontane anni luce dal mondo dell’arte. Ma sarà vero o sarà la solita bufala acchiappa-click?

Le foto che circolano a corredo di questa notizia sono effettivamente incredibili e qualche dubbio lo sollevano.
Ma basta navigare un po’ in rete per scoprire che Tatsuo Horuki non solo esiste veramente, ma che nel 2006 è stato anche insignito di un premio (link in giapponese) dedicato agli artisti di Excel.

La storia di Horuki inizia nel 2000, quando questo anonimo signore, privo di qualsiasi competenza artistica e tecnica, va in pensione e decide di imparare a dipingere. Ma senza acquistare pennelli e tele e nemmeno imparando a utilizzare software specifici come Photoshop.

«Ho visto diverse persone utilizzare Excel per creare bellissimi grafici e tabelle» ha dichiarato ai media, «e così ho pensato che potesse fare al caso mio».

LA TECNICA. 17 anni dopo, i risultati sono solo da ammirare: paesaggi, alberi in fiore, tramonti sul mare, boschi e colline, orchidee. La creatività di Horuki e il realismo delle sue opere .xls non conoscono limiti.

Ma come ottiene risultati del genere con Excel? Negli anni l’artista è diventato un vero mago di Autoshapes, la funzionalità del foglio elettronico che permette di disegnare forme personalizzate, colorarle con infinite sfumature e sovrapporle su diversi livelli (in italiano è il menu Forme).

I PRECURSORI. La tecnica utilizzata da Horuki non è comunque l’unica forma di Excel art: per quanto possa sembrare incredibile gli artisti del foglio di calcolo sono davvero tanti.

Una delle tecniche più diffuse è, di fatto, una forma di pixel art: le celle di Excel vengono ridotte a quadratini di piccolissime dimensioni e poi colorate una ad una. I risultati possono essere stupefacenti, come questa Gioconda realizzata da Amit Argawal e pubblicata su Flickr.

Se volete cimentarvi anche voi con la tecnica utilizzata da Horuki, qui potete trovare una guida passo passo che vi spiega come fare (in inglese).

7 INVENZIONI GENIALI CHEE ESISTONO SOLO IN GIAPPONE

Come sapete, siamo fan delle invenzioni del genere come vivere senza! Il Giappone è da sempre la patria di questo genere di intuizioni (e dei loro inventori): proseguiamo la serie delle trovate geniali con queste nuove aggiunte selezionate da Instagram, e avvistate da qualche fortunato viaggiatore.

1) I SEDILI DEL TRENO GIREVOLI
Niente torcicollo per ammirare il panorama, ma soprattutto niente mal di viaggio: sui “treni proiettile” giapponesi i sedili ruotano di 180 gradi, in modo da restare sempre orientati nella direzione di marcia. Una trovata semplice ma talmente confortevole che si è diffusa anche in altri paesi, come la Norvegia.

2) IL CASCO CON IL PASSA-CODA
Chindōgu è un termine giapponese che indica l’arte di inventare oggetti (utili ma) inutilizzabili, cioè senza una precisa finalità commerciale. Come questo casco per pettinature raccolte, che – scommettiamo – se venisse messo in vendita andrebbe a ruba

3) LE PANTOFOLE DA BAGNO
I giapponesi considerano il bagno il luogo più sporco della casa (anche se raramente lo è). Per questo è facile trovare, nelle case, un paio di ciabatte ad hoc davanti alle tavolette da wc più tecnologiche del mondo

4) IL COGNOME AL POSTO DEL NUMERO
La maggior parte delle strade secondarie giapponesi non ha un nome: ci si orienta seguendo prima le indicazioni del quartiere e poi per blocchi di case, suddivisi a loro volta per anno di costruzione e ordine di iscrizione al catasto. Per comodità, quindi, capita di leggere il cognome dei proprietari direttamente sulla porta, al posto del numero civico. Così li si trova prima.

5) IL TOVAGLIOLO PER HAMBURGER
Evita non solo la figuraccia di formaggio e salsa sparsi sulla faccia, ma anche l’imbarazzo di dover spalancare la bocca per addentare il panino. Una situazione che per le donne, nel Paese del Sol Levante, è considerata sconveniente. Il sorriso stampato sul fazzoletto nasconde le dinamiche della masticazione. Parlando di pasti e imbarazzi, un’altra situazione spinosa potrebbe essere quella di doversi soffiare il naso a tavola. Il gesto è considerato una maleducazione in ogni situazione pubblica, ma assolutamente disdicevole durante i pasti.

6) I PARCHEGGI PER OMBRELLI
Si trovano all’ingresso di molti edifici. Si lascia l’ombrello lucchettato e non bisogna più preoccuparsi di portarlo con sé, bagnare la borsa, metterlo in un sacchetto, non trovarlo più all’uscita…

7) I SEGGIOLINI PER BAMBINI NEI BAGNI PUBBLICI
Il sogno di ogni genitore che si trovi a dover andare alla toilette con pargolo appresso. Lasciarlo fuori da solo, se molto piccolo, non è una buona idea, ma anche appoggiarlo sul pavimento non è il massimo. Con questo seggiolino fissato al muro in cui assicurare i figli, i genitori si sentiranno un po’ osservati… ma tanto ci sono abituati.

LA FESTA DELLE STELLE INNAMORATE

In Giappone si celebra il Tanabata, una festa che affonda le sue radici nell’antica Cina e nell’astronomia.
Il Giappone si prepara a festeggiare il Tanabata, la festa delle stelle innamorate, agghindando le strade con lanterne di carta e rami di bambù: una pianta considerata sacra sia per le proprietà curative delle sue foglie, sia per il simbolismo legato alla sua crescita, che punta dritta verso il cielo. Ai rami di bambù verranno legate strisce di carta colorate, chiamate Tanzaku, su cui ognuno può scrivere una preghiera o un desiderio.
MADE IN CHINA. Il Tanabata viene festeggiato nel paese del Sol Levante da quando, nel 755, l’imperatrice Koken portò a corte questa celebrazione legata alla mitologia cinese.

Come gli antichi occidentali si raccontavano leggende sugli dei dell’Olimpo e sui personaggi delle costellazioni, così in estremo oriente erano popolari le storie delle divinità del mondo celeste, identificate con gli astri.
GUAI IN PARADISO. Secondo la tradizione, la bellissima tessitrice Orihime (che corrisponde alla nostra stella Vega) e il mandriano Hikoboshi (ovvero Altair) si innamorarono e cominciarono a stare sempre insieme, trascurando i propri doveri.
Questo fece infuriare Tentei, padre di Orihime e nientemeno che sovrano di tutti gli dei. Per porre rimedio, Tentei separò i due innamorati ai due lati del fiume celeste, la Via Lattea. Ma non ottenne il risultato sperato, perché i due giovani, divisi, erano troppo tristi per tornare ai propri compiti.
Vedendo la figlia disperarsi per amore, Tentei decise di concedere ai due di vedersi, ma per solo una notte all’anno.
Da allora, ogni 7° giorno del 7° mese, uno stormo di gazze crea un ponte che permette agli innamorati di incontrarsi – perciò il 7 di luglio si celebra il ricongiungimento di Orihime e Hikoboshi.

UNA STORIA SCRITTA NEL CIELO. Il Tanabata (in giapponese scritto coi caratteri per “sette” e “notte”), secondo l’antico calendario lunare, cade in realtà nel moderno agosto. Ma nella settima notte del settimo mese di entrambi i calendari, se il cielo è sereno, è possibile vedere alte nel cielo le stelle Vega e Altair: i due innamorati divisi dalla Via Lattea.

CHI ERA EIJI TSUBURAYA, IL “PAPà” DI GODZILLA

Eiji Tsuburaya oggi compirebbe 114 anni.  È stato tra i più prolifici e importanti creatori di effetti speciale giapponese. E a lui dobbiamo il primo Godzilla del cinema.
Per i cultori degli effetti speciali, per gli amanti della fantascienza e per gli appassionati di kaijū eiga (“film di mostri giganti”), Eiji Tsuburaya è un mito. Per tutti gli altri è un quasi sconosciuto. Almeno fino a oggi, quando Google ha deciso di celebrarne il 114 compeanno in tutto il mondo con un Doodle-gioco molto divertente e interattivo.

Eiji Tsuburaya è stato un produttore, direttore della fotografia e soprattutto un creatore di effetti speciali in un periodo, gli anni ’50 del secolo scorso, in cui la tecnologia degli effetti speciali praticamente non esisteva e occorreva fare tutto a mano, con grande ingegno e fantasia.

Nato il 7 luglio 1901, dopo aver compiuto il servizio militare iniziò la sua professione come cameramen nel 1927. Dopo 10 anni debutta come creatore di effetti speciali. È il 1937, il film si intitola Mitsucho la figlia del samurai.

Da quel momento Eiji Tsuburaya lavorerà a 93 pellicole come responsabile degli effetti speciali. I suoi lavori hanno fatto scuola, hanno apportato numerose innovazioni e di fatto inaugurarono nuovi standard per l’effettistica del cinema giapponese.

L’ALBA DEI MOSTRI. Grazie al sodalizio con il regista Ishirō Honda, Tsuburaya contribui a creare il prolifico filone dei film kaijū eiga (“film di mostri giganti”), pellicole che hanno per protagonisti sia “mostri umanoidi”, sia “mostri giganti”.

Gojira (Godzilla in Occidente) di Ishiro Honda è il capostipite di questo genere e al film lavora proprio Tsuburaya in qualità di responsabile degli effetti speciali.

Effetti speciali che a prima vista sono molto grezzi: le cineprese inquadravano una tuta di gomma imbottita indossata da un mimo e la testa era mossa da un meccanismo telecomandato, secondo le sue istruzioni. Ma Godzilla uscì in Giappone il 3 novembre 1954 e rappresentò un punto di svolta nella cinematografia di fantascienza e nella creazione degli effetti speciali.
Il film costò 60 milioni di yen, una cifra sbalorditiva per il tempo che però fu ricompensata da un successo clamoroso, anche all’estero e nel tempo. Sebbene gli effetti speciali possano sembrare datati o infantili, ancora oggi fanno impressione.

GODZILLA IN MINIATURA. Godzilla nella maggior parte delle sequenze era interpretato da un mimo che indossava una pesante tuta di gomma imbottita. Si trattava di una tecnica nuova, diversa dalla stop-motion utilizzata da Willis O’Brien per creare King Kong nel 1933, che fece scuola: è utilizzata ancora oggi (senza tute, ma con l’aggiunta di motion capture e molta CGI, basti penare a come è stato realizzato Gollum per i film della serie Il Signore degli Anelli).
Per i campi lunghi invece venivano utilizzati due Godzilla in miniatura, mossi come burattini o con la tecnica della stop-motion. I palazzi che il mostro distruggeva erano modellini in scala 1/25.

Tutte le scene in cui appare il mostro furono filmate sotto una luce molto potente e a una velocità di ripresa maggiore di quella convenzionale. L’escamotage permise, una volta che la pellicola venne proiettata alla velocità corretta, di rendere in modo più drammatico e realistico i movimenti di Godzilla e i crolli e le devastazioni provocate dal mostro. L’alito radioattivo infine era un semplice disegno animato fatto direttamente sulla pellicola.
Il team di lavoro di Tsuburaya era composto in media da circa 60 artigiani, tecnici e cameramen.

Nel 1963 Tsuburaya fondò il proprio laboratorio di effetti speciali e la casa di produzione Tsuburaya Productions, famosa per aver realizzato la serie tv Urutoraman, conosciuta in tutto il mondo come Ultraman.

Tsuburaya è morto nel 1970 all’età di settanta anni per un infarto.

MONGOLIA

10 COSE DA FARE IN MONGOLIA

Bella la Mongolia, ma..quali sono le cose da fare in Mongolia?! Ve mettiamo le prime 10, quelle che ci piacciono di più:

1. Girare per la capitale
Ulaanbaatar è l’unica vera città della Mongolia. Vale la pena farci un giro! La sua architettura è un groviglio di fatiscenti appartamenti di epoca sovietica, ghetti e scintillanti grattacieli cinesi. Recentemente si è rinnovata molto e ci si trova anche uno dei migliori negozi LEGO del mondo (chi l’avrebbe mai detto??).

2. Andare a caccia di dinosauri
Nel Museo di Storia Naturale di Ulaanbaatar si trovano incredibili fossili di dinosauri. Uno dei reperti più famosi è la “terribile mano”, con oltre 30 centimetri di artigli. Il mostro a cui appartenevano fino a poco tempo fa era uno dei misteri irrisolti della paleontologia. Le braccia sono state rinvenute nel 1960 nel sud del deserto del Gobi in Mongolia, il corpo completo non si è trovato fino al 2014.

3. Mangiare il boodog
A Ulan Bator si può mangiare di tutto, dal cibo asiatico al fast food. Ma usciti dalla capitale le cose cambiano! I Mongoli amano pasti a base di carne, a base di carne di marmotta per la precisione. Lo sappiamo, per noi abituati a pensare alle marmottine delle Dolomiti non è il massimo. Ma questo piatto tipico, chiamato boodog, viene preparato seguendo i riti della popolazione nomade.

4. Incontrare Gengis Khan
Gengis Khan lo conosciamo tutti (più o meno). Fu il guerriero più feroce della Mongolia! Oggi è diventato un brand di bevande energetiche, sigari, vodka e alberghi. La regione di Gengis Khan, padre e divinità dei mongoli, si trova a Khenti, dove non ci sono solo luoghi evocativi, ma paesaggi siberiani affascinanti.

5. Viaggiare in Uaz
Non puoi dire di essere stato in Mongolia se non viaggi in Uaz, una simpaticissima e fighissima camionetta del dopoguerra sovietico utilizzata dai mongoli per attraversare la steppa e il deserto.

6. Dormire in una gher
Il contatto diretto con gli abitanti della steppa e del deserto è da provare. Ma una stretta di mano non basta! Per addentrarsi nella cultura mongola, bisogna dormire in una gher (o yurta), l’abitazione dei nomadi che è parte integrante del paesaggio mongolo. Anche a Ulan Bator oltre 200.000 persone continuano a vivere sotto la propria tenda.

7. Vedere panorami pazzeschi
La Mongolia è uno dei paesi meno densamente popolati della terra! E siccome non ci sono persone e palazzi, ci sono panorami e natura. Una delle cose da fare è perdersi (solo con gli occhi possibilmente) nelle distese infinite di praterie e orizzonti.

8. Osservare le stelle nel deserto del Gobi
Tra le cose da fare in Mongolia mettiamo la nostra preferita in assoluto: osservare le stelle nel deserto del Gobi! Il deserto è un luogo molto più accogliente di quanto si possa pensare, almeno in alcune zone. Una volta osservato il mare infinito di stelle nel deserto del Gobi, capirete che cos’è la pace assoluta.

9. Vedere le Flaming Cliffs e il Lago Bianco
Le Flaming Cliffs somigliano ad una versione in miniatura del Grand Canyon: sono rossissime e spettacolari. Poi c’è anche il Lago Bianco: non è vero che è bianco, ma è vero che è un lago! Ed è spettacolare anche questo.

10. Farsi un bagno nelle pozze naturali
Farselo a Tsenkher Hot Spring per la precisione. In mongolo Tsenher significa: “arrivare in un posto fighissimo vicino all’accampamento di tende mongole, dove c’è un fiume di acqua calda termale, e dove ti potrai rilassare e lavare”. Pazzesco, tutto questo in una sola parola.

VITA DA GHER: LA RESISTENZA DEGLI “UOMINI-RENNA”

All’estremo nord della Mongolia, sui monti Sayan a settentrione del lago Khövsgöl, al confine con la Siberia, vivono gli ultimi membri (ormai meno di duecento) della tribù degli Tsaatan (letteralmente: «uomini renna»), altresì denominati Dukha. Sono molto legati alle proprie tradizioni sciamaniche e vivono in ortz, tende simili a quelle dei nativi americani, a testimoniare l’antica migrazione attraverso lo stretto di Bering.

Antichissima etnia di origine turco-altaica con tradizione e lingua propri — etnicamente simili ai Sumi, i pastori di renne che vivono nel settentrione della penisola scandinava, oltre il circolo polare artico, comunemente chiamati Lapponi —, anche gli Tsaatan vivono in simbiosi con le proprie renne, dalle quali ottengono tutto il necessario per il loro sostentamento: la carne e il latte così ottenuti sono gli unici alimenti di tutto il popolo. La pelle delle renne è inoltre utilizzata per il confezionamento delle tende e delle calzature. Ai loro occhi la renna è così sacra che quella più vecchia viene eletta spirito-guida della famiglia e ornata con nastri colorati in segno di devozione.
Avendo fondato la propria esistenza in questa fascia di territorio quasi inospitale tra la Mongolia e la Siberia, gli Tsaatan compiono almeno sei migrazioni all’anno (ma arrivano a spostarsi, in casi estremi, anche ogni due o tre settimane) alla ricerca del clima più consono al sostentamento delle renne, di stagione in stagione. Il terreno prescelto per il nuovo, provvisorio accampamento viene sempre benedetto con latte di renna prima dell’insediamento vero e proprio. Originari della taiga russa, dove vissero per secoli, gli Tsaatan si stanziarono in territorio mongolo a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Nonostante il loro pedissequo impegno per portare avanti lo stile di vita tradizionale che li ha sempre contraddistinti sia costantemente minacciato dal rischio imminente dell’estinzione, non sembra che gli Tsaatan siano ancora pronti a scendere a patti con il mondo moderno: la loro terra ancestrale e gli usi e costumi degli antenati rimangono monoliticamente al centro della loro esistenza.

CACCIATORI E AQUILE REALI, UN PROFONDO LEGAME

Si tratta di una tradizione che ha le sue radici in tempi antichissimi. Un tempo la pratica era ristretta alle classi nobiliari, ma oggi è un rito di passaggio per molti dei giovani uomini che vivono nella regione della Mongolia delle montagne di Altai.
La caccia con l’aquila in Mongolia è chiamata berkutchi, e richiede un addestramento particolare, per padroneggiare l’arte della falconeria e per sviluppare un legame profondo con i rapaci, affinché aiutino i cacciatori a scovare gli animali selvatici.

Gli uccelli più utilizzati sono le aquile reali, tra l’altro particolarmente difficili da addestrare e da gestire. Oggi, circa 300 persone hanno forgiato un legame unico e profondo con i loro compagni rapaci, lavorando con abilità al loro fianco per cacciare volpi e lepri.

Le aquile nascono in natura. I cacciatori li catturano quando hanno quattro anni, arrampicandosi su rupi pericolose per prenderle dai nidi e portarle a casa.
Anche se inizia in un modo così brusco, il legame tra umano e aquila diventa giorno dopo giorno più inteso.
I rapaci vengono tenuti in casa e nutriti direttamente dai palmi delle mani. La temperature delle montagne della Mongolia può raggiungere i -40°C, e la cura e il comfort delle aquile è molto importante per i cacciatori.
Abbastanza potenti da abbattere animali 10 volte il loro peso, inclusi anche cervi e, a volte, i lupi, le aquile non diventano mai davvero animali domestici. Nei giorni in cui non hanno voglia di cacciare, gli addestratori rispettano il loro desiderio di riposo.

Ogni settembre ha luogo un grande festival berkutchi, che attira turisti da tutta la regione, e si organizzano anche gare di caccia e giochi di diverso tipo.

11 CURIOSITà SULLA MONGOLIA

Quanti eredi ha Gengis Khan? Ulan Bator è davvero così fredda? Quali invenzioni dei mongoli ci hanno cambiato la vita? 11 curiosità da un Paese estremo.

1.C’è nessuno? Con solo tre milioni di persone su 1.566.000 km quadrati, la Mongolia è lo Stato sovrano con la più bassa densità di popolazione al mondo: in Mongolia ci sono 13 volte più cavalli e 35 volte più pecore che persone. Ma è un paese per giovani: il 36 per cento della popolazione ha meno di 18 anni.
2.Storia. L’impero fondato da Gengis Khan nel 1206 è diventato il più grande impero di tutti i tempi. Il Paese che conosciamo come Mongolia è in realtà la storica Mongolia esterna: la Mongolia Interna è invece una regione autonoma della Cina.
3.Nonno Gengis. Un numero incredibile di persone in Asia centrale si stima siano discendenti di Gengis Khan. I genetisti hanno cominciato a tracciare una variante del cromosoma Y, trasmesso solo attraverso la linea maschile, nel Dna di circa 17 milioni di persone di sesso maschile dell’Asia, che sembrano condividere un progenitore comune, risalente al XIII secolo. Solo Gengis Khan poteva a quel tempo essere così potente da assicurare una diffusione così ampia del proprio patrimonio genetico. La ricerca ha analizzato la distribuzione dei cromosomi Y in più di 5mila campioni di Dna provenienti da 127 popolazioni dell’Asia.
4.Che forza. Delle 26 medaglie olimpiche della Mongolia, 24 sono per la lotta (bökh), il pugilato e il judo. Il 17 settembre 2011, 6.002 lottatori hanno partecipato al campionato nazionale di lotta mongola: il più grande concorso di wrestling al mondo, secondo il Guinness dei Primati. In Mongolia la lotta è una tradizione antica centinaia di anni. Ne riferiscono già i resoconti dei mercanti cinesi del VII secolo d.C., e le cronache del frate francescano Carpini, che si trovava a Karakorum nel XIII secolo.
5.Due alfabeti. In Mongolia si utilizzano ufficialmente due alfabeti – il vecchio mongolo per i documenti governativi e il cirillico per l’uso quotidiano. Il primo, che si scrive in verticale, risale al 1208, quando Gengis Khan sconfisse le tribù turche dell’Asia centrale. Nel 1946, con la Mongolia nell’orbita dell’Unione Sovietica, è stato sostituito con il cirillico. Dal momento che il cirillico è stato adattato sulla lingua mongola moderna, è più popolare, anche perché il vecchio alfabeto è bello a vedersi, ma è molto difficile: uno stesso segno può rappresentare più di un suono e ogni segno assume una forma diversa a seconda della posizione nella parola. Ma nel 2010 il presidente della Mongolia ha disposto che tutti i documenti ufficiali devono utilizzare il vecchio alfabeto.
6.Posta celere. Kublai Khan ha creato i primi servizi postali in stile pony express in Mongolia circa 1.000 anni fa. I messaggi urgenti percorrevano centinaia di chilometri al giorno, grazie a veloci corrieri a cavallo, un servizio rimasto in funzione fino al 1949. Il percorso si basava su stazioni di collegamento, a circa 30-40 km di distanza l’una dall’altra.
7.Invenzioni. L’hamburger potrebbe essere un’invenzione mongola: i guerrieri di Gengis Khan non scendevano da cavallo neppure per mangiare. Così escogitarono il sistema di mettere pezzi di carne cruda sotto la sella: galoppando diverse ore al giorno la carne veniva frollata, mentre il calore del corpo del cavallo la cuoceva.
8.Stringiamoci la mano. A differenza di altri popoli asiatici, i mongoli si stringono la mano. Nella maggior parte delle culture asiatiche si usa l’inchino come gesto sociale per salutarsi o mostrare rispetto e gratitudine. I mongoli, invece, associano l’inchino a una forma di sottomissione, mentre la stretta di mano rappresenta onestà, fiducia e apertura.
9.Fauna locale. Il leopardo delle nevi è nativo della Mongolia: un terzo della popolazione mondiale di Panthera uncia vive lì.
10. Il cielo sopra Ulan Bator. La mongolia è conosciuta come la terra del cielo blu perché in media ha 257 giorni l’anno di cielo sereno. Ma la temperatura media nella regione della capitale, Ulan Bator (o Ulaanbaatar), è -1,7 °C, ciò che la rende la più fredda capitale del mondo, con temperature che toccano anche -49 °C.
11.Porte aperte. Le case mongole nelle zone rurali non hanno campanelli: sono sempre aperte a tutti. Un visitatore non deve bussare alla porta di un ger (la piccola tenda mobile dalla forma circolare di un pastore nomade), o attendere di essere invitato, basta alzare la tenda ed entrare. Se non c’è nessuno in casa, i residenti potrebbero aver lasciato la porta aperta con un tè al latte salato pronto per i visitatori. Il motivo? In un Paese dove le distanze tra famiglie nomadi sono enormi, gli abitanti cercano di mantenere un senso di comunità, offrendo ospitalità genuina anche agli estranei.

COSA MANGIARE IN MONGOLIA

Il clima estremo della Mongolia ha influenzato la cucina del Paese che si basa essenzialmente su piatti semplici a base di latticini e carne, mentre verdure e spezie sono utilizzate in maniera molto limitata. La grande percentuale di grassi animali utilizzati è fondamentale per la dieta della popolazione locale, in gran parte nomadi e contadini, che in questo modo riesce ad affrontare le basse temperature. Anche l’allevamento, ancora oggi fonte di sostentamento principale del Paese, ha contribuito a plasmare le tradizioni culinarie della Mongolia, così come la vicinanza geografica di Cina e Russia, tanto che alcune specialità prendono spunto dalle cucine di queste due nazioni. Frutta e verdura non sono così comuni, mentre i dolci sono praticamente inesistenti.

La cucina mongola non ha una gran varietà di piatti e prodotti tipici, ma se avete in programma un viaggio in questo affascinante e misterioso Paese, ce ne sono alcuni che non potete perdervi.

Latticini
Soprattutto in estate i mongoli mangiano molti alimenti e bevande derivati da latte e yogurt, che servono spesso come antipasti (tsagaan ide) in particolare quando hanno degli ospiti. Tra le specialità più diffuse troverete:
Aarts. È un formaggio cagliato che si ottiene dal latte di bovino e viene addolcito mescolandolo con uvetta e frutti di bosco.
Aaruul. È un formaggio di latte cagliato che viene tagliato a fette e lasciato ad essiccare al sole. Ha un sapore molto forte di latte e una consistenza abbastanza dura tanto che spesso è difficile masticarlo e si tiene in bocca fino ad ammorbidirlo. A volte viene aggiunto dello zucchero o della frutta per addolcirlo. È una delle specialità più diffuse tra i popoli nomadi e si pensa sia ottimo per rafforzare i denti e le gengive.
Byaslag. È un formaggio che si ottiene da un mix di latte caldo e yogurt. Ne risulta un formaggio mediamente dolce, ma può essere più acidulo a seconda della quantità di yogurt aggiunta.
Shar tos. È un burro chiarificato di colore giallo.
Urum. È una sorta di burro bianco, che viene mangiato da solo o abbinato ad altri formaggi.
Airag. Questa bevande è un latte di giumenta fermentato, ed è la bevanda nazionale per eccellenza. È leggermente alcolico e i mongoli lo bevono soprattutto in estate e durante le occasioni speciali, come i matrimoni e le feste. Ha un retrogusto un po’ acidulo e si ritenga abbia molti benefici per la salute.
Arkhi. Conosciuta anche come “milk vodka”, è una bevanda alcolica ottenuta attraverso la fermentazione del latte e altri passaggi con cui si ottiene questo distillato di 10-12°.
Tarag. È lo yogurt della Mongolia ed è simile alla bevanda kefir. Lo si beve da solo, solitamente alla sera, oppure accompagnato da frutta e zucchero.

Altre specialità
Buuz
I buuz sono dei ravioli al vapore, simili a quelli che trovate al ristorante cinese, e sono farciti all’interno con carne di vario tipo, cipolla, aglio e a volte delle verdure. Sono molto saporiti e vengono consumati spesso durante l’anno e sono anche un piatto tipico del Capodanno.

Khuushuur
I Khuushuur sono sempre dei ravioli ripieni di carne, cipolla e aglio ma con la differenza che vengono fritti. Li trovate come street food o nei ristoranti come antipasti e vengono serviti insieme a salsine più o meno speziate dove potete intingerli.

Khorkhog
È una sorta di barbecue mongolo, preparato con carne d’agnello o altri tipi di carne, patate, carote o altre verdure. Il tutto viene cotto secondo un metodo tradizionale con delle pietre calde in una pentola o in un recipiente assieme ad un po’ di acqua e a volte vodka.

Shölte Khool
La zuppa è uno dei piatti più diffusi e consumati in Mongolia, soprattutto in inverno, e viene preparata con noodles, carne di montone bollito e patate.

Bantan
È una zuppa cremosa preparata con carne e farina ed è uno dei rimedi per la sbornia preferiti dai Mongoli.

Boortsog
Sono dei biscottini fritti simili ai donuts ma dalla forma triangolare e sono preparati con farina, latte, uova e zucchero. Sono serviti come dessert o come merenda in accompagnamento al tè salato.

Suutei tsai – Tè salato
È la bevanda tipica servita per merenda, a colazione o come accompagnamento a vari pasti ed è molto dissetante. Si tratta di un tè verde preparato con sale e latte. A seconda della provincia che visitate lo potete trovare in versione più o meno salata.

GLI OVOO, COSA SONO?

Tra le steppe della Mongolia, si trovano spesso dei mucchi a forma di piramide formati da pietre e ossa di animale con, al centro, un palo di legno fasciato da veli azzurri. Sono i cosiddetti “Ovoo”, pile votive caratteristiche della religione sciamanica, posti sulle alture, sui passi montani, lungo le piste più importanti e ai loro crocevia. Secondo le credenze, presso gli Ovoo si riuniscono gli Spiriti della natura. I pastori nomadi invocano la protezione di queste potenze col dono di un sasso, di piccoli oggetti, denaro, sigarette o altro che, gettati nell’Ovoo, contribuiscono alla crescita del monticello che un giorno potrà così arrivare al cielo. Poi, dopo questa offerta, i fedeli devono compiere tre giri completi in senso orario intorno all’Ovoo stesso, in armonia col Nariin, il percorso del Sole

 

I CAVALLI TAKHI

Il takhi è il parente più prossimo, tra quelli attualmente esistenti, del cavallo domestico ed è forse il simbolo più noto ed emblematico dell’originale e variegata fauna della Mongolia. Noto anche come cavallo di Przewalski (dal nome di un esploratore polacco che per primo se ne interessò), il takhi era solito vagabondare per le steppe del Paese in grandi branchi.
Durante il XX° secolo però, la popolazione allo stato brado, a causa dei bracconieri a caccia delle loro carni e dell’impoverimento dei pascoli, subì un forte calo, fino a scomparire praticamente del tutto negli anni ’60. La popolazione si mise allora in azione per riuscire a preservare questa specie ed il suo habitat caratteristico, la steppa. Nel 1977 venne dunque istituita la Fondazione per la Preservazione e la Protezione dei Cavalli Przewalski. In quegli anni erano sopravvissuti all’estinzione solo 300 cavalli.
Nei primi anni ’90, con l’appoggio di gruppi ambientalisti internazionali, fu possibile reintrodurre numerosi capi di takhi in aree protette specificamente designate allo scopo, vale a dire nei 90.000 ettari del Khurstain Nuur e nelle zone a sud del Gobi. Nel 2006 la popolazione complessiva di takhi poteva felicemente contare su ben 2000 capi allo stato brado e riuniti in splendidi branchi.

E TU, COME TI VESTI?

I mongoli amano molto vestire bene, con abiti riccamente decorati, per compensare il semplice stile di vita nomade. Il clima rigido e la vita complicata implicano un’attenzione particolare anche verso i più piccoli dettagli. Il guardaroba dei nomadi è quindi molto compatto, ma permette diverse varianti utili a diversi scopi.
Il deel, una lunga veste di tessuto, costituisce la base di quasi tutti i vestiti mongoli. Può inoltre essere utilizzato come coperta, tenda e riparo da sguardi indiscreti. Il deel protegge perfettamente da freddo e vento e, se necessario, le sue maniche possono anche venire arrotolate per formare dei guanti. Larghe fasce di tessuto, lunghe anche diversi metri, sono poi utilizzate come busti per proteggere dai continui balzi delle cavalcate, ma sono anche usate come tasche dove riporre coltelli, pietre focaie ed altri accessori.
Esistono un centinaio di tipi diversi di copricapo, che differiscono gli uni dagli altri per forma e finalità. I cappelli più comuni possono essere utilizzati in ogni occasione. In inverno i bordi del cappello possono essere abbassati per proteggere meglio dal freddo. Nelle giornate più calde invece i lati sono arrotolati e legati sul dietro. I cappelli sono dunque molto funzionali, ma sono anche il punto forte del vestiario. Ogni copricapo è riccamente ricamato con ornamenti di seta, velluto, pelliccia e pietre preziose. Lunghe nappe e strisce rosse che svolazzano al vento conferiscono poi un dettaglio molto alla moda. Il cappello serve poi ad indicare lo stato sociale e l’età del suo possessore. E’ consigliato tenere i cappelli in testa quando si entra nelle gher, in quanto l’etichetta proibisce di salutare qualcuno a capo scoperto, se non si vuole mancargli di rispetto.
Gli stivali mongoli, conosciuti come “gutul”, sono ideali per le cavalcate. Sono infatti abbastanza larghi, ma il rialzamento finale aiuta ad evitare di rimanere incastrati con i piedi nelle staffe in caso di caduta. Inoltre gli alti e rigidi stivali proteggono i piedi quando si cammina nell’erba alta o nella neve. Tradizionalmente gli stivali sono indossati assieme a dei calzini di feltro che sbucano leggermente dalle calzature. La parte esposta di solito è ricamata con seta, cuoio e altri ornamenti.
I vestiti tradizionali femminili hanno dei colori molto accesi e sono riccamente decorati. Molto particolare è la tipica acconciatura nei matrimoni, che richiama nell’aspetto le corna delle pecore selvatiche o semplicemente delle ali. Questa usanza è riconducibile ad una leggenda in cui si parlava di una donna simile ad un uccello alato che proteggeva la Terra. Oggi vi è anche una motivazione estetica e l’acconciatura può essere anche sostituita da una parrucca.
Le donne solitamente portano poi i capelli lunghi e per abbellirli utilizzano elaborate spille d’oro e d’argento e fermagli con pietre preziose. Gli abiti femminili devono poi essere sempre abbinati a dei copricapo, laboriosamente ricamati con fili d’oro e argento, coralli e perle. Lunghi orecchini completano il tutto. Un ultimo accessorio utilizzato dalle donne è poi la borsetta, usata per portare profumi ed altri prodotti per la pelle, oltre alle bottigliette snuff bottle (tipiche tabacchiere).

COS’è IL FESTIVAL DI NADAAM?

Ogni anno nei giorni 11 e 12 luglio, anniversario della rivoluzione mongola del 1921, la Mongolia ha celebra il suo Naadam (festival), la festa più popolare e più importante del paese che richiama nella capitale Ulaanbaatar centinaia di migliaia di mongoli da tutte le “aimag” (regioni) e centinaia di turisti. Originariamente la festa si svolgeva nella piazza centrale della capitale, Suhe Baatar. Fù sospesa nel 1992 e prevedeva una sfilata militare con una coreografia multicolore di lavoratori, studenti e cittadini, con bandiere, stendardi e abiti tradizionali.
E’ una vera e propria festa nazionale, che si svolge presso lo stadio centrale e che si celebra fin dai tempi di Genghis Khan, quando si riunivano nomadi ed eserciti mongoli. Musiche e danze in stile medievale si susseguono per ore, per poi dare inizio alla gara più attesa, in cui gli uomini si battono nella specialità della lotta, il loro sport nazionale, per conquistare il titolo di Leone della Mongolia. Tocca poi agli arcieri uomini e donne, ad affrontarsi in gare di tiro con l’arco. Infine, oltre seimila cavalieri danno vita alla manifestazione più spettacolare, quella della corsa sui cavalli.
Diversi Naadam si svolgono nel territorio mongolo, ma il più grande, popolare e caratteristico resta quello di Ulaanbaaatar.

 

THAILANDIA

MANO NELLA MANO, UN SIMBOLO DI AMICIZIA

E’ normale vedere due thailandesi maschi camminare mano nella mano per la strada, segno di amicizia, nient’altro. Mentre è raro vedere un uomo e una donna mano nella mano, perché manifestare in pubblico attrazione o affetto per l’altro sesso è un antico e fortissimo tabù.
Durante la guerra del Vietnam, quando Bangkok era piena di soldati americani in licenza, la critica più frequente che veniva loro rivolta riguardava il loro comportamento in pubblico con le ragazze dei bar, che era del tutto innocente se riferito ai modelli americani.

L’esperienza ha lasciato tracce profonde e non sono poche le ragazze di buona famiglia che evitano anche di essere viste in compagnia di uno straniero “farang” per non essere oggetto dell’eventuale disprezzo dei connazionali. Nelle relazioni con i thailandesi ricordate di sorridere sempre, di essere sempre gentili, di reprimere ogni voglia di esternare i vostri sentimenti. Non dimostrate né simpatia né antipatia. Il sorriso per i thailandesi è molto più che comunicare: è un modo di esistere che accomuna etnie diverse e affascina il visitatore straniero. Non toccate mai la testa a nessuno, neanche a un bambino, perché in essa risiedono lo spirito e l’anima e perciò è considerata una parte sacra del corpo. Essendo il piede la parte più bassa del corpo in Thailandia è considerato sbagliato indicare qualcuno con il piede.

10 COSE DA NON FARE IN THAILANDIA

1.Stringere la mano per salutare
In Thailandia ci si saluta usando il “wai” (gesto che implica un inchino e mani giunte come per pregare) e pronunciando il tipico saluto “Sawasdee Krap” (per gli uomini) o “Sawasde Kaa” (per le donne.
Chinare il capo è segno di rispetto e umiltà, questo gesto è strettamente collegato alla religione Thailandese: il Buddismo.
La parola “Sawasdee” è usata anche per ringraziare o per chiedere scusa.
2.Denigrare le arti marziali
La Thailandia è famosissima per i suoi sport da combattimento. Tra le arti marziali thailandesi troviamo: il Krabi Krabong (arte marziale armata), la Muay Boran (caratterizzata da proiezioni e intrappolamenti) e la Mae May Muay Thai (prevede il combattimento sia con le armi che a mani nude).
Dalla Mae May Muay Thai trae le sue origini la Muay Thai moderna, meglio nota come “arte delle otto armi” (pugni, calci, ginocchiate e gomitate).
3.Maltrattare gli elefanti
In Thailandia l’elefante è un animale sacro, viene rispettato e amato al pari di una divinità. In particolare l’elefante bianco è simbolo di prosperità e di pace in tutta l’Asia. La leggenda narra che un elefante abbia fecondato la donna che poi generò Budda.
4.Toccare il denaro con i piedi
I piedi, a differenza del capo, sono la parte più sgradevole del corpo. È simbolo di maleducazione puntare i piedi verso qualcuno e calpestare il denaro (che raffigura l’immagine del re) rappresenta un’offesa oltre ad essere un gesto poco educato.
5.Camminare mano nella mano
In Thailandia è un tabù manifestare affetto o attrazione per l’altro sesso pubblicamente. Perciò è frequente vedere due donne o due uomini che passeggiano mano nella mano per strada, ma è raro vedere un uomo e una donna che passeggiano tenendosi per mano.
6.Insultare un monaco
Il Buddismo è la religione di Stato e i monaci vanno trattati con il massimo rispetto. Essi fungono da officianti in tutte le occasioni cerimoniali, e sono i massimi responsabili per la conservazione e trasmissione degli insegnamenti dell’Illuminato, il Signore Buddha.
7.Toccare la statua del Buddha
Le statue che raffigurano il Buddha e le altre immagini religiose sono oggetti sacri e non vanno toccate. Toccarle è un gesto volgare e rappresenta un’offesa all’immagine sacra rappresentata. Entrando nei templi è d’obbligo togliere le scarpe.
8.Esprimere emozioni in pubblico
Per le strade della Thailandia, oltre a non poter mostrare attrazione per una persona del sesso opposto, è sconveniente mostrarsi impazienti ed arrabbiati. Gli unici gesti d’affetto (baci e carezze) sono consentiti solo nei confronti dei bambini.
9.Alzare la voce
Per la stessa ragione per cui non è consentito mostrare le proprie emozioni in pubblico, in Thailandia alzare il tono della voce è indice di maleducazione. In pratica ognuno è libero di fare ciò che vuole (persino prostituirsi) nelle mura domestiche.
10.Non festeggiare il 13 Aprile
I Thailandesi sono un popolo mondano, non perdono occasione di festeggiare.
Importantissima nella tradizione Thailandese è la festa di Songkhran il 13 Aprile, è un’occasione per far visita ad amici e parenti, per abbandonarsi all’allegria e agli scherzi con l’acqua..

UN PAESE AVANTI NEL TEMPO

Lo sapevate che qui in Thailandia siamo già nel domani? Lasciate perdere gli oroscopi, abbandonate i vostri dubbi esistenziali e le incertezze sui vostri progetti per il futuro: concedetevi una vacanza in Thailandia, e scoprirete cosa vi aspetta per i prossimi…cinquecento anni! Eh sì, perché qui siamo già nell’anno 2560!,,Battute a parte, in pochi sanno che la Thailandia segue un calendario tutto suo per il calcolo degli anni. A differenza del nostro modo di contare lo scorrere del tempo facendo riferimento alla nascita di Cristo, per i thailandesi l’anno zero è, invece, la nascita del Buddha.,,La data di riferimento è fissata nell’anno 543 a.C., ed è per questa ragione che questo conteggio degli anni viene chiamato “calendario buddhista”, utilizzato in Thailandia ma anche in altre nazioni come Sri Lanka, Cambogia, Birmania e Laos, dove è presente il buddhismo Theravada.,,Come accade anche nella nostra cultura, il fatto che l’anno zero faccia riferimento ad un evento di carattere sacro o spirituale (per noi la nascita di Cristo, per loro quella del Buddha) non significa che questo tipo di calendario sia legato esclusivamente alla religione. Esso infatti viene utilizzato per ogni tipo di documento ufficiale, dalla data di nascita alla stesura di documenti, su scala nazionale.,,Troverete (a volte) indicato in piccolo anche l’anno calcolato secondo il nostro calendario…in ogni caso, vi basterà sottrarre all’anno thailandese la cifra 543, e scoprirete a quale data “occidentale” si sta facendo riferimento.

TU LI CONOSCI I TUK TUK?

Atto di coraggio a metà fra il pittoresco e l’adrenalinico, salire a bordo di un tuk tuk in Thailandia è un’esperienza da provare, almeno una volta nella vita.

I tuk tuk sono dei veicoli a tre ruote utilizzati come taxi e che ricordano, in maniera più o meno verosimile, i nostri Apecar della Piaggio. Presenti in quasi tutto il continente asiatico con carrozzerie leggermente differenti fra loro, questi mezzi di trasporto sono uno dei simboli per eccellenza di questa parte del mondo, dall’India alle Filippine, dallo Sri Lanka alla Cina.

Ma da dove arriva il nome thailandese di tuk-tuk?
Esistono diverse spiegazioni al riguardo, ma le più attendibili sono due. C’è chi dice che questo nome sia in realtà un’onomatopea, una parola che richiama il suono sferragliante del motore di questo bizzarro autoveicolo. Per altri, invece, tale appellativo potrebbe derivare dalla parola ถูก (thūk) che in lingua thai significa “economico”, sia perché questo mezzo di trasporto è estremamente low cost, sia perché esso fu riservato alla fetta meno abbiente della popolazione thailandese.

Quale che sia la vera origine di questo nome, salire a bordo di un tuk-tuk rimane sicuramente una delle esperienze più tipiche di un soggiorno in Thailandia.

ZINGARI DEL MARE, UNA POPOLAZIONE THAILANDESE

Gli “Zingari del mare” sono rappresentanti di una popolazione minoritaria che, a parte qualche caso, vive come dei nomadi del mare, alimentandosi unicamente di quello che il mare offre. Migrati dal sud della Cina circa 4’000 anni fa, i Moken (questo il nome originale) vivono al largo delle coste meridionali del Myanmar (ex Birmania) e su alcune isole della Thailandia. Sono animisti, sono equalitari cioè privi di gerarchie, non ammettano la burocrazia e per il loro comportamento vengono emarginati dalla popolazione thai. Non hanno diritti politici ne di proprietà. Non hanno una lingua scritta per cui non hanno una storia e le poche tradizioni si tramandano di padre in figlio in modo diretto. Vivendo prevalentemente come nomadi, i loro villaggi sono fatiscenti e privi delle più elementari norme di igiene. A bordo dei loro kabang, le tradizionali imbarcazioni di legno, si spostano da una baia all’altra per pescare e raccogliere molluschi e crostacei.

COSA SONO I WAT?

I wat in Thailandia sono più di 30.000. Essi rappresentano molto più di un semplice luogo di culto. Specie nei piccoli paesi e/o nelle località minori, sono una parte importante della comunità locale in quanto incorporano ospedali, monasteri, scuole, mercati, ed ancora altro. I loro nomi spesso riflettono la storia o il significato religioso della zona che rappresentano. Il prefisso “rat” che spesso si ritrova nei nomi rappresenta un segno di rispetto nei confronti della famiglia reale, in cui magari un solo membro si è preso cura della realizzazione o de riadattamento del wat. Altri hanno un legame con il benefattore che ne ha permesso la realizzazione

THAILANDIA, TERRA DI MONACI BAMBINI

Chi viene in vacanza in Thailandia rimane sempre molto colpito dall’abbondanza di monaci buddhisti in tenera età. Sarà forse per la somiglianza che questi bimbetti ricordano con il protagonista del film “Il Piccolo Buddha”, o forse per la dolcezza dei loro lineamenti in contrasto con uno stile di vita monastico… rimane il fatto che questi piccoli monaci catturano sempre l’attenzione di tutti i viaggiatori.
Ma come mai tutti questi bambini nei monasteri?

Dovete sapere che in Thailandia è obbligatorio per tutti gli uomini fare vita monacale per un certo periodo di tempo. In passato questa esperienza doveva avere la durata di qualche anno, per poi ritornare alla vita di sempre. Col tempo, ora, molto spesso un paio di mesi o anche solo qualche settimana in monastero sono considerate più che sufficienti; dopodiché si possono abbandonare le vesti monacali e pensare e mettere su famiglia, fatta eccezione ovviamente per coloro che intendono proseguire questo cammino spirituale diventare monaci a tutti gli effetti.

Un caso a parte, invece, è quello dei bambini orfani che vengono presi in custodia dai monaci, o ancora le famiglie molto povere che mandano i figli a studiare presso i templi per garantire loro la possibilità di studiare. La tradizione prevede infine una breve permanenza in un monastero anche a seguito di un lutto: vivere qualche tempo come un monaco, tagliarsi i capelli e rispettare l’orario della meditazione serve per elaborare il lutto e aiutare l’anima del defunto a muoversi verso la reincarnazione successiva.

IL FESTIVAL DELLE SCIMMIE

Classificato tra i dieci eventi più bizzarri del mondo, il Monkey Buffet Festival di Lopburi, nella Thailandia centrale, coniuga tradizioni culturali indù, khmer e thai. Le migliaia di scimmie (una varietà di macachi) che popolano i templi cittadini, l’ultima domenica di novembre – quest’anno il 25 – vengono allietate dagli abitanti di Lopburi con decine di tavole imbandite con arachidi, cavoli, angurie, banane, zucche, ananas, cetrioli, papaie e uova sode: i cibi preferiti da questi primati, che si avventano disordinatamente sul buffet rubandosi i frutti l’uno l’altro, tra grida e baruffe devastano in pochi minuti l’allestimento. L’offerta si ripete per tre volte nello stesso giorno: alle 10, alle 12 e alle 14. Perché le scimmie vengono trattate così bene? Non certo perché sia facile convivere con loro: urlano, saltano sui tetti, rubano il cibo da case e terrazze e, spesso, distruggono le antenne televisive, che a Lopburi vengono infatti protette da gabbie.
Le scimmie qui sono rispettate per diverse ragioni. La prima, antichissima, risale al poema epico indù Ramayana (V secolo a.C.), che indicava Lopburi (che all’epoca apparteneva alla cultura khmer, induista) come sede del regno di Hanumam, il dio delle scimmie che aiutò Rama a raggiungere Sri Lanka con un ponte formato da primati: permise a quest’ultima divinità di liberare la moglie Sita prigioniera del malefico Ravana. Sempre nella mitologia indù, le scimmie sono ‘i bambini’ di Kala, dio del tempo e della morte: ucciderle è di pessimo auspicio. E anche oggi, secoli dopo che il buddhismo ha sostituito l’induismo come religione locale, resta la compassione del Buddha per ogni essere vivente che induce i thailandesi a evitare di uccidere gli animali. Va poi detto che le scimmie di Lopburi sono diventate un’attrazione turistica complementare agli antichi templi, tra cui saltano pronte a rubare cibi e oggetti ai visitatori.
Il festival avviene nel Prang Sam Yot, un tempio khmer del periodo in cui Lopburi apparteneva all’impero di Ankgor (Cambogia). Come in altri santuari cittadini si nota il passaggio dell’edificio dal culto induista a quello buddhista: votato con relativi simboli alla Trimurti indù (Brahma, Vishnu e Shiva), oggi ospita immagini e sculture del Buddha. Opposto al Prang Sam Yot, tra alberi di tamarindo e centinaia di scimmie, c’è il San Phra Kan: il tempio dedicato al dio indù Kala.

Sono solo alcuni dei templi disseminati nella città e legati ai diversi periodi storici, nei quali Lopburi passò dall’impero khmer di Ankgor ai regni thailandesi (buddhisti) di Sukhothai (XIII secolo) e Ayuthaya (XVII secolo). Durante quest’ultimo regno, Lopburi svolse il ruolo di seconda capitale quando Ayuthaya fu minacciata dal blocco navale olandese che tentò senza successo di colonizzare la Thailandia, l’unico Paese dell’Asia meridionale che riuscì sempre a mantenere l’indipendenza. Sono il Wat Phra Si Ratana Mahathat, del XII secolo di origine khmer, circondato da numerosi stupa (reliquiari buddhisti a forma di campana). Il Wat Nakhon Kosa, costruito nello stesso periodo come santuario indù. Il Wat Sao Thong Thong del periodo di Ayuthaya con un gigantesco Buddha seduto.
Molte delle sculture rinvenute in questi e in altri templi sono conservate nel Museo Nazionale di Lopburi, un’ampia area espositiva articolata in tre edifici contigui. Il museo è situato all’interno del Phra Narai Ratchaniwest, il sontuoso palazzo di re Narai (regno di Ayuthaya) costruito in dodici anni mescolando influenze khmer con linee e tecniche edilizie europee, grazie al contributo di diversi architetti francesi. Comprende la sala delle udienze, l’harem e le stalle degli elefanti. Molti edifici del complesso sono in rovina. Mentre il parco reale è diventato il giardino pubblico della città.

11 CURIOSITà SULLA THAILANDIA

1.Originariamente la bandiera del Siam era un elefante bianco su sfondo rosso, oggi la bandiera nazionale del Regno di Thailandia è composta da strisce orizzontali rosse, bianche e blu. Il colore rosso rappresenta la Nazione, il colore bianco rappresenta la Religione, il colore blu rappresenta la Monarchia.
Quando i thailandesi si incontrano, non si stringono la mano. Il saluto abituale e’ il wai, con le mani giunte come per pregare.

2.Il popolo thai e’ molto orgoglioso della propria patria e di conseguenza, affiancando a status la religione buddista e la monarchia, considera sacra ogni cosa che fa’ parte o che identifica la propria terra compresa la bandiera ed il proprio inno nazionale. Ogni giorno alle 8 di mattina e alle 18, tutte le emittenti radiotelevisive di stato e private trasmettono l’inno nazionale, la stessa cosa avviene nei cinema e teatri prima dell’inizio dello spettacolo, come pure nelle scuole e negli uffici pubblici.

3.I thailandesi sono troppo gioviali e tolleranti per aspettarsi che un forestiero conosca e rispetti i loro usi, ma anche qui può  d’essere d’aiuto sapere ciò che si fa’ e ciò che non si fa’. Le cose che possono irritare i thailandesi sono la mancanza di rispetto per la monarchia, il re è intoccabile e in passato era persino considerato sacro; è il protettore della nazione e anche il sommo cerimoniere di tutti i riti buddisti.

4.Parlare della famiglia reale è tabù. Anche il mancato rispetto della religione buddista e dei suoi simboli e’ considerato irritante. Non bisogna mai appoggiarsi ad una statua di Buddha: nel passato alcuni forestieri si fecero fotografare seduti sulla testa di una grande statua di Buddha, un doppio insulto, perché  la testa e’ considerata la parte più  sacra del corpo. Nei templi si deve togliere le scarpe prima di entrare nell’edificio con la principale immagine di Buddha, davanti alla quale i fedeli siedono sul pavimento rendendo omaggio, una donna è guardata in cagnesco se entra in un tempio in short o con altre parti del corpo scoperte. I monaci sono intoccabili. Non si deve rivolgere loro la parola e si deve cedere sempre il passo; le donne non devono toccarli per nessuna ragione, ne’ possono consegnare qualcosa direttamente a loro. Se dovesse capitare che una donna debba dare qualcosa a un monaco e non ci sono uomini nelle vicinanze per fare da tramite, la donna metterà l’oggetto su un tavolo o sul pavimento, si allontanerà e il monaco lo raccoglierà.

5.E’ normale vedere due thailandesi maschi camminare mano nella mano per la strada, segno di amicizia nient’altro, mentre e’ raro vedere un uomo e una donna mano nella mano, perché  manifestare in pubblico attrazione o affetto per l’altro sesso è un antico e fortissimo tabù.
Nelle relazioni con i thailandesi, ricordate di sorridere sempre, di essere sempre gentili, di reprimere ogni voglia di esternare i vostri sentimenti, non dimostrate ne’ simpatia ne’ antipatia, il sorriso per i thailandesi è molto più che un modo di comunicare: e’ un modo di esistere che accomuna etnie diverse e affascina il visitatore straniero.
Non toccate mai la testa a nessuno, neanche a un bambino, perché in essa risiedono lo spirito e l’ anima e perciò è considerata una parte sacra del corpo.
Quando si deve porgere una cosa ad una persona, devono essere utilizzate entrambe le mani o al massimo la mano destra, mai la sinistra poiché usata per le abluzioni intime.
Le scarpe non vengono usate nelle abitazioni private, negozi e guesthouse, in questi ambienti e’ buona norma toglierle oltre naturalmente nei templi. 

6.L’elefante, animale sacro a Buddha, “sotto le cui sembianze egli scese sulla terra” è il simbolo della Thailandia.
Il governo ha pertanto, creato un parco nazionale in cui vivono gli ultimi esemplari d’elefanti selvatici. Gli asiatici hanno da sempre addomesticato il mammifero più grosso e più forte della terra.
Nel nord della Thailandia, a Mae Sai, sulle rive del fiume Mae Nam Ping di lato alla frontiera con la Birmania, ora Mianmar, c’è un ristorante da dove, mangiando sulla terrazza, si possono con facilità osservare gli elefanti guidati in riva al fiume. Ogni animale porta sul dorso il suo proprio conduttore e ne segue i gesti e i comandi ubbidiente, ricordando forse un bambino fiducioso in compagnia del genitore. Si vedono arrivare in fila trottando, le proboscidi penzolanti sulla terra scura, mentre escono dalla foresta fino a raggiungere l’acqua. I Thailandesi stessi, credono che strisciare sotto la pancia di un elefante porti fortuna, e quindi non è raro vedere queste bestie tenute immobili al centro di piazze dove il traffico è intenso, in mezzo al caos e un andirivieni generale. Spesso allora l’elefante si imbizzarrisce e non è raro che avvengano degli incidenti, spesso anche gravi.

7.Rilassarsi? In Thailandia è un’arte.
Si chiama nuad phaen boran, è il massaggio thailandese tradizionale, una vera e propria arte nata più di duemila anni fa, oggi insegnata e praticata in vere e proprie scuole. Con le mani o con i piedi, è possibile alleviare il dolore o diminuire la “presa” delle malattie sui vari organi. Il posto migliore dove farsi massaggiare rimane comunque Wat Pho, il più antico e vasto tempio di Bangkok, dove esiste la più famosa scuola di massaggio tradizionale.

8.La boxe thailandese
Non esistono colpi proibiti nella celebre Muay Thai, perché consente di usare le mani, i piedi, i gomiti e le ginocchia. I pugili sono considerati i guerrieri ed eroi della Thailandia, questo sport è sicuramente il preferito. Spesso sono gli stessi monaci ad allenare i futuri campioni che, prima di iniziare il match, si inginocchiano in preghiera al centro del ring e eseguono alcuni passi di danza per mostrare in forma stilizzata la loro abilita’.

9.Galli da combattimento
I galli da combattimento thailandesi sono conosciuti nella regione asiatica per la loro bellezza e la loro abilità di lotta. Uno sport popolare, specialmente nelle zone rurali dove i combattimenti fra galli sono sempre stati parte della vita dei tailandesi.

10.L’arte dell’intaglio di frutta e verdura è considerata uno dei dieci antichi mestieri in Thailandia. Ha origine nel 1364 circa dalla dinastia di Sukkothai, quando la consorte dei sua Maestà il Re Phra Ruang creò il trionfo di frutta e verdura in occasione del festival di Loy Kratong. Essa intagliò vari tipi di frutta e verdura in fiori di loto, animali e le foglie. Artisti esperti trasformano la frutta e la verdura maneggiando dei piccoli coltelli con la lama aguzza molto tagliente, capace di trasformare una papaia o una zucca in un mazzo dei fiori, un ravanello in un coniglio, una piccola margherita, una rara orchidea di carote. 

11.I tuk-tuk  sono colorati moto-taxi a tre ruote, simili ai nostri ape, con due posti posteriori con una loro personalità . Questi “corridori veloci” sono veramente indomiti, fanno stridere le ruote per gareggiare con un’altro tuk-tuk e sono cosi’ coraggiosi da sfidare i bus cittadini per il primo posto ai semafori. I tuk-tuk riescono sempre a trovare la strada divincolandosi nel traffico, ma è possibile usarli solo per medie distanze.
I trishaw  sono dei bici-taxi a tre ruote usati come mezzi di trasporto in molte province della Thailandia, nonostante è il più lento mezzo di trasporto è scelto per le brevi distanze, in quanto ci si può rilassare e guardare il paesaggio.
I songtaew  sono dei pick-up convertiti in mini-bus con due lunghi sedili montati in ogni lato nella parte posteriore, in generale trasportano le persone dalla periferia alla città  e cercano i passeggeri lungo il tragitto, si possono anche noleggiare privatamente per andare dovunque desideriate.

L’ELEFANTE BIANCO IN THAILANDIA

La Thailandia è una terra molto affascinante a motivo delle sue culture e tradizioni. Esse si tramandano da secoli da una generazione all’altra e una tra le più importanti riguarda proprio il culto e la venerazione dell’elefante asiatico. I simboli di questo animale, sono stati utilizzati per secoli come rappresentazioni di antiche casate, città e paesi. Sia che si ispirassero al regno animale, vegetale o umano la loro importanza era notevole. Ancora oggi vengono usati e in particolare questo avviene nella cultura tailandese, il vero simbolo è costituito dall’elefante asiatico. L’elefante è dunque un animale di basilare importanza. Vediamo subito di conoscere qualcosa in più su questo animale, l’elefante thailandese.
Feste nazionali
L’importanza che questo animale riveste per la nazione è facilmente constatabile dalla festa nazionale, che si tiene il 13 marzo di ogni anno, istituita per omaggiare gli elefanti nel loro ruolo che hanno avuto in passato per quei luoghi e per la funzione che hanno tuttora. Questo particolare tipo di elefante di colore bianco ha ispirato numerose leggende su poteri sacri insiti in loro e per questo spesso sono state fatte molte guerre per possederne nel maggior numero possibile. Il bianco è ritenuto simbolo di purezza e fertilità ancora oggi, questo è dimostrato dalla consueta tradizione di far passare per tre volte una donna incinta sotto la pancia dell’elefante con l’opinione che in questo modo essa possa partorire senza problemi e velocemente.
Buddismo
L’elefante asiatico riveste una grande importanza poiché è considerato come l’animale sacro a Buddha e il Buddismo è una delle religioni più diffuse in Thailandia. Le tradizioni indicano questo animale come simbolo di pace e potere e per secoli il possederli ha significato avere un regno sicuro e forte. I re li utilizzavano per processioni, feste o cortei regali indicando la loro fierezza su queste splendide bestie. Oltre ad avere questo ruolo per cui sono venerati e ambiti, gli elefanti avevano una funzione di trasporto, potevano essere cavalcati oppure trasportare materiali pesanti.
Simboli
I centri più famosi della nazione sono attorniati da sculture e decorazioni che richiamano questo fantastico animale. Oggi purtroppo gli esemplari presenti sono circa 4000 e sono una delle attrazioni del posto solitamente addestrati per attirare i turisti. C’è un programma demografico previsto per il ripopolamento delle foreste da parte di questi mammiferi in modo da ristabilire il giusto equilibrio demografico. Augurandoci che questo avvenga il più presto possibile, non potete non rimanere affascinati dall’antica cultura dell’elefante asiatico presente in Thailandia.

COREA DEL SUD

LEGGENDE: COME è NATA LA COREA?

Il 3 Ottobre in Corea si celebra il Gaecheonjeol (개천절) che sarebbe il Giorno Nazionale della Fondazione della Corea. Ora, molti di voi penseranno che questa celebrazione si riferisca a fatti storici realmente accaduti o a personaggi realmente vissuti, e invece no! In questa data si celebra il mito della fondazione della Corea che di realistico ha ben poco, ma che è comunque una parte importante della cultura coreana da sapere quando ci si addentra in questo mondo e che quindi vi racconterò.

La storia di Dangun
Questa storia comincia più o meno 4.400 anni fa nel regno del paradiso. Lì viveva un uomo di nome Hwanin “il signore del paradiso” che aveva un figlio di nome Hwanung. Mentre Hwanung diventava grande cominciava a bramare di vivere tra le montagne e le valli della terra. Questo suo desiderio era così grande che per suo padre divenne sempre più difficile rimanere impassibile alla vista del figlio che voleva così tanto vivere nel mondo umano.

Alla fine Hwanin decise di esaudire il desiderio di Hwanung e scelse per lui il Monte Taebaek come luogo dove cominciare la sua vita terrena. Gli disse di governare e portare felicità agli umani che vivevano in quelle terre, ma si assicurò che avesse aiuto nella sua missione. Mandò con Hwanung 3000 aiutanti insieme a 3 dei sigilli del paradiso: la pioggia, il vento e le nuvole, affinché lo assistessero nel governare la città che Hwanung avrebbe fondato. Dopo essersi stabilito sulla terra Hwanung fondò Shinshi, anche detta Città di Dio.

Lentamente Hwanung cominciò a insegnare ai mortali la legge e la morale, le arti, la medicina e le tecniche dell’agricoltura. La vita degli umani era migliorata così tanto che anche gli animali, vedendo la loro felicità, cominciarono a desiderare di diventare umani. Tutti accettarono con gioia di sottostare alla guida e alle regole di Hwanung e vivere la loro vita arricchita dalle nuove conoscenze.

Nel frattempo un orso e una tigre che vivevano in una delle caverne del regno di Hwanung volevano diventare a loro volta esseri umani e cominciarono a pregare giorno e notte affinchè Hwanung esaudisse il loro desiderio. Hwanung udì le loro preghiere e decise di concedergli la possibilità di diventare umani ma solo a certe condizioni. Gli disse che per diventare umani avrebbero dovuto passare 100 giorni in una caverna con nient’altro che una manciata di spicchi d’aglio e artemisia come sostentamento. Se fossero riusciti a resistere per tutti i 100 giorni senza uscire dalla caverna, superando quindi i loro istinti e dimostrandosi obbedienti e diligenti si sarebbero trasformati in esseri umani.

Entrambi gli animali accettarono con piacere la sfida e ringraziarono Hwanung promettendo di mangiare solo il cibo che gli era stato dato e rimanere nella caverna per 100 giorni. Dopo pochi giorni però la tigre, assalita dai morti della fame, si arrese e lasciò la caverna, mentre l’orso, che era determinato a diventare umano, resistette e seguì diligentemente le istruzioni dategli da Hwanung.

Dopo 100 giorni quindi l’orso si trasformò un una bellissima donna e ricevette il nome di Ungnyeo. Ungnyeo era infinitamente grata a Hwangun per ciò che aveva fatto per lei, ma in qualche modo si sentiva ancora insoddisfatta. Ungnyeo si sentiva sola, così decise di pregare di nuovo sotto all’ albero di sandalo affinché il destino le portasse qualcuno da amare. Hwanung sentì di nuovo le sue preghiere e decise di diventare umano a sua volta e di prenderla in sposa. Dall’unione di Ungnyeo e Hwanung nacque poi un bambino che venne chiamato Dangun Wanggeom.

Una volta cresciuto Dangun scese poi dal Monte Taebaek e fondò Gojeoson, l’antica Corea.

Si pensa che Dangun fondò Gojeoson, il primo regno di Corea, nel 2333 a.c. e stabilì a sua capitale a Pyeongyang, la capitale dell’attuale Corea del Nord. Dangun spostò poi la capitale ad Asadal che si pensa fosse sul Monte Guwol nella provincia di Hwangae. Dangun regno per 1,500 anni prima di abdicare, poi decise di ritirarsi tra le montagne e diventò una Sanshin (uno spirito immortale della montagna) all’età di 1908 anni.

Questa è la leggenda su come è stata fondata la Corea, e anche se sembra molto assurda si basti pensare alla leggenda di Romolo e Remo e alla fondazione di Roma. Ogni nazione ha i suoi miti e le sue leggende e credo che siano proprio quelle che rendono ancora più interessante una cultura.

IL NATALE IN COREA

Il Natale si avvicina, le strade si illuminano e si riempiono di decorazioni natalizie e la popolazione coreana è alla disperata ricerca dell’anima gemella. Meeting con amici di amici, incontri al buio, ragazzi che chiedono il numero alla prima che passa: la popolazione coreana ancora single impazzisce e molti sono sull’orlo di una crisi isterica. No, niente cenone con la famiglia, niente montagna di regali sotto l’albero, in Corea, passare il 25 dicembre soli con i parenti è una delle più grandi sfortune.
Il Natale è, per i coreani, una copia di San Valentino, solo con molte più decorazioni e con probabilmente 10 gradi in meno. I più giovani iniziano la ricerca del partner già da inizio dicembre, molti evitano di mollare il ragazzo-ragazza prima della festività proprio per non rischiare di essere soli la viglia e molti altri, disperati e ancora single, si buttano sul primo che passa tanto per avere una “date” il giorno di Natale. Chi proprio non riesce a trovare un partner per il giorno speciale allora può scegliere se uscire con gli amici o starsene a casa con i genitori e partenti.

Sarà ormai chiaro, quindi, che il Natale in Crea del Sud è una festività puramente commerciale, niente “Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi”, ma non c’è nulla di cui stupirsi, questa festività non rientra nella cultura coreana, è stata importata dall’occidente: da noi si festeggia la nascita di Gesù e da loro il compleanno di Buddha (석가탄신일).
I coreani, come probabilmente avrete già notato dagli altri articoli scritti nel blog, amano essere in coppia, amano mostrare a tutti il loro amore e quindi: che giorno migliore se non il giorno di Natale?

I giovani piccioncini amano passare la giornata camminando per le strade di Myeongdong, assaporando l’atmosfera natalizia e i saldi nei grandi magazzini e godendosi un escursione alla Namsan Tower.
I più temerari, amanti del caos e del pericolo allo stesso tempo, si avventurano nelle piste di pattinaggio sul ghiaccio oppure si dirigono verso gli impianti sciistici. Non immaginatevi nulla in stile italiano. Le piste sono cortissime e affollatissime e si trovano spessissimo in cittadine disabitate in cui l’età media è probabilmente 70 anni. L’unica cosa presente vicino alle piste e nella “città” stessa è appunto il resort, dove potete godervi una bella seduta alla SPA con massaggi, acqua termale e trattamenti vari o potete rischiare la fortuna al casinò.
Le coppie di lavoratori, o con più disponibilità finanziare, invece, solitamente si godono i Christmas Package offerti dagli alberghi più lussuosi della città, passando una serata romantica con buon vino, buon cibo e una stanza da letto romanticamente addobbata.
Molto popolare nel giorno di Natale è anche recarsi nei parchi divertimenti: è così popolare che è vivamente SCONSIGLIATO. Se già nei giorni normali sono estremamente affollati potete solo immaginare come siano durante le festività. Se siete temerari e non vi spaventano ore di code davanti alle attrazioni allora vi consiglio di provare il Lotte World, il quale offre anche una pista di pattinaggio abbastanza grande.

Ci sono poi anche famiglie più religiose e che seguono la tradizione cristiana, ma sono indubbiamente una minoranza. C’è però da sottolineare come in Corea, a differenza di nazione con il Giappone, il Natale sia considerato una festività nazionale e quindi sia relativamente più sentito che nelle altre nazioni asiatiche. Non c’è come in Italia una cibo tradizionale, ma si possono trovare nelle varie “pasticcerie” torte con decorazioni natalizie, spesso torte al gelato o ricoperte di crema. Il pandoro e il panettone, invece, apparentemente non sanno nemmeno cosa sia!

10 BIZZARRE CURIOSITà SULLA COREA DEL SUD E I SUOI ABITANTI

1) Piacere, quanti anni hai?
L’età è un fattore importante per i coreani, e a un primo incontro una delle domande che ti verranno poste da un coreano sarà “quanti anni hai?”, Quasi subito dopo averti chiesto il tuo nome. Questo perché in Corea non esiste il nostro concetto di “dare del tu” o “dare del lei”, ma è fondamentale il rispetto in base alla gerarchia e al proprio ruolo nella società. Quando sapranno quanti anni ha il proprio interlocutore, i coreani potranno riferirsi a lui/lei nel modo appropriato, o usando uno o l’altro appellativo.
Tra l’altro se per noi e altri Paesi nel mondo il primo anno di età si calcola dal giorno di nascita, in Corea non è così. Il conto parte già da quando il bambino è stato concepito, per cui tutti i coreani contano un anno in più rispetto al loro giorno di nascita. Inoltre, il primo giorno dell’anno tutti diventano più vecchi di un anno, si considera infatti l’anno corrente come se avessi già compiuto gli anni, anche se magari sei nato nel mese di dicembre.
2) KakaoTalk al posto di Whatsapp
Tra le curiosità sulla Corea del Sud c’è decisamente KakaoTalk. In Corea non si usa Whatsapp, ma l’unico e solo sistema di messaggistica è Kakao. Si possono mandare messaggi scritti o vocali, fare video-chiamate, inviare stickers e così via, proprio come con Whatsapp. La differenza è che KakaoTalk è diventato uno strumento fondamentale per chi vive in Corea, e quasi l’unico modo concepito dai coreani per comunicare.
3) Carta igienica
Un’usanza tipica della cultura coreana è quella di regalare rotoli di carta igienica come buon augurio per la nuova casa, insieme ai detergenti per il bucato. Sembra che sia legato a radici storico-culturali, quando dopo la guerra di Corea la carta igienica era diventato un bene di lusso, e così rimane tutt’ora nella mentalità dei coreani. Un’altra curiosità sulla Corea relativa alla carta igienica è il suo uso in bagno. La carta infatti non si getta nel water, ma in appositi cestini lì di fianco. Questo perché il sistema fognario coreano non è dei migliori, e buttando la carta nel water si rischia di intasare il sistema di scarico provocando seri problemi idraulici. Ti capiterà di vedere l’insegna “non gettare la carta nel water” nei bagni di ristoranti, stazioni, caffetterie, e così via.
4) Non si usano le scarpe in casa
In tutte le case coreane, anche le più moderne, è vietato indossare scarpe all’interno dell’appartamento. Le scarpe si lasciano all’entrata, per indossare ciabatte e pantofole da interno. In Corea si usa mangiare, studiare, dormire sul pavimento e sarebbe altamente anti-igienico camminare sul pavimento con le scarpe sporche usate per strada. Vengono solitamente preparate delle apposite ciabatte o pantofole per gli ospiti, per evitare che camminino scalzi in casa.
Un’altra curiosità sulla Corea sono i suoi pavimenti riscaldati (온돌 ondol) nelle case. L’inverno coreano è molto rigido, per questo è stato creato un sistema di riscaldamento impiantato nel pavimento, come se fossero dei veri e propri termosifoni, ma sotto i nostri piedi. Come già detto, i coreani svolgono la maggior parte delle loro attività in casa stando sul pavimento, e non sarebbe piacevole stare lì seduti se fosse ghiacciato. È un modo per risparmiare sulla bolletta, dato che l’ondol mantiene la casa calda per diverso tempo, anche se spento, e quando si hanno ospiti in casa si fanno accomodare nella parte in cui l’ondol è più caldo.
5) Non nominare il numero quattro
Il numero quattro in Corea, così come in altri paesi asiatici, rappresenta il simbolo della morte. In coreano il quattro si pronuncia “sa” (사), che ha la stessa pronuncia della parola morte. I coreani sono così scaramantici a riguardo che addirittura sugli ascensori di molti palazzi o ospedali non è presente il quattro per indicare il piano, oppure è sostituito dalla F, riferendosi al generico termine inglese “floor” (piano).
6) Non soffiarti il naso in pubblico
È cattiva educazione soffiarsi il naso in pubblico, sia per il rumore che per l’atto di per sé. In genere i coreani quando hanno il raffreddore tirano su col naso (che è culturalmente accettabile), o indossano una mascherina. Se hai un forte raffreddore è meglio soffiarti il naso in bagno, senza farti notare da altre persone.
7) Prodotti cosmetici
Così come per il K-pop, la Corea sta diventando sempre più popolare nel mondo anche per i suoi prodotti cosmetici. I coreani sono spesso ossessionati dall’aspetto estetico, e dalla cura della pelle. Per questo sia uomini che donne usano trucchi, fondotinta e quant’altro per far risaltare la perfezione della propria pelle. Si trovano negozi di cosmetici ovunque, a pochi metri l’uno dall’altro, e sono tutti frequentatissimi. La chirurgia estetica in Corea è quasi di routine per molte persone, non è vista come invasiva, ma come un miglioramento “necessario”, ormai alla portata di tutti. Ciò non vuol dire che non bisogna stare attenti alla scelta del medico, o che i risultati finali siano sempre ottimi.
8) Maniche lunghe e guanti anche d’estate
Proprio per questa ossessione con la cura della pelle, non sarà raro trovare in Corea delle persone, soprattutto donne, coperte dalla testa ai piedi anche in piena estate. Vengono usati cappellini con visiera, guanti o manicotti che coprono le braccia, pur di non prendere il sole. Questo avviene anche in spiaggia, cosa per noi italiani assurda, ma non per i coreani (o per i giapponesi). Le più alla moda sono le signore coreane di mezz’età, le cosiddette ajumma (아줌마), con uno stile tutto loro: permanente riccia, cappello con visiera, scarpe e tuta da ginnastica, maglia a collo alto, guanti e occhiali da sole.
9) Look di coppia
Seoul è la città delle coppie, e in Corea in generale il non essere fidanzati viene visto “in malo modo” da alcune persone. Le coppie amano vantarsi del proprio partner, e vestirsi anche allo stesso modo. Non sarà raro vedere in giro una coppia dove entrambi indossano una maglia con la stessa stampa, così come il giubbino dello stesso colore e modello, o le scarpe coordinate. Può anche capitare che la taglia sia la stessa, indipendentemente dall’altezza o dalle forme della persona in questione. E a proposito di look, non dimentichiamo le ciabatte di gomma usate da maschi o femmine come perfetto accessorio. Le ciabatte sono utilizzate in particolare quando piove, a prescindere dalla temperatura esterna, oppure abbinate a un abbigliamento alla moda.
10) Kimchi e aglio
Kimchi e aglio sono i due ingredienti principali della cucina coreana. Il kimchi consiste in cavolo fermentato con salsa piccante, da usare come contorno o antipasto per qualsiasi tipo di piatto coreano. Può essere realizzato anche con altre verdure, ma il cavolo è decisamente quello più comune.
Anche l’aglio è uno dei prodotti più consumati in Corea, in particolare per le sue proprietà benefiche: aiuta la circolazione sanguigna, e protegge dalle malattie vascolari. Peccato che il suo odore non sia dei migliori!

LE COSE CHE PORTANO FORTUNA (O SFORTUNA!) IN COREA 

Ogni paese che si rispetti ha le sue credenze a proposito di cosa porti o non porti fortuna fare. In questo articolo scoprirete quanto particolari siano le cose che portano fortuna (o sfortuna) in Corea.

Prima degli esami
Prima di dare un esame più o meno importante ci sono regole precise su cosa si può fare o non fare affinché l’esito finale dell’esame sia positivo.
Cosa fare: mangiare yeot, una specie di caramella a base di riso molto appicicosa, o ddeok, un dolce di riso anch’esso particolarmente appiccicoso, è considerato un ottimo porta fortuna in quanto i coreani pensano che la natura appiccicosa di questi dolci aiuterà tutte le cose che avete studiato per l’esame a rimanere incollate al vostro cervello affinchè possiate usarle appieno.
Cosa non fare: mangiare miyeoggug, una zuppa a base di alghe, prima di un esame è assolutamente vietato! Infatti, al contrario della natura appiccicosa dei dolci sopracitati, le alghe sono viscide e scivolose, quindi i coreani credono che mangiarle prima di un esame faccia scivolare via tutte le vostre conoscenze dalla vostra mente.

Avvistamenti di uccelli
…e ovviamente parliamo di volatili. In Corea ci sono uccelli che, se avvistati al mattino soprattutto, possono essere di buon auspicio o portatori di sventure.
Se per esempio appena usciti di casa alla mattina scorgete un corvo volare sopra la vostra testa sarebbe consigliabile rientrare in casa e non uscire fino al giorno dopo. I corvi infatti sono visti come un segno di sventura e vederli al mattino risulterebbe in una brutta giornata. Questa credenza è data anche dal fatto che nell’antichità i corvi erano considerati simbolo di presagi di morte.
Al contrario, se invece del corvo sventuriero avvistate un gazza svolazzare in cielo potete uscire tranquilli e aspettarvi che accadano solo belle cose, infatti la gazza in Corea è vista come portatrice di buone notizie.

Sogni
Come in tutte le culture che si rispettino anche i sogni hanno la loro parte nel portare fortuna o meno.
Per esempio sognare di morire, anche se può essere considerato di cattivo auspicio, ha invece una connotazione positiva. I coreani credono infatti che se una persona sogna di morire, appena sveglio la fortuna la troverà.
Un altro sogno portafortuna è sognare un maiale, o dei maiali (più sono meglio è). Se mai vi capitasse di sognare un maiale, appena svegli andate a comprare un biglietto del gratta e vinci o giocate al superenalotto! Il maiale è infatti simbolo di ricchezza in Corea, quindi sognarlo porterà soldi al fortunato sognatore.
Al contrario se avete sognato che qualcosa di brutto accadeva a un vostro amico tenetevelo per voi almeno fino a mezzogiorno. In Corea si crede infatti che se andate a raccontare il sogno che avete fatto a qualcuno (una persona qualsiasi) prima di mezzogiorno, qualcosa di brutto accadrà alla persona sognata. Meglio tenerselo per se no? Magari ora di mezzogiorno ve lo sarete anche dimenticato.

Numeri fortunati
Ogni paese di solito ha dei numeri fortunati, o sfortunati. In Italia abbiamo il 13 e il 17 e, sebbene molti di voi saranno a conoscenza del fatto che in Corea (e anche in Giappone e Cina) il numero 4 sia visto come numero sfortunato, in quanto la sua pronuncia ricorda la parola “morte”, non molti di voi sanno quali siano invece i numeri fortunati.
In Corea i numeri considerati di buon auspicio sono il 3, 7 e 8. I coreani cercano sempre di usare questi 3 numeri, per esempio si pensa che in una coppia avere 3 o 7 anni di differenza sia di buon auspicio per la durata della relazione, e i coreani cercano spesso di organizzare matrimoni che abbiamo il numero 8 nella data.
Un altro utilizzo del numero 3 è durante gli esami. Spesso mi è stato detto che, se non sapevo una risposta a una domanda a risposta multipla, avrei dovuto rispondere con la 3, perché ai coreani piace molto quel numero e tendono a usarlo più spesso per segnare la risposta giusta. Non è scientificamente provato ma tentar non nuoce.

Buon compleanno!
In Italia di solito evitiamo di festeggiare o fare gli auguri prima del giorno del compleanno in quanto si crede che porti sfortuna congratularsi in anticipo. In Corea, invece, è completamente l’opposto. Il compleanno va festeggiato o prima o esattamente il giorno stesso in quanto, se festeggiato dopo, si pensa che porti molta sfortuna. Quindi se mai vi venisse in mente di organizzare una festa di compleanno in ritardo per un vostro amico coreano ripensateci.
Per rimanere in tema di compleanni, se state pensando di regalare al vostro amico un orologio vi consiglio di ripensarci. Infatti i caratteri cinesi che si usano per “regalare un orologio” hanno anche il significato di “partecipare a una veglia/funerale”. Viene quindi da se che un regalo del genere porti molta sfortuna per i coreani.

LA CUCINA COREANA

Il cibo coreano non è certo tra i primi pensieri. La cucina coreana non è, infatti, famosa quanto quella di altri Paesi dell’Asia come il Giappone, la Cina o la Thailandia. Ma cosa si mangia in questo Paese invaso da orsacchiotti giganti e boy band dai capelli a caschetto?
Cibo coreano: il galateo a tavola
Prima di iniziare a parlare di ingredienti, salse e abbinamenti bizzarri, ci sembra giusto dare alcune informazioni su come si mangia in Corea. Sono semplici regole di galateo che ti faranno fare un figurone quando ti troverai in un ristorante coreano. Ma se non prevedi un viaggio in Corea nel breve periodo e stai leggendo questo articolo solo perché in effetti “chissà cosa si mangia in Corea!?!”, beh qualche informazione su come ci si comporti a tavola a Seoul, può essere utile per farsi un’idea di questo popolo decisamente bizzarro.
In Corea, nei ristoranti tradizionali, ci si siede a tavolini bassi, per terra con un cuscino sotto il sedere. Le scarpe si tolgono e vanno lasciate all’ingresso, meglio ricordarselo! Per fortuna ci sono anche ristoranti con tavoli e sedute “normali”.
Le posate che si trovano sul tavolo sono bacchette d’acciaio e cucchiai. Raramente la forchetta ma mai un coltello. In alcuni casi abbiamo visto anche delle forbici. Attenzione: mai infilzare le bacchette nella ciotola del riso perché ricordano i bacchetti di incenso che si portano ai morti.
I piatti e le ciotole non si devono mai sollevare dal tavolo mentre si mangia. E’ la bocca che va alla ciotola e non viceversa!
Mentre si mangia, è buona educazione nascondere gli scarti del cibo dentro un tovagliolino o pezzetto di carta.
Non ci si soffia MAI il naso a tavola, viene visto come un gesto davvero maleducato. In caso di emergenza o si va in bagno o si cerca di girarsi e nascondersi.
Le persone anziane si siedono a capotavola e vengono servite per prime.
Nessuno si aspetta una mancia al ristorante, anzi in alcuni casi è visto come offensivo…. L’avevamo detto che sono strani in Corea!
Cibo coreano: gli ingredienti principali
Il cibo coreano si basa su alcuni ingredienti principali e dopo qualche giorno in Corea non si farà fatica a capire quali sono. Prima di tutto il riso (in coreano BAP) presente in varie forme: arrotolato nel gimbap, saltato nel bibimbap, sotto forma di gnocco nei tteokbokki o come noodles.
Ad accompagnare i piatti a base di riso c’è spesso l’alga nori, quell’alga verde scuro che conosciamo per i maki giapponesi. In Corea viene usata anche tagliata a striscioline croccanti per “condire” zuppe, noodles o piatti di riso.
Altro ingrediente che non può non essere associato alla cucina coreana è il kimchi. Si tratta di cavolo fermentato con aglio, zenzero, peperoncino piccante. Si calcola che i coreani ne mangino in media 18 kg all’anno. Il kimchi sarebbe uno dei cibi più salutari del mondo. Contiene, infatti, vitamina A, B1, B2, C e lactobacillus utili per aiutare la digestione. Il kimchi ha un sapore acido e piccante e viene servito come accompagnamento in ogni ristorante coreano tradizionale, spesso insieme al daikon.

I CONVENIENCE STORE, PIù CHE SEMPLICI MINIMARKET

Se siete stati in Corea del Sud, li avrete sicuramente notati, e soprattutto amati, per la loro disponibilità 24 ore su 24, in ogni giorno dell’anno. Stiamo parlando dei fantomatici “Pyeoneuijeom” (편의점), presenti in ogni angolo della città o paesino che avete visitato o che in futuro visiterete in un ipotetico viaggio. Traducibili con il termine “convenience store”, ma trattasi di un concetto alquanto complesso. Perciò se non avete idea di cosa si sta parlando, sappiate che questo luogo può rappresentare un semplice minimarket, un luogo di ritrovo per mangiare qualcosa insieme a qualcuno in maniera molto frugale, una tabaccheria e via discorrendo.
Il bello di questi piccoli negozi è la vendita di una vasta scelta di articoli che va da una gamma ben rifornita di alcolici e bevande in generale, agli snack più disparati dal gusto dolce o salato, fino a pasti già pronti, parlando dalla prospettiva alimentare. Oltre a ciò potete trovare prodotti per la cura della persona, sigarette, auricolari, ecc. Insomma i più disparati oggetti li trovate qui.
Nell’affermare che si trovano ovunque, intendo letteralmente ogni luogo possibile: dal più comune, ovvero per strada, all’essere situati dentro le stazioni metropolitane, arrivando anche ad essere presenti dentro le università.

Le catene più diffuse e famose sono 7 Eleven, GS25, Minishop e CVS, così evidenti con le loro insegne e i loro loghi colorati, ma oltre a queste, troverete pure altri nomi e anche molti a conduzione familiare.
La loro reperibilità è senza ombra di dubbio alcuno un punto di forza, ma soprattutto la loro comodità. Da occidentali siamo abituati a pensare di dover rimanere vincolati agli orari delle attività commerciali del nostro ambiente urbano, ma in una società così frenetica come quella sudcoreana, una trovata come questa si sposa a pennello con tali esigenze. Certamente i supermercati offrono una varietà molto più ampia, ma se in un dato momento della giornata, che sia notte o giorno, non ha importanza, siete di fretta e dovete mangiare, perché fare un giro infinito tra gli scaffali e i reparti, quando in realtà potete rimanere in pochi metri quadrati acquistando, scaldando e gustando in loco la pietanza da voi scelta?
Questo fa decisamente la differenza rispetto a tutto ciò a cui siamo abituati. La presenza di forni a microonde, bollitori, tavolini e sedie rientrano nella loro consuetudine, servizi inclusi alla loro straordinaria economicità nei prezzi. Non è un caso che siano tanto amati dagli studenti e soprattutto da viaggiatori giovani con un budget ridotto. Talvolta potete anche trovare un angolo dedicato anche ai tipici cibi da strada delle bancarelle, venduti al loro interno.
Gli orari di punta sono quelli che registrano un’affluenza maggiore della clientela, ma non c’è da sorprendersi nel trovare un’atmosfera vivace anche nel cuore della notte.

COME COMPORTARSI IN COREA DEL SUD

Che sia per una vacanza o per un’esperienza di studio e lavoro, chiunque si appresti a fare un viaggio in Corea deve fare i conti con una cultura, una lingua e usanze differenti. La Corea è, come molti paesi asiatici, una nazione piuttosto omogenea a livello culturale e linguistico; fino a pochi anni fa, infatti, era un paese poco conosciuto e visitato e solo di recente il boom economico e lo sviluppo di infrastrutture all’avanguardia ha attirato sempre più investitori e turisti stranieri. Ma questo non ha intaccato gli usi e costumi locali di cui i coreani vanno molto orgogliosi. Il popolo coreano è molto accogliente e ospitale verso turisti e stranieri in generale, ma al tempo stesso mantiene quel tratto di riservatezza e modestia che da sempre lo caratterizza. I coreani sono molto dediti al lavoro e allo studio e attribuiscono molta importanza all’istruzione, considerata l’unico mezzo per avere una carriera di successo. In Corea il galateo e tutte quelle regole non scritte che disciplinano i rapporti sociali sono fortemente radicati nel Confucianesimo, anche se in alcune zone o nelle grandi città il contatto con tendenze e culture straniere ha portato alcuni cambiamenti. Ma in ogni caso è bene conoscere le regole di galateo coreano per evitare di fare gaffe o sembrare irrispettosi nei confronti degli abitanti del posto.

Come salutare
Se in Italia siamo abituati a salutare agitando la mano in aria, in Corea questa forma di saluto viene usata sporadicamente e solo tra i più giovani. Il saluto tradizionale coreano è rappresentato dall’inchino, che però spesso è accompagnato da una stretta di mano, in particolare tra due uomini. In una situazione formale, per mostrare un maggiore rispetto, si usa sorreggere l’avambraccio destro con la mano sinistra durante la stretta di mano. Se è ormai comune per le donne occidentali stringere la mano agli uomini coreani, le donne coreane usano semplicemente fare un cenno col capo.

Come rivolgersi a qualcuno
Soprattutto nelle occasioni formali, riferirsi a qualcuno, che sia un collega o un superiore, soltanto con il nome proprio è considerato molto scortese: anteponete sempre un titolo al nome proprio, a meno che non vi venga esplicitamente consentito di usare solo il nome. Negli altri casi meno formali è preferibile rivolgersi a qualcuno usando Mr, Mrs o Miss seguito dal cognome. A questo proposito il cognome viene solitamente indicato all’inizio nelle presentazioni o sui documenti, mentre il nome compare in seconda posizione. Ogni coreano ha in realtà due nomi: uno è condiviso dai familiari appartenenti alla stessa generazione, mentre l’altro è il nome proprio della persona.

Linguaggio del corpo
Se non siete amici stretti di un coreano, evitate di toccarlo, accarezzarlo, abbracciarlo o anche solo dargli una pacca amichevole sulla spalla: in Corea essere toccati da qualcuno che non è un parente e nemmeno un amico stretto è considerato irrispettoso. Anche fissare negli occhi il superiore o comunque un collega più anziano viene visto come un atteggiamento scortese. Quando siete a tavola o comunque siete seduti con dei coreani evitate di incrociare le gambe o distenderle di fronte a voi; tenete la pianta dei piedi sempre rivolta a terra e non appoggiateli mai su una sedia o un tavolo.
Se dovete passare del cibo o un oggetto, fatelo solo con la mano destra sorretta dalla sinistra all’altezza del polso o dell’avambraccio oppure con due mani.
Infine, se dovete fare un cenno a qualcuno, tenete il palmo della mano rivolto verso terra con le dita in leggera pendenza verso il basso; evitate di puntare il dito verso una persona.

Al lavoro
I coreani ci tengono molto alla puntualità e la vedono come un segno di rispetto, perciò se siete in ritardo ad un meeting o ad un incontro di lavoro, chiamate per avvisare; detto ciò aspettatevi che un manager coreano arrivi con qualche minuto di ritardo per i troppi impegni. Se si tratta del primo incontro di lavoro importante preparatevi a lasciare il vostro biglietto da visita perché è una pratica molto comune; anche nello scambiarsi i biglietti da visita viene utilizzata una tecnica molto particolare che prevede l’impiego di entrambe le mani. Potrà sembrare un paradosso, ma durante il primo incontro di lavoro non si discute di affari: l’obiettivo primario è conoscersi e porre le basi per costruire un rapporto di fiducia. Concludere un affare con un coreano o comunque allacciare un rapporto di lavoro basato sulla fiducia può richiedere molto tempo e tanta pazienza perché gli imprenditori coreani preferiscono fare affari con persone che conoscono e di cui si fidano; i coreani amano anche negoziare, e sono molto abili in questo, perciò le contrattazioni durano a lungo e spesso richiedono più incontri. Nonostante vi possano apparire come decisi e molto insistenti, evitate di usare un atteggiamento aggressivo.
Per capire se l’incontro d’affari ha avuto i risultati sperati, vi basta osservare i gesti della controparte: un inchino prolungato significa che il meeting è andato a buon fine, mentre uno breve e appena accennato indica insoddisfazione. Tenete presente che “sì” non significa necessariamente “sì” perché nella cultura coreana non si usa dire “no”; quando ponete delle domande quindi fate in modo che la risposta non debba essere per forza sì o no. In caso di buon esito ricordatevi di fare visita di tanto in tanto ai vostri partner d’affari coreani anche dopo la stipula del contratto poiché loro amano mantenere vivi i rapporti e la comunicazione con i propri collaboratori.

Al ristorante
Per i coreani cenare insieme è un momento importante per instaurare nuovi rapporti di amicizia, ma anche di lavoro e per questo è bene sapere cosa fare e cosa non fare a tavola. Una delle prime regole riguarda le bevande: il galateo sconsiglia di riempire il proprio bicchiere, fatta eccezione per le donne, mentre è cortesia offrirsi di riempire quello degli altri commensali. Rifiutare che qualcuno vi versi da bere è molto scortese perciò se non desiderate più niente da bere semplicemente lasciate il bicchiere mezzo pieno. Le donne possono riempire il bicchiere di un uomo, ma mai quello di un’altra donna. In generale lasciare la mancia è considerato offensivo, anche se oggi negli hotel o nei ristoranti internazionali sta diventando una pratica più comune; ma se vedete il cartello “No tipping” evitate di dare la mancia. La persona che fa l’invito è quella che poi paga il conto perciò tenetelo a mente se invitate qualcuno a cena fuori. In molti ristoranti e nelle case ci sono i tavolini bassi e si usa sedersi in terra, su un cuscino.
Se siete invitati a cena a casa di una famiglia coreana, ricordatevi di togliere le scarpe prima di entrare e attendete che sia il padrone di casa a dirvi dove dovete sedervi. I coreani non amano parlare molto durante la cena e apprezzano i momenti di silenzio in cui gustarsi semplicemente il cibo, perciò evitate di tempestarli di domande e di fare lunghi monologhi. Se dovete passare o ricevere un piatto o un drink fatelo sempre con la mano destra sorretta dalla sinistra. Al termine della cena il padrone di casa potrebbe invitare i suoi ospiti a bere qualcosa in un locale: non rifiutate per non sembrare scortesi.
A differenza di Cina e Giappone, in Corea non si usa portare la ciotola di riso o i piatti alla bocca; per mangiare si utilizzano soprattutto le bacchette e il cucchiaio. Soffiarsi il naso a tavola viene considerato un po’ scortese perciò in caso alzatevi e allontanatevi un po’ dal tavolo.

L’abbigliamento
Sul lavoro e nelle occasioni più importanti i coreani amano vestirsi in maniera elegante e se volete mostrare rispetto dovete seguire il loro esempio. Gli uomini indossano giacca e cravatta, mentre le donne prediligono un abbigliamento più modesto, con gonne non troppo attillate e corte anche per una questione di praticità: spesso ci si siede in terra. Anche durante gli eventi e le feste organizzati nelle grandi città i coreani ci tengono a vestirsi bene.

I regali
Fare dei regali è un’usanza comune: nelle occasioni speciali come compleanni, feste, ecc., negli incontri di lavoro e quando si viene invitati a casa di qualcuno non è mai opportuno presentarsi a mani vuote. Se volete qualche consiglio su cosa regalare, sappiate che i coreani amano molto gli oggetti artigianali specie se prodotti all’estero oppure potete ripiegare su fiori, caramelle, biscotti, frutta, ecc., ma mai regalare degli alcolici ad una donna. Se ricevete un regalo ricordatevi di non aprirlo mai davanti al donatore e al tempo stesso non vi offendete se la persona a cui fate un dono non lo scarta di fronte a voi. Oltre al contenuto, i coreani prestano molta attenzione alla confezione del regalo: optate per una carta dai colori accesi, ma evitate il rosso o le tonalità scure. Se ricevete un regalo da un collega ricambiate il dono acquistando qualcosa che abbia più o meno il medesimo valore e per lo stesso motivo non fate regali troppo costosi, altrimenti l’altra persona si sentirà obbligata a farvi un regalo altrettanto costoso. Tra gli oggetti da non regalare mai ci sono anche le forbici o i coltelli (che significano “dare un taglio” ad una relazione), un copricapo di colore verde, oggetti con scritte rosse (evocano la morte) e set composti da quattro oggetti (il numero quattro porta sfortuna per questo in un ascensore non troverete mai il piano numero 4).

Altri consigli utili
Infine ricordatevi di non riferirvi mai ad una persona con termini come “ragazzo”, “quell’uomo”, “tizio”, ecc. e non chiamate mai i coreani “cinesi” perché si tratta di due culture, lingue e cucine completamente diverse. I coreani sono soliti a rivolgere domande personali anche a chi conoscono da poco: non prendetelo come un atteggiamento invadente, perché per loro è sinonimo di gentilezza.
Se qualcuno vi fa un complimento non rispondete mai semplicemente “grazie” perché indica una mancanza di umiltà, ma cercate di negare la cosa in maniera comunque gentile. Quando fate una domanda ad un coreano non vi sentirete mai rispondere “non lo so”: magari vi darà una risposta sbagliata o quella che vorreste sentirvi dire. Evitate di criticare qualcuno o discutere con qualcuno ad alta voce ed in pubblico.
Se vi è possibile imparate qualche parola di base della lingua, almeno i saluti e i ringraziamenti: vedrete che i coreani apprezzeranno lo sforzo!

LE BUONE MANIERE

Esiste in Corea del Sud un “Centro di istruzione sulle buone maniere”: è una delle principali scuole di etichetta della Corea. I corsi iniziarono nel 2000. Il tutto nasce dal concetto di base che le buone maniere nascono dal prendersi cura degli altri. Non solo fanno sentir meglio gli altri, ma fanno anche sì che gli altri abbiano l’impressione che la loro vita sia più dignitosa. I differenti corsi organizzati offrono una varietà di programmi, dalle buone maniere tradizionali ai riti del passaggio alla maggiore età, dal modo di comportarsi nella vita di tutti i giorni alle istruzioni per i genitori.
La parola sino-coreana per “buone maniere”, yejŏl, si riferisce a un’attitudine mentale che serve da standard per un comportamento appropriato. I coreani del passato consideravano questo insieme di usanze una virtù fondamentale indispensabile per condurre una vita dignitosa.
I coreani pensavano, infatti, che una persona dovesse sempre studiare e lottare per fare la cosa giusta. In altre parole, solo coloro che continuano a lottare per imparare possono mettere in ordine la loro mente, e le buone maniere esprimono una mente e uno spirito ben ordinati.
Nella società moderna è naturale che molti giovani non si sentano a loro agio con le usanze tradizionali. In effetti, nella società agitata e ultratecnologica di oggi, le buone maniere coreane richiedono una formalità eccessiva e le sue regole sembrano essere molto restrittive.
Tuttavia è innegabile che le buone maniere aiutano a rendere più generosa e gentile la gente, a migliorare la qualità della vita, a formare desiderabili relazioni umane e a promuovere l’affidabilità fra i membri della società, oltre ad aiutare a mantenere l’ordine sociale. A questo proposito, la maggior parte dei coreani dalla mezza età in poi prendono ancora sul serio le buone maniere tradizionali e credono fermamente che l’insegnamento dei modi di comportamento appropriati sia molto importante.
L’obiettivo della scuola è quello di educare i giovani alle buone maniere, senza trascurare le conoscenze adatte per trattare con la società internazionale, dando importanza a una buona disposizione d’animo e all’etica. Vengono insegnati i modi di praticare la cultura tradizionale, oltre alla capacità di vivere in armonia con la comunità.
Per creare l’ambiente più adatto per l’istruzione, il Centro è fornito di un gran numero di materiali, fra cui costumi cerimoniali per vari riti e per il matrimonio, tutto quanto è necessario per la cerimonia del tè e quanto veniva usato quotidianamente dai coreani in passato. A tutti gli studenti viene fornito l’hanbok (vestito tradizionale coreano) che devono indossare durante la loro permanenza nella scuola.

GLI ABITI TIPICI

L’hanbok è considerato l’abito tradizionale della Corea, ma ha raggiunto la sua forma attuale solo nel periodo Chosŏn (1392-1910). Questo periodo di 500 anni vide il fiorire del neo-confucianesimo e, di conseguenza, fu posta molta enfasi sulla formalità e sull’etichetta che si estese anche al codice sociale dell’abbigliamento.
In quel periodo i membri della famiglia reale e la gente comune si vestivano in accordo con il proprio stato sociale, non in base alla condizione economica. La classe aristocratica ereditaria della Corea si fondava sull’erudizione e sulla posizione ufficiale, in quanto, secondo i principi confuciani, la ricchezza materiale non era determinante ai fini dell’importanza sociale.
Gli aristocratici, o yangban, usavano spesso abiti di seta a tinta unita o con disegni, indipendentemente dal sesso della persona che li indossava. Quando faceva più caldo spesso si vestivano con un abito di ramiè o di un altro tessuto leggero.
La popolazione comune si distingueva per uno stile più semplice negli abiti, in quanto indossava canapa sbiancata o cotone in colori che andavano dal bianco o rosa pallido al grigio scuro.
Gli abiti tradizionali indossati dalle donne comprendevano una ch’ima, gonna che si avvolgeva al corpo, accompagnata da una giacchetta, chiamata chŏgori. La bellezza estetica di un chŏgori è spesso determinata dalla curvatura naturale delle spalle.
La gonna (ch’ima) si può trovare in una gran varietà di stili e di stoffe, fra cui i tessuti a strato singolo, a strato doppio o trapuntati sono solo alcune delle alternative più di moda. I disegni dell’hanbok danno il tocco finale al vestito: possono andare da figure astratte di piante e di animali a caratteri calligrafici ricamati in oro.
Ai piedi si indossavano i pŏsŏn (calze imbottite) e i kkotsin (scarpine a fiori). Le calze imbottite sono talvolta decorate con ricami intricati e con nastri, mentre le scarpette kkotsin derivano il proprio nome dai ricami di fiori o di soggetti astratti che ne abbelliscono la forma. L’attuale riscoperta degli abiti tradizionali ha portato a una rinascita del costume tipico coreano. Oggi si è anche pensato di dare un’interpretazione moderna dell’abbigliamento tradizionale della Corea, che viene presentato in vari stili semplificati, creati in modo da venire incontro alle richieste di comfort e praticità molto comuni in altri tipi di abiti informali.

LA FESTIVITà DELLA LUNA DEL RACCOLTO

Ch’usŏk, la festività della luna del raccolto, cade nel XV giorno dell’VIII mese lunare, che nel 2001 corrispondeva al 1º ottobre del nostro calendario. Questa festività tradizionale è anche chiamata Hangawi. Nel coreano antico han significava “grande” e kawi (sonorizzato in gawi) voleva dire “in mezzo”. Il significato di Hangawi, quindi, è forse “(luna) piena della metà (dell’ottavo mese lunare)”.
Ch’usŏk è una delle tre feste più importanti della Corea. Le altre due sono Sŏllal, cioè il capodanno lunare, e Tano. che si celebra il quinto giorno del quinto mese lunare. La festa di Ch’usŏk si celebra al passaggio dall’estate all’autunno. A quell’epoca i campi sono di un giallo dorato e i frutti sugli alberi sono maturi.
Tradizionalmente in questa occasione i coreani preparano un tavolo su cui pongono ciotole di riso bollito del nuovo raccolto e frutta di vario tipo, per tenere la cerimonia del ch’arye, il rito della commemorazione degli antenati. Si tratta di un rituale istituito per ringraziare gli antenati per il raccolto e anche per dimostrare gratitudine per la loro protezione.
Tradizionalmente il ch’arye viene effettuato a casa del figlio maggiore che, con sua moglie, viene designato officiante del rito. Quando i vari accessori necessari, come il paravento pieghevole, la tavola, i portacandele e la ciotola per l’incenso, sono stati approntati, le donne riempiono le ciotole rituali con il cibo preparato e lo dispongono sul tavolo. Per la celebrazione del rito tutti i partecipanti si cambiano il vestito, indossando abiti formali, e stanno in piedi sul posto dopo essersi lavate le mani. Il rito inizia con l’accensione delle candele.

COREA DEL NORD

10 CURIOSITà SULLA COREA DEL NORD

Il paese meno accessibile del mondo tra segreti e curiosità, dalla mancanza di libertà alla “libertà di spinello”.

1. È vietato attraversare il confine nordcoreano con armi, sostanze eccitanti, cellulari e pubblicazioni di qualsivoglia genere. Da febbraio però i visitatori stranieri possono usare la connessione 3G del cellulare. Smartphone e laptop vengono controllati uno a uno alle frontiere, come si vede in questa foto

2. La Corea del Nord ha la sua internet. Si chiama Kwangmyong ed è una rete isolata, non connessa alla internet mondiale. Permette di mandare email, visitare i siti di regime, leggere le news (anche quelle controllate) e accedere a una biblioteca elettronica.

3. Ospita numerose prigioni e persino campi di concentramento, come il famigerato Hwasong (o Campo 16) della cui esistenza si è saputo solo nel 2009 e dove si stima siano stipati 20 mila prigionieri politici. In tutto, secondo fonti internazionali, i detenuti in Corea del Nord sarebbero 200 mila su un popolazione di 25 milioni di abitanti (in Italia sono circa 68 mila su una popolazione di 60 milioni e 600 mila abitanti, negli Usa 2,4 milioni su 318 milioni di abitanti).

A svelare le condizioni disumane a cui sono sottoposti i nordcoreani è stato il libro Fuga dal campo 14 di Shin Dong-hyuk, l’unica persona ad essere riuscita a evadere da una prigione coreana.

4. Il paese può contare anche su uno dei più grandi eserciti del mondo: con circa 1,2 milioni di soldati (e più di 8 milioni di riservisti) di cui 180 mila membri scelti. È un numero incredibile, circa 49 soldati ogni 1.000 abitanti, senza contare i riservisti. Negli Usa sono 5 su 1.000 per fare un confronto.
La gran parte del loro addestramento si basa sull’ipotetica invasione della Corea del Sud, dove sono stati trovati 4 tunnel segreti in grado di permettere lo spostamento di 30 mila soldati in un’ora. Secondo fonti americane ce ne sarebbero almeno altri 20.

5. Anche la famiglia del caro leader ha una pecora nera. È il giovane Kim Jong Nam, figlio maggiore di Kim Jong il e fratello dell’attuale comandante in capo Kim Jong Un. Nel 2001 fu arrestato in un aeroporto giapponese con un passaporto falso: era fuggito di casa per andare a… Disneyland.

6. È molto difficile violare le maglie della propaganda e della censura in Corea del Nord. Secondo il New York Times però ogni tanto dalla Corea del sud arrivano dvd che mostrano ai “cugini” cosa accade davvero oltre i loro confini.

7. Il salario medio di un operaio è tra i 1,5 e i 2,5 euro al mese (c’è chi dice anche meno). In Cina varia tra i 190 e i 250 euro.

8. Solo i militari e gli ufficiali governativi possono avere l’auto. Queste restrizioni hanno fatto sì che si sviluppasse un sistema illegale di taxi gestiti dagli stessi militari e dai membri del partito di governo.

9. Kim Jong Un possiede 32 residenze e… 20 stazioni: ha paura di volare e si muove solo in treno (ne ha 6, attrezzati di tutto punto con suite, stanze per le riunioni, tv a cristalli liquidi e vasca delle aragoste).

10. Strano, ma vero: in un paese dove quasi tutto è vietato, si può fumare liberamente marijuana. Ma c’è chi è finito in prigione, colpevole di aver tentato di fare uno spinello con carta di giornale dove era ritratto il leader Kim.

COREA DEL NORD E OCCIDENTE: UNITI NELLO STUDIO DI UN SUPER VULCANO

Il regime di Pyongyang sta collaborando con diversi scienziati occidentali per monitorare il Monte Paektu, la cui potenziale eruzione avrebbe effetti devastanti.
Nel 946 d.C. il Monte Paektu, la vetta più alta della Corea, eruttò 96 km cubi di detriti in atmosfera, una quantità di polveri 30 volte maggiore di quella che il Vesuvio aveva scagliato, nel 79 d.C., su Pompei ed Ercolano. Per i geologi, si trattò della seconda più potente eruzione vulcanica dopo quella del Monte Tambora in Indonesia, nel 1815.
Ora la montagna coreana al confine con la Cina potrebbe risvegliarsi, e la paura delle conseguenze è riuscita dove la politica ha fallito: Pyongyang ha aperto le porte ad alcuni scienziati occidentali per studiare più a fondo la struttura interna del vulcano.

PERMESSO INTERESSATO. Kayla Iacovino, vulcanologa dell’US Geological Survey di Menlo Park, California, insieme a James Hammond dell’Università londinese di Birkbeck, hanno collaborato con Ri Kyong-Song, dell’Amministrazione per i Terremoti di Pyongyang, per installare una rete di sei sismologi di ultima generazione fino a 60 km dalla montagna che i coreani considerano sacra: secondo la tradizione, avrebbe dato i natali al fondatore del primo regno coreano, nonché al “Caro Leader” Kim Jong-il, padre dell’attuale dittatore Kim Jong-un.

APPENA IN TEMPO. Far arrivare la strumentazione non è stato facile (i sismologi possono essere usati anche nell’individuazione di sottomarini) ma superati gli intoppi diplomatici, la strumentazione è rimasta attiva dal 2013 al 2015 – e smantellata prima degli ultimi esperimenti nucleari del regime.

CANALE APERTO. Le onde sismiche hanno rivelato che una parte importante della crosta potrebbe essere parzialmente fusa, anche se non ci sarebbe, al momento, una piscina di magma liquido vicino alla superficie (spesso preludio di un’eruzione). Ulteriori monitoraggi, anche in collaborazione con la Cina, dovrebbero servire a ipotizzare i tempi e le modalità di eventuali eruzioni, che potrebbero avere ripercussioni sul clima globale.

LA GASTRONOMIA NORDCOREANA

La cucina coreana ha molto in comune con la cucina giapponese e quella cinese. Questo perché nella sua millenaria storia è stata invasa ripetutamente da popoli Mongoli e per ben due volte annessa al Giappone. Di suo però ha aggiunto l’uso abbondante delle spezie.
Il pasto coreano consiste in un piatto principale, di solito riso cotto a vapore, contornato da una minestra in brodo e piatti a base di carne, pesce e verdure.
Il “pulgogi” è il piatto di carne più conosciuto: sono fette di manzo marinate che vengono cucinate direttamente a tavola su di un braciere a carbone che ha la forma delle pettinature dei cavalieri mongoli.
Anche il “sinsollo”, di antichissima origine, è molto popolare: si prepara con verdure, carni, pistacchi, noci e uova, cotti tutti insieme nel brodo direttamente davanti agli ospiti, in un braciere simile a quello del bulgogi.
Le verdure però occupano il posto più importante nell’alimentazione coreana. Non per nulla il piatto nazionale è il “kimchi”, che compare sempre in tutti i pasti ed è a base di cavolo, cipolle, rape ed ogni altro tipo di verdure di stagione, insaporite da abbondanti dosi di pepe e aglio, salate e messe a fermentare per settimane in recipienti speciali. Dalla cucina coreana tradizionale mancano invece completamente il latte e i latticini.
La torta di riso(“ttok”) è il cibo preferito del popolo coreano ed è un tipico piatto cerimoniale. Se ne contano oltre 250 varietà che differiscono tra loro per ingredienti e metodo di preparazione. La maggior parte sono preparate con riso, ma presentano anche altri ingredienti, come fagioli, castagne, fiori ed erbe, aggiunti per dare una grande varietà di colori, sapori ed odori. .I due tipi più famosi sono il dolce di riso ricco di glutine e quello aromatizzato con aghi di pino.
Fra le curiosità gastronomiche che si allontanano decisamente da quelle che sono le usanze occidentali, possiamo elencare i bachi da seta, venduti per le strade d’estate, cotti nello stadio di pupa, oppure le formiche rosse arrostite, utili contro i bruciori di stomaco, o ancora la carne di cane, venduta in ristorantini specializzati, molto salutare d’estate contro il caldo, o infine tutto ciò che prescrive la farmacopea locale, come i serpenti, le corna di cervo e così via.
Da bere oltre al tè, i coreani amano molto la birra, ovviamente locale, che si accompagna bene a qualsiasi loro piatto. Il “takju” e lo “yakju” sono invece dei vini estratti da cereali, dai sapori abbastanza particolari che tendono a inacidire con la stagione calda. Da non perdere assolutamente è il “soju”, una fortissima grappa.
Usanze e bon ton:
Il “Kyojasang” è un largo tavolo preparato per i banchetti. Durante questi, viene ricoperto di bevande alcoliche e una gran varietà di contorni, torte di riso e punch fruttati. Una volta terminati gli alcolici, viene servita la minestra.
Normalmente, i piatti vengono serviti contemporaneamente. Serviti su un tavolino basso, si degustano con l’aiuto delle bacchette o di un cucchiaio, ma mai avvicinando la ciotola alla bocca. E’ invece cattiva educazione conficcare verticalmente le bacchette nella ciotola del riso o usarle insieme al cucchiaio.
È considerata cattiva educazione incominciare o finire di mangiare prima dell’ospite più anziano.
Le bibite vanno versate tenendo la bottiglia con entrambe le mani e se è il vostro ospite a versarle, dovete porgergli la coppa tenendola con entrambe le mani.
Se siete invitati da qualcuno, sappiate che è molto apprezzato tutto quello che viene dall’Italia. Farete un’ottima figura se, prima di iniziare a mangiare, dite alla padrona di casa “Jal Muk Get Sup Ni Da” (Avrò un ottimo pasto) e poi alla fine “Jal Muk Ut Sup Ni Da” (Ho avuto un ottimo pasto).

NOME E FIRMA, PARTICOLARITà DELLA COREA DEL NORD

Nome: in Corea come regola generale le persone hanno un nome composto da tre caratteri cinesi, che si pronunciano quindi complessivamente con tre sillabe. Il primo di questi caratteri è il cognome, mentre gli altri due costituiscono il nome. Una di queste ultime due sillabe, è talvolta usata per identificare la generazione e in tal caso è la stessa per fratelli, sorelle e cugini, mentre l’altra rappresenta il nome personale.
Quando ci si rivolge a un coreano non è assolutamente educato chiamarlo per nome: di solito si usa il cognome seguito dal titolo. Le donne non cambiano cognome quando si sposano.
Firma: in Corea ognuno possiede e abitualmente porta con sé un timbro (tojang) di legno, d’avorio o di plastica dura con il suo nome inciso a mano, comunemente in caratteri cinesi. L’inchiostro che si usa per questo timbro è diverso dal nostro comune inchiostro nero o blu: si tratta di un composto rosso, leggermente oleoso. L’impronta di questo timbro è la firma ufficiale dei coreani per le lettere e per i documenti finanziari e ufficiali. Se uno straniero vuole aprire un conto corrente in una banca coreana, gli viene richiesto il timbro, che va registrato presso l’ufficio civico amministrativo locale.

L’IMPORTANZA DELL’ETà

L’età ha una grande importanza in Corea: gli anziani sono infatti molto rispettati e ci si aspetta che un giovane risponda a una persona anziana senza fare domande. Fino a qualche anno fa, quando un giovane veniva presentato formalmente a un anziano, a casa di quest’ultimo, doveva effettuare l’inchino profondo, inginocchiato e con la fronte che va a toccare le mani unite sul pavimento, lo stesso tipo di inchino che viene usato dai nipoti il primo giorno dell’anno quando vanno a far visita ai nonni. In questa circostanza il giovane, doveva togliersi gli occhiali, perché un giovane con gli occhiali suona come un’offesa per un anziano.
Data l’importanza che l’età riveste per un coreano, non deve stupire che ci venga talvolta chiesta l’età: è un fatto naturale, in quanto l’interlocutore coreano deve capire su che piano si deve porre quando si rivolge a noi.

CURIOSITà SU KIM JONG-UN

Dittatore ritenuto egocentrico, megalomane, accentratore, sono tanti i racconti che girano intorno alla figura di Kim Jong-un. Famoso per imitare gestualità e abiti del nonno (il cappello di paglia e il “mao-suit”), l’elemento più caratteristico resta il taglio di capelli a “fungo”, indicato come modello per le giovani leve nordcoreane. Di lui rimangono episodi singolari: come l’idea del “fuso orario di Pyongyang”, con la lancetta di orologio indietro di 30 minuti, a metà tra Pechino e Seul-Tokyo (non più nove ore dal meridiano di Greenwich, ma 8 ore e mezza); o come la rabbia per il film “The interview”, sceneggiato e diretto da Seth Rogen, che racconta la storia di due giornalisti che ottengono un’intervista con Kim Jong-un e vengono incaricati dalla Cia di assassinarlo, definito da Pyongyang “un atto di guerra” e di “imperdonabile terrorismo” (è stato anche al centro di un attacco hacker contro la Sony e di minacce); o ancora quella sua foto famosa, diffusa incautamente dall’ufficio della propaganda di regime, mentre guarda l’orizzonte con un cannocchiale al contrario. E, in questi anni, l’ufficio della propaganda di regime ha lavorato senza sosta per creare e rafforzare l’immagine del leader, per costruire il culto della personalità. Sono stati trasmessi documentari in tv e pubblicate foto. Kim Jong-Un emerge da un carro armato. Kim Jong-Un a cavallo. Kim Jong-Un con i generali. Kim Jong-Un imbraccia le armi. Kim Jong-Un scala una montagna o compie altre imprese (spesso messe in dubbio da analisti stranieri e dai suoi detrattori). In un filmato trasmesso dalla tv di Stato si racconta delle capacità militari del leader, che (sempre secondo il video) avrebbe scritto la sua prima tesi in strategia militare a 16 anni, a 3 anni sapeva già guidare, dorme solo due o tre ore per notte.

8 COSE UNICHE DELLA COREA DEL NORD

1.La Corea del Nord è indipendente, ma non per tutti
L’indipendenza della Corea del Nord risale al 1948. Tuttavia, non è riconosciuta dal Giappone e dalla Corea del Sud. Di fatto, la Corea de Nord è l’unico paese del mondo ad essere “necrocrazia”, ovvero si basa sulle leggi di un ex leader, morto da tempo.

2.In Corea del Nord, sono nell’anno 109
In Corea del Nord, vige il calendario di Juche. Questo calendario inizia con la nascita del fondatore della Repubblica popolare democratica: Kim Il-sung.
Poiché Kim Il-sun nacque nel 1912 del calendario gregoriano, questo anno divenne “Juche 1” nel calendario nordcoreano. Quindi, l’attuale 2020 è “Juche 109”, il prossimo 2021 sarà “Juche 110” e così via.

3.La Corea del Nord non è comunista
Dal 2009, la Corea del Nord non è più comunista, ma la sua ideologia è “Juche” che si può tradurre con “autosufficienza”.
Si tratta de “Il contributo originale, brillante e rivoluzionario di Kim Il-sung al pensiero nazionale e internazionale”.
Questa ideologia sostiene che l’uomo sia padrone del suo destino e che il popolo coreano debba agire come fautore di rivoluzione e di costruzione per diventare autosufficienti e forti, per raggiungere il vero socialismo.

4.In Corea del Nord la marijuana non è considerata droga
Si dice che esistano piante di marijuana che crescono liberamente lungo i bordi della strada, dalla città portuale settentrionale di Chongjin, fino alle strade di Pyongyang, dove viene fumata liberamente.
Non esiste un tabù relativo a fumare erba nel paese.
Nella Corea del Nord, la droga prende il nome di ip tambae, o “tabacco in foglia”.
Si dice che sia particolarmente popolare tra i giovani soldati dell’esercito nordcoreano.

5.In Corea del Nord si può scegliere solo fra 28 tagli di capelli
Esistono in Corea del Nord 28 tagli di capelli approvati dal dittatore Kim Jon-un. Gli uomini possono scegliere tra 10 varianti. Il taglio del leader supremo non è incluso nella lista.
Gli uomini più anziani dello stato possono far crescere i capelli fino a 8 cm di lunghezza. Ma i maschi più giovani non devono superare una lunghezza massima di 5 cm.
Le donne hanno un po’ più di scelta: una gamma di 18 stili che sembrano rispecchiare lo stile degli anni Ottanta.

6.La Corea del Nord ha un suo sistema operativo: Red Star OS
La Corea del Nord limita fortemente l’accesso a Internet per i suoi cittadini ed utilizza un suo sistema operativo unico al mondo che si chiama Red Star OS.
Esiste un server Internet sicuro nel paese, ma nemmeno l’1% della popolazione accede ad Internet. Invece, i cittadini sono relegati all’utilizzo di una intranet nazionale controllata dallo stato chiamata Kwangmyong.

7.In Corea del Nord è illegale indossare i jeans
I jeans lo sappiamo, oramai sono universali ed il loro utilizzo è trasversale a quasi tutte le culture.
Invece in Corea del Nord, è illegale e gravemente punito portarli, dato che il denim è fortemente legato all’immaginario ed allo stile di vita degli Stati Uniti.

8.In Corea del Nord non tutti i compleanni si festeggiano
Festeggiare il proprio compleanno è consentito in Corea del Nord, ma con alcune eccezioni.
Se siete nati l’8 luglio o il 17 dicembre, vi sarà proibito farlo, perché sono le date di morte di Kim-II-sun e Kim-Jon-il.

COSA FARE (E NON FARE) IN COREA DEL NORD

FOTOGRAFIE E RIPRESE
Si possono fare foto e video in Corea del Nord, ma bisogna seguire delle vere e proprie leggi:
– le DSLR sono consentite a patto che la lente non superi i 150mm
– i droni sono vietati
– i binocoli sono vietati
– è vietato fotografare i militari, i soldati, i checkpoint, i veicoli militari e le installazioni militari
– è vietato fotografare i siti in costruzione e i lavori in corso (anche se io l’ho fatto e le guide erano d’accordo)
– quando si fotografa un monumento o un ritratto di un leader del paese bisogna fotografarlo nella sua interezza senza tagliare dall’inquadratura nessuna parte del corpo
– è vietato fare foto di nascosto quando vietato
– se la guida richiede di cancellare una foto, voi dovrete cancellare la foto
– è vietato portare nel paese radio di qualsiasi tipo e GPS
Non seguire queste regole metterà in pericolo il viaggiatore e le guide stesse.

DRESS CODE
Non c’è un modo preciso di vestirsi durante il viaggio, ma si richiede di vestire in modo presentabile in ogni momento della permanenza. I vestiti strappati, succinti, le scarpe aperte o comunque un abbigliamento eccentrico non sono accettati. Attenzione a non indossare loghi, frasi ricollegabili alla politica o slogan e nemmeno decorazioni raffiguranti la bandiera americana. La visita al Kumsusan Palace of the Sun è l’unico luogo che richiede un dress code formale, nonché uno dei vari siti dove è richiesto obbligatoriamente di inchinarsi. Per gli uomini camicia, pantaloni, scarpe chiuse e, se possibile, la cravatta. Per le donne un abito o una gonna (ma anche pantaloni), una camicia e scarpe chiuse. Assolutamente vietati i jeans, le magliette, i calzoncini, le scarpe aperte o da ginnastica. Non seguire questo dress code non vi permetterà di vistare il sito.

LIBRI E PUBBLICAZIONI
È severamente vietato introdurre nel paese qualsiasi pubblicazione (cartacea o digitale) riguardante la Corea del Nord o del Sud, incluse le guide di viaggio o le mappe del paese, qualsiasi testo scritto in coreano, la Bibbia o qualsiasi materiale religioso, pornografico o politico. Se si maneggiano quotidiani è vietato buttarli nel secchio, rovinarli e se sulla prima pagina è presente la foto di un leader è vietato piegarlo in coincidenza della foto per non creare una piega sul volto del leader stesso. In tal caso il quotidiano può essere arrotolato.

CONVERSAZIONI
Quando interagite con i locali (per lo più saranno le vostre guide) evitate di parlare di politica, religione o qualunque argomento possa mettere in cattiva luce la Corea del Nord. Saranno tutti molto interessati a sapere della vita nel vostro paese, dal momento che ai nordcoreani è vietato viaggiare al di fuori del paese vorranno sapere di tutto. Io ammetto di aver fatto parecchie domande scomode, perché volevo sapere davvero il più possibile, creando a volte un lieve irrigidimento da parte delle guide, che a volte non hanno risposto oppure risposto in modo diplomatico. Non si sbilancerebbero mai in risposte troppo audaci o contro il governo.

SCORTA
Sarete costantemente scortati per tutta la durata della vostra permanenza sul territorio nordcoreano. L’unico momento in cui sarete soli è nella vostra camera d’albergo. Non è permesso uscire dall’albergo da soli in nessun momento. In giro sarete costantemente tenuti d’occhio dalle vostre guide. Ho chiesto il perché di questo e mi è stato risposto che altrimenti un turista non sarebbe in grado di andare in giro, comunicare e visitare la città. Secondo me invece (e anche secondo loro, ma non lo dicono) i turisti devono essere costantemente monitorati affinché non facciano nulla di strano nel paese e siano controllati negli spostamenti. Certo, è anche vero che non sarebbe facile comunicare con la gente, ma non sarebbe certo la prima volta che un viaggiatore si trovi in una situazione difficile, a me è successo spessissimo in Asia. La loro giustificazione non regge.

REGOLE E ATTEGGIAMENTO
La violazione delle regole comporterà provvedimenti seri tra cui multe, l’espulsione del paese e il più delle volte la carcerazione o la pena capitale. Nel 2016 uno studente americano, Otto Warmbier, venne arrestato e costretto a 15 anni di lavori forzati per aver rubato un poster di propaganda dal muro del suo albergo. Venne rilasciato 17 mesi dopo in stato di coma e morì pochi giorni dopo il suo rientro negli Stati Uniti. A seguito di questo triste evento infatti il governo americano ha annunciato il provvedimento che nessun cittadino americano (che viaggia con passaporto americano) potrà essere ammesso in DPRK.

VISITE A MUSEI E MONUMENTI
Musei e monumenti vengono sempre illustrati da una guida apposita, che spesso parla solo coreano e quindi la vostra guida dovrà tradurre tutto. Anche le didascalie sono in coreano. La guida spiega per bene tutta la storia e i vari dettagli  La mia teoria su questo incredibile controllo anche nei musei è che secondo me hanno paura si fraintendano delle informazioni cruciali o che il paese possa essere messo in cattiva luce. Insomma non lasciano spazio a interpretazioni. Davanti a determinati monumenti non si possono assumere pose particolari, ma bisogna stare dritti con le mani giù lungo i fianchi e senza indossare gli occhiali da sole.

L’ESERCITO NORD COREANO

In rapporto alla popolazione la Corea del Nord è il Paese più militarizzato al mondo. Il sistema di sicurezza nordcoreano, fin dalla sua fondazione nel febbraio 1948, si basa su due istituzioni primarie: il Partito dei Lavoratori di Corea e l’Esercito del Popolo Coreano.

Per numero di effettivi, l’esercito di Pyongyang è la quinta forza armata al mondo dopo Cina, Stati Uniti, Russia e India. Tra ufficiali e soldati, operano al suo servizio 1.190.000 unità. Per fare un confronto ravvicinato, basti pensare che la Corea del Sud ha invece a disposizione solo 655mila militari. Se poi si tiene conto anche dei riservisti, l’esercito nordcoreano può arrivare a ben 7,45 milioni di militari su una popolazione totale attuale di 25.407.000 di cittadini.

Gran parte delle forze militari nordcoreane, convenzionali e non, è stata posta nell’area della Zona Demilitarizzata al confine con la Corea del Sud.

Forze di terra
Le forze di terra sono composte oggi da circa un milione di operativi, divisi in 20 corpi formati a loro volta da 176 tra divisioni e brigate. La Zona Demilitarizzata assorbe circa il 70% delle truppe di fanteria. In quest’area Pyongyang avrebbe fatto costruire almeno 20 tunnel per far arrivare suoi militari in territorio sudcoreano, ma solo quattro di questi sono stati finora individuati da Seoul e dagli Stati Uniti.

Per l’artiglieria e le forze corazzate, Pyongyang ha a disposizione circa 4.000 carri armati (anche se altre fonti parlano di 2.440 carri) e 2.500 mezzi di trasporto delle truppe, contro i 3.500 tank della Corea del Sud. I carri armati di Pyongyang sono soprattutto i russi T-54, T-55 e T-59. A questi si aggiungono i T-69, sia acquistati da Mosca che prodotti in loco.

L’artiglieria è formata da 12.000 pezzi, che arrivano a 21.000 se si tiene conto anche di quelli leggeri (la Corea del Sud dispone invece di 11.000 pezzi). Tra questi vi sono 2.300 lanciatori multipli di vettori con calibro superiore ai 107 millimetri. Pyongyang dispone inoltre di cinque battaglioni dotati del sistema missilistico FROG 5/7 e di due brigate i cui mezzi sono armati per lanciare missili balistici.

I riservisti
La riserva riguarda circa il 30% della popolazione tra i 15 e i 60 anni. Le componenti della riserva sono principalmente: 4,14 milioni di membri della Guardia Rossa dei Lavoratori e dei Contadini; 1,18 milioni di militanti della Guardia della Gioventù Rossa; 1,73 soldati della riserva organizzati nell’Unità di Addestramento Paramilitare, che possono essere mobilitati e trasferiti nelle zone di combattimento con un tempo di attivazione di sole 24 ore; 400.000 tra militari e volontari della Guardia del Popolo.

Le operazioni speciali
Per le operazioni speciali, il regime della Corea del Nord ha previsto una forza militare che vale circa 100.000 elementi, divisi in brigate e battaglioni: 14 brigate per l’artiglieria leggera; 3 brigate aviotrasportate; 3 brigate di cecchini per l’aviazione; 2 brigate di cecchini per la marina navale; tra i 5 e i 7 battaglioni per il riconoscimento e la selezione di obiettivi. Anche in questo caso, il tempo di attivazione è di 24 ore.

La guerra non convenzionale, come la si chiamava anni fa, è diretta a Pyongyang dall’Ufficio per la Guida e l’Addestramento della Fanteria Leggera, che esercita anche il proprio controllo su tutte le altre formazioni per le operazioni speciali.

In caso di conflitto con la Corea del Sud, obiettivo delle forze armate nordcoreane è neutralizzare il C4I (Command, Control, Communication, Computer and Intelligence) del sistema integrato di Seoul e delle truppe nordamericane, le basi aeree sudcoreane e le piattaforme missilistiche installate dagli USA in territorio sudcoreano.

La Marina
La Marina è composta da circa 60.000 tra marinai e ufficiali, il cui comando ha sede a Pyongyang e si divide tra Flotta Est e Ovest. Sono a disposizione dei programmatori militari nordcoreani due brigate di assalto marittime, due reggimenti missilistici per la difesa costiera e alcune navi per l’addestramento e il supporto logistico. Le navi sono circa 1.000, suddivise in 16 squadre, di cui 6 a disposizione del comando occidentale e 10 per il comando orientale.

Le basi principali sono 12, cinque sulla costa est e sette sulla costa ovest. A queste si aggiungono altre numerose piccole basi per la guerra navale non-convenzionale. Pyongyang possiede 76 sottomarini (contro i 23 della Corea del Sud), 11 fregate, 2 corvette, 25 cacciamine, 438 navi da pattugliamento.

L’Aviazione
L’aviazione nordcoreana possiede 944 tra aerei ed elicotteri. Gli aerei da combattimento sono 563, 572 quelli da attacco al suolo, 100 quelli per il trasporto, 169 quelli per l’addestramento, 202 gli elicotteri e 20 gli elicotteri da attacco. La Corea del Sud dispone invece di 571 aerei da combattimento e di 481 elicotteri.

I missili
Per quanto concerne la batteria missilistica, la Corea del Nord ha raggiunto fin dal 1984 – con degli SCUD-B e SCUD-C costruiti in Egitto – la possibilità di colpire obiettivi a media distanza. Da allora Pyongyang ha “personalizzato” gli SCUD egiziani lanciando una propria linea denominata Hwasong per colpire il territorio sudcoreano.

Nel 1993 a questa serie ne ha fatto seguito un’altra denominata Nodong, sviluppata per colpire il Giappone. Testata prima in Pakistan (con il nome di Ghauri) e poi in Iran (con il nome di Shahab-3), i missili Nodong possono raggiungere una gittata massima di 2.000 chilometri.

Sempre nei primi anni Novanta, Pyongyang ha infine messo in azione il programma Taepodong, che dovrebbe arrivare a una gittata standard di 5.000 chilometri. L’obiettivo è colpire direttamente le basi USA nel Pacifico e le aree di lancio nordamericane sulla costa ovest degli Stati Uniti. In totale, ad oggi la Corea del Nord dispone di oltre 600 Hwasong 5 e 6, almeno 200 Nodong e circa 140 Taepodong.

La sicurezza interna
Per quel che riguarda la sicurezza interna, tutto converge verso il Ministero della Sicurezza del Popolo, che dispone di almeno 130.000 dipendenti e che ha funzioni sia di polizia giudiziaria che di mantenimento dell’ordine pubblico.

Servi segreti
I servizi segreti nordcoreani sono divisi in tre strutture principali: l’Ufficio 121, l’Ufficio Centrale per il Riconoscimento, il Dipartimento per la Sicurezza dello Stato.

Il Dipartimento per la Sicurezza dello Stato è di fatto un calco delle strutture tradizionali sovietiche e della Terza Internazionale. Risponde direttamente al Leader Supremo Kim Jong Un. Nasce nel 1973 e si occupa sia di sicurezza interna che esterna.

L’Ufficio Centrale per il Riconoscimento opera sul piano strettamente “clandestino” con operazioni di infiltrazione e sovversione. Suoi campi d’azione sono principalmente la Corea del Sud, il Giappone e le basi americane nel Pacifico.

La struttura che ha segnato i maggiori progressi negli ultimi anni è stato però l’Ufficio 121. Suo settore di competenza è la cyberwarfare. È formato da sei divisioni e risponde al Dipartimento per la Sicurezza dello Stato. È operativo almeno dagli anni Ottanta, dispone di circa 6.000 “hacker di Stato”. Secondo un defezionista nordcoreano, ha una sede distaccata in Cina, nella città di Shenyang. Negli ultimi quarant’anni, membri dell’Ufficio 121 sarebbero infatti entrati in Cina individualmente o in piccoli gruppi. E, d’altronde, non è un mistero che tutto il traffico della rete internet in Corea del Nord sia gestito dalla Cina.

Sempre nell’ambito della cyberwarfare, è interessante anche la recente formazione dell’Ufficio 180, il cui campo d’azione riguarda l’alta finanza e gli scambi commerciali. La scelta dell’“hackeraggio di Stato” da parte della Corea del Nord è in linea con la sua strategia asimmetrica sintetizzata dallo slogan “guerra rapida, fine veloce”. È probabile che presto l’Ufficio 121 sarà sostituito da un Ufficio per la Guida della Cyberwarfare.

La strategia militare della Corea del Nord
La Corea del Nord punta su armi a basso costo come quelle non-convenzionali e cyber. Nell’ottica di un possibile attacco alla Corea del Sud, Pyongyang ambirebbe alla risoluzione a proprio favore di un “conflitto lampo” che gli permetterebbe di espellere rapidamente le forze americane dalla Corea del Sud e di conquistare velocemente tutte le postazioni strategiche di Seoul.

Successivamente, Pyongyang si potrebbe sedere al tavolo delle trattative. È per questo motivo che la Corea del Nord continua a fare leva sulla minaccia missilistica contro le basi militari degli Stati Uniti nel Pacifico. Anche se, finora, il suo piano si è tradotto unicamente in una serie di “preoccupanti” test missilistici, accompagnati da una dose strabordante di propaganda.

TIBET

COMPORTAMENTI E CURIOSITà DEL TIBET

Comportamenti:
Quando si parla con i tibetani, aggiungere sempre “La” dopo il nome di una persona per mostrarle rispetto; rivolgersi ad un grande lama con il termine “Rimpoche” e ad un lama comune con “Geshe La”.
Presentare in dono un hada è una pratica comune tra i tibetani per esprimere i propri auguri in diverse occasioni, ma è anche un simbolo tradizionale di rispetto ed ospitalità, molto apprezzato da chi lo riceve. L’hada bianco è un foulard di seta lungo e stretto, che rappresenta purezza e fortuna.
Quando si è ospiti di una famiglia tibetana, usualmente viene proposto un brindisi con un tipo di birra molto forte. Bisogna sorseggiarla tre volte prima di finire il bicchiere. E’ anche un’usanza quotidiana quella di intrattenere gli ospiti con un tè. L’ospite non dovrebbe rifiutarlo, ma per educazione bisognerebbe sorseggiarlo almeno tre volte prima di lasciarlo. Se invece si intende finirlo, allora è buon costume berlo lentamente e lasciarne un goccio sul fondo. Un tipo di tè tipico è quello al burro.
Quando si entra in un monastero tibetano occorre ricordare alcune regole comuni. Camminare sempre in senso orario attorno ai santuari, alle pietre Mani, alle ruote delle preghiere ed ai templi. Al contrario, se si visita un monastero Bon, bisogna camminare in senso anti-orario. Nonostante i monaci si tolgano le scarpe prima di entrare in una camera, è accettabile continuarle a portare. E’ possibile anche entrare nei monasteri durante le preghiere, rimanendo in fondo o sedendosi ed evitando comunque risate e conversazioni irriverenti.
Bisogna invece evitare i seguenti comportamenti:
fumare, bere alcolici o fare troppo chiasso all’interno dei monasteri
sedersi o camminare sopra e toccare testi sacri, oggetti vari e bandiere di preghiera all’interno dei monasteri
uccidere un animale all’interno di un monastero
fare fotografie intrusive dei monasteri, soprattutto quando sono in corso cerimonie religiose. Chiedere sempre il permesso
Far del male ad avvoltoi, yak o pecore indossando vestiti rossi, gialli o verdi
Calpestare la soglia nell’entrare in una casa tibetana
Sputare davanti a qualcuno
Buttare la spazzatura nel fuoco
Dimostrazioni d’affetto in pubblico
Indossare pantaloncini

Curiosità:
Sky Burial: i rituali di cremazione e sepoltura all’interno di templi sono riservati agli alti lama che vengono così onorati nella morte. Lo sky burial è invece il rituale tipico usato per la gente comune, esclusi i minori di 18 anni, le donne in attesa e coloro che muoiono per malattie infettive o incidente. Nonostante la sua origine rimanga avvolta nel mistero, questa cerimonia è carica di significati religiosi.
I tibetani considerano il corpo niente di più che un recipiente vuoto. L’anima del deceduta sopravvive invece al corpo, per reincarnarsi poi in altri cicli di vita. Il corpo è dunque offerto agli avvoltoi, in quanto si crede che questi animali siano in realtà Dakinis (danzatori del cielo), gli equivalenti tibetani degli angeli. I Dakinis trasportano l’anima fino ai cieli, che sono il luogo ventoso in cui gli spiriti aspettano la reincarnazione. Questa donazione del corpo umano agli avvoltoi è considerato un gesto virtuoso in quanto salva la vita ai piccoli animali destinati ad essere il pasto alternativo degli avvoltoi stessi.
Dopo la morte, i deceduti sono quindi lasciati intatti per tre giorni, mentre i monaci eseguono litanie. Poi, prima del rito dello sky burial, il corpo è pulito, avvolto in vesti bianche e disposto in posizione fetale, per creare un’unione simbolica con il momento della nascita.
Il rito vero e proprio inizia solitamente prima dell’alba, quando un gruppo di lama si avvia in una processione rituale verso l’ossario, cantando per guidarvi l’anima. Dopo le litanie, il corpo è preparato per essere mangiato dagli avvoltoi. Per assicurare l’ascesa dello spirito, il corpo dev’essere consumato per intero.
Solo i partecipanti al funerale possono prendere parte a questo rituale e, mentre i tibetani sono incoraggiati ad assistervi per confrontarsi apertamente con la morte e cogliere la caducità della vita, agli stranieri non è permesso di presenziare alla stessa.
Bandiere delle preghiere: le lunghe file di bandierine degli Elementi sono preghiere che vento, sole e pioggia leggono fino a scolorirne la tela, disseminando così il mondo dei loro buoni pensieri. Ovunque sventolino, le tradizionali bandiere tibetane creano dunque un’atmosfera di pace, serenità e speranza. Sin dall’XI° secolo in Tibet, esse vengono esposte davanti a templi, nei luoghi sacri, agli incroci, sui ponti, sui tetti, sulle sommità delle montagne e in qualsiasi luogo all’aria aperta, dove le preghiere possano incontrare il vento.
Le bandiere di preghiera sono stampate su tessuto di cinque colori: il giallo per la terra; il verde per l’acqua; il rosso per il fuoco; il bianco per lo spazio infinito ed il blu per l’aria e il cielo; vengono poste sempre in questo ordine e raggruppate in multipli di cinque. Il cavallo del vento, rappresentato al centro, simboleggia la direzione e la velocità con la quale i desideri vengono trasmessi. Nella parte superiore sono invece stampati antichi Mantra tradotti in tibetano dal sanscrito, che dirigono la forza spirituale emessa dalle persone e dall’ambiente circostante.
Poiché contengono testi e simboli sacri, le bandiere di preghiera devono essere trattate con rispetto. Non possono essere appoggiate per terra o gettate nei rifiuti e le vecchie bandiere devono venir bruciate, affinché il fumo possa trasportare la loro benedizione in cielo.
Il periodo più propizio per appendere le bandiere di preghiera al vento è in corrispondenza del Losar, il capodanno tibetano, oppure in giorni di luna piena.
Ruota delle preghiere: anche dette chokhor (ruote della legge), costituiscono uno strumento di preghiera buddista esclusivamente tibetano per la crescita spirituale e la guarigione, che porta sempre incisa l’iscrizione mistica “OM MANI PADME HUNG”.
Le ruote di tipo portatile sono anche dette mulini della preghiera e sono delle ruote cilindriche con un coperchio removibile che nasconde una cavità entro cui è attorcigliata una striscia di carta di riso su cui sono scritti antichi Mantra (invocazioni al Buddha). Quando la ruota gira, la preghiera che porta al suo interno si sbriciola nell’aria e il vento la trasporta in tutto il mondo verso le dieci direzioni.
Si crede che ad ogni rotazione del mulinetto corrisponda una recitazione del mantra, per cui questa pratica religiosa permette di accumulare meriti e generare un buon Karma per la vita successiva. Le persone fanno girare la ruota di giorno e di notte, mentre conversano o riposano, in pratica ogni volta che hanno le mani libere, mormorando il mantra. I Buddisti la girano in senso orario, i seguaci di Bon in senso antiorario.
Esistono però ruote di preghiera di diverso tipo e dimensione e non tutte sono portatili. Attorno ai luoghi sacri e agli ingressi dei paesi sono collocate file di ruote più grandi, poste su supporti di legno a beneficio dei pellegrini e dei viandanti. Esse sono costruite per ricevere influssi positivi dall’acqua che scorre, dalla luce delle fiamme e dal soffio del vento che le muovono, e per poter poi trasmettere questo karma positivo a chiunque le faccia ruotare.

LA MUSICA IN TIBET: GLI STRUMENTI DI UNA TRADIZIONE ANTICA

Gli strumenti musicali tradizionali del Tibet ci sono stati tramandati attraverso un lungo periodo di sviluppo. Tra questi, il liuto Zhamunie, il corno di toro, la “Dafa” in rame e la campana di Jialing sono i più caratteristici. Secondo i metodi di catalogazioni musicologica oggi in voga, gli strumenti tradizionali tibetani possono essere suddivisi in quattro categorie: strumenti a corda pizzicati, strumenti a corda per arco, strumenti a fiato e strumenti a percussione.
Tra gli strumenti a pizzico come il liuto Zhamunie e il Salterio, il primo è il più rappresentativo, ed è anche chiamato sei corde Qin dal numero delle corde a disposizione del suonatore. Secondo il libro classico tibetano “Storia Rossa”, il liuto Zhamunie è stato introdotto in Tibet durante la dinastia Tang e oggi è popolare in Tibet, ma anche nelle zone etnicamente tibetane delle Province del Sichuan, Yunnan, Qinghai e Gansu ecc.
Lo Zhamunie è realizzato in mogano, noce o legno di sandalo con una lunghezza di 108 cm. Il suo capotasto è piccolo e romboidale, a forma approssimata di mezza zucca, lunga 29 cm e il fondo è grande e ovale, con una superficie di pelle di capra della Mongolia o di capra tibetana. La tastiera é lunga e sottile e le corde non vi poggiano in nessun punto. La cima dello strumento è curva all’indietro, con sei assi su due lati e la parte superiore è incisa a testa di un drago oppure lasciata senza ornamento. Viene spesso utilizzato per l’accompagnamento di canzoni e balli, nonché per l’ensemble strumentale o l’assolo.
Gli strumenti a corda per arco includono corno di toro, huqin e samma. Tra questi, il corno di toro è il più rappresentativo. In lingua tibetana si chiama “Biwang” o “Biyong”. La sua forma è simile a quella dell’ “Erhu”, ma il suo tubo è realizzato in corno di toro, tra i cui apici sono tese delle corde. A causa del suo arco corto, tutte le note lunghe della melodia vengono ripetute con lo stesso tono di ottava e le principali caratteristiche della musica per archi si formano aggiungendo una grande inclinazione di due gradi o una piccola inclinazione di tre gradi, oppure un doppio supporto sui tempi deboli.
Gli strumenti a fiato includono principalmente flauto, flauto osseo, lo Jialing, la ‘Dafa’, il flauto in ottone, l’armonica, il flauto di bambù e così via. La Dafa, chiamata “Tongqin” in tibetano, è fatta di rame e sembra un grande corno senza buchi nel tubo, può assomigliare all’Alpenhorn del Centro Europa. È lunga circa 3 metri. Può suonare il suono di base e cinque armoniche con un grande volume, conferitole dalla sua lunghezza e dalla sua capacità amplificante. Lo Jialing è uno strumento a fiato acuto con una tonalità morbida e bella.
Gli strumenti a percussione includono principalmente il tamburo Dama, il Gong, il piccolo piatto, la campana d’archi, il piatto tibetano, ecc.

LE PRINCIPALI FESTE DEL CALENDARIO TIBETANO

Le feste tibetane sono fortemente influenzate dal buddismo. Hanno un forte influsso religioso o sono eventi completamente religiosi. Nel corso della Storia, in condizioni naturali difficili e in situazioni di lavoro anche più complicate, le persone che vivevano su questa terra arida e fredda desideravano ardentemente che i loro sforzi, con la misericordia di Dio e la protezione del Buddha per una vita migliore venissero premiati. A chi vuole più che visitare ‘capire’ il Tibet, ci sono le feste che danno l’opportunità di offrire le loro preghiere a Dio, al Buddha e alla natura mentre, contemporaneamente, si gustano anche piaceri terreni come cibo, musica, danze e simili.
Ci sono molti festival in Tibet. Il calendario lunare tibetano ospita feste quasi ogni mese. E alcuni festival attirano anche gli spettatori fedeli e curiosi. I monaci danzanti sono visti soprattutto nel Capodanno, che include riti per dissipare il male del vecchio anno e inaugurare favorevolmente il nuovo; Losar (Capodanno) è una colorata settimana densa di attività tra cui drammi tibetani, pellegrini che bruciano ritualmente incenso e Tibetani che attraversano le strade nelle loro vesti più belle.
Al Festival di Tsurphu (maggio-giugno) danze vorticose e grandi bevute di ‘chang’ (bevanda leggermente alcolica distillata da cereali) sono all’ordine del giorno; il clou è la danza del Karmapa.
Capodanno Tibetano
È il più grande festival del Tibet. Nell’antichità, quando il pesco fioriva, era considerato l’inizio di un nuovo anno. Dal momento della sistematizzazione del calendario tibetano nel 1027 d.C., il primo giorno del primo mese è stato designato come Anno Nuovo. Il giorno di Capodanno riunisce famiglie che offrono “mestoli felici”; l’augurio tradizionale è rappresentato dalle parole di buon auspicio “Tashi Delek”.
Festa delle Lampade a Burro
Si svolge il 15 del primo mese lunare. Enormi sculture di burro di yak sono intorno al Via di Barkhor di Lhasa.
Festa del Saga Dawa
È il più sacro evento del Tibet; in quanto diversi eventi memorabili coincidono quel giorno: la nascita del Buddha e l’illuminazione del Buddha. Quasi ogni persona di Lhasa si unisce alla città e trascorre il tardo pomeriggio facendo un picnic nel Dzongyab Lukhang Park ai piedi del Palazzo del Potala.
Festa Gyantse di Equitazione e Tiro con l’Arco
Le corse di cavalli e tiro con l’arco sono generalmente popolari in Tibet, e Gyantse gode della reputazione di essere il primo evento di questo genere nella storia dal 1408. Le gare di tiro a cavallo, tiro con l’arco e al galoppo sono state tra le prime gare, seguite da alcuni giorni di divertimento o picnic. Attualmente vengono offerti giochi con la palla, eventi di atletica, canti popolari, danze e mercatini a baratto.
Festa della Corsa di Changtan Chechen
Ci sono molte feste di corse di cavalli in Tibet, le più grandi di Nagqu nel Tibet settentrionale. Agosto è la loro stagione d’oro sulle vaste pianure del Tibet settentrionale. Pastori, a cavallo, in abiti colorati, con tende e prodotti locali, affollano Nagqu. Presto formeranno una vera piccola città di tende e padiglioni. Si svolgono diversi programmi entusiasmanti, tra cui corse di cavalli, gare di yak, tiro con l’arco, equitazione e fiera della merce.
Festa di Shoton / Festa dello Yogurt
È uno dei festival più importanti del Tibet, noto anche come il Tibetan Opera Festival. Tsongkhapa, il fondatore della Gelugpa (‘setta gialla’ del buddismo tibetano), ha stabilito la regola secondo cui i buddisti possono coltivare solo in ambienti chiusi durante l’estate per impedire che altre creature vengano uccise inavvertitamente. Questa regola deve essere eseguita fino al 7° mese lunare. Poi i buddisti vanno all’aria aperta, mangiano yogurt comprato dai nativi e si divertono. Dalla metà del XVII secolo, il Quinto Dalai Lama aggiunse una rappresentazione lirica al festival. In Norbulingka (Palazzo estivo del Dalai Lama) si esibiscono famosi gruppi di opera tibetani.
Festival di Settembre
Si crede quando il pianeta sacro Venere appare nel cielo; l’acqua nel fiume diventa pura e guarisce le malattie. Per una settimana, di solito alla fine del settimo e all’inizio dell’ottavo mese lunare, tutte le persone in Tibet entrano nel fiume per risciacquare la terra dell’anno precedente.
Festa di Kungbu
Molto tempo fa, quando il Tibet fu minacciato da una massiccia invasione, venne inviato un esercito per difendere la Patria. Era settembre e i soldati temevano di perdere l’anno nuovo, il vino d’orzo dell’altopiano e altre prelibatezze. Quindi, il 1° ottobre, la gente festeggiò il capodanno tibetano in anticipo. Per onorare la memoria di questi coraggiosi soldati, il Kongbu fa tre sacrifici e resta sveglio la notte. Tra i trattenimenti sono incluse danze, gare di tiro con l’arco ed altre attività.
Festa del Raccolto
I contadini di Lhasa, Gyantse e Shangnan celebrano la loro raccolta Bumer in questo momento. Tra gli eventi di quest’occasione vi sono corse di cavalli, esposizioni di moda e tessuti, picnic, canti e danze.

IL MISTERIOSO E ANTICO MONASTERO ROMITO

Siamo tornati a dare un’altra occhiata dalla cima della montagna, e fu allora che avemmo la definitiva conferma della veridicità di ciò che la gente del posto aveva detto. Anche se le strutture originali erano state erose o erano state pesantemente alterate, era chiaro dall’alto che ce n’erano davvero 13, il che corrispondeva perfettamente con le camere descritte nella letteratura storica. Il modo in cui erano dettagliati nei documenti storici, in particolare quelli della stessa famiglia di Rinchen Zangpo, corrispondeva a quello che stavamo vedendo. Mentre prendevamo nota di tutto, specialmente come erano disposte le strutture e dove erano situati i fori dei pilastri che presumibilmente erano usati per produrre sculture di argilla.

Potemmo in realtà confermare più o meno che questi particolari edifici erano probabilmente le camere che il maestro Rinchen Zangpo aveva costruito per le eminenti famiglie locali. Il nostro team era tutto eccitato dalle notizie, come evidenziato dai nostri applausi ed abbracci, e abbiamo quindi deciso che era giunto il momento per noi di metterci al lavoro e condurre ulteriori ricerche. Alcuni hanno annotato le loro osservazioni e altri hanno iniziato a disegnare e scattare foto di ciò che potevano vedere. Io stesso sono rimasto sulla montagna per condurre ulteriori indagini e non è passato molto tempo che mi sono imbattuto in qualcos’altro.

Quando la montagna si diresse verso l’alto, potei distinguere diverse pagode buddiste, due delle quali abbastanza ben conservate. Girai intorno e mi avvicinai per vedere se riuscivo a scoprire qualcosa, e alcuni dettagli importanti catturarono la mia attenzione. Le forme esterne delle strutture mi suggerirono e fecero capire che queste pagode erano molto simili alla pagoda del Monastero di Toling”.

Il Monastero di Toling fu costruito da Yeshewo, il Re del Regno Guge, nell’XI secolo, ed era anche un luogo in cui un tempo il Maestro Rinchen predicò. Nell’anno 1076, che fu l’anno del Drago di Fuoco secondo il calendario tibetano, vi si tenne una grande riunione di celebri predicatori buddisti sponsorizzata da Dzeden, allora re di Guge, con monaci anziani di U-Tsang, Kham e Amdo presenti come ospiti.

Questo evento venne ricordato come la “Grande Riunione del Drago di Fuoco” e da allora, il monastero divenne famoso. Furono costruite centinaia di pagode, le più notevoli delle quali ai quattro angoli della camera principale verso il cortile circolare esterno. “Ma queste erano molto meno conservate delle due pagode davanti a me. Per commemorare suo padre e la sua famiglia, il Maestro Rinchen ha probabilmente usato i più alti standard tecnologici dell’epoca, oltre a commissionare il massimo livello di maestri e artigiani dell’architettura a lavorare al progetto. Quando eravamo lì potemmo ancora distinguere la ruota buddista e l’urna verso la cima della struttura.

Forse la cosa più interessante per me, comunque, erano le due statue di Bodhisattva che abbiamo trovato sopra l’urna. Avrei pensato che ci sarebbero state molte statue come quelle che circondavano l’urna, ma ce n’erano solo due rimanenti. Eccole lì, proprio lì in piedi, e le loro teste erano rotonde con corone fiorite. I loro corpi e le loro espressioni facciali erano un po’ frastagliate, ma sfoggiavano due grandi orecchini ciascuno e tenevano qualcosa nelle loro mani, che erano posizionate di fronte al loro petto. Siamo stati in grado di trovare frammenti di quelli che prima erano altre urne di pagoda mescolati con altre reliquie che erano cadute, e alcuni di questi avevano iscrizioni in Tibetano sulla loro superficie.

Da tutto ciò, siamo stati in grado di elaborare un’idea di cosa potrebbe essere successo. I corpi delle pagode avrebbero potuto essere ristrutturati con argilla e mattoni, e forse le strutture erano state adornate con le nuove statue. Si sa che tali azioni hanno avuto luogo in varie rovine buddiste in diversi paesi, come India, Bangladesh e Sri Lanka, quindi non era davvero fuori questione che fosse accaduto anche qui qualcosa del genere. Dopo la nostra ricerca, siamo stati in grado di concludere che il sito che abbiamo incontrato corrispondeva a strutture risalenti al Primo Regno di Guge, molto probabilmente tra l’XI e il XIII secolo”.

Alcune delle rovine risalgono forse a quando Rinchen Zangpo era ancora vivente ed attivo. Tutto il sito, comunque, è strettamente legato alle attività buddiste del Maestro Rinchen Zangpo di Guge, come riportato nella letteratura storica tibetana. Le scoperte più importanti hanno implicazioni significative, specialmente nel modo di studiare la prima storia buddista, la cosiddetta “Storia silente del Regno di Guge”. “Il nostro ritrovamento può essere letto come un vero e proprio “raccolto” di preziose informazioni su quell’epoca poco conosciuta” ha concluso Huo Wei.

UN VIAGGIO NELLA ROCCA PIù INACCESSIBILE AL MONDO

Gyantse è una città tibetana sita ad oltre 4 mila metri di altitudine, ed è attraversata dalla “Friendship Highway”, che la collega direttamente con Kathmandu in Nepal.
Posta storicamente lungo la rotta carovaniera verso il Bhutan e il Sikkim e centro del dominio inglese in Tibet nel primissimo novecento, Gyantse è dominata da un forte che le stesse truppe di Sua Maestà consideravano tra le roccaforti più difficili da espugnare in Asia centraleGyantse è una città tibetana sita ad oltre 4 mila metri di altitudine, ed è attraversata dalla “Friendship Highway”, che la collega direttamente con Kathmandu in Nepal.

Negli ultimi anni, l’industria del turismo del Tibet si sta ergendo a emblema, e simbolo del rilancio economico e salvifico di una delle regioni più arretrate della Cina. Il settore turistico si sta dimostrando come la risorsa strategica per lo sviluppo dell’altopiano in chiave moderna; il volano nel riequilibrio della provincia occidentale con le altre del territorio nazionale capace di dare alla popolazione l’accesso al benessere diffuso e nuove opportunità di lavoro, fattori salienti della trasformazione della società tibetana verso la modernità.
Il Tetto del Mondo è sinonimo di mistero e inaccessibilità, di isolamento e spiritualità, di distacco terreno e di avvicinamento al cielo, un brand intorno al quale sviluppare una narrazione turistica intorno al concept della promozione delle attrazioni autoctone e della cultura indigena.

La regione autonoma dispone di una propria compagnia “di bandiera”, la Tibet Airlines che raggiunge 23 destinazioni con una flotta di 10 velivoli. Riprendendo l’invito che fu di Deng Xiaoping (“ai visitatori del Nepal deve essere permesso di raggiungere il Tibet. Questo renderebbe felici le persone del Nepal”), Wang Yi, Ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, ha rilanciato il ruolo del turismo in chiave strategica nell’apertura dell’altopiano (e della Nazione) agli altri Paesi dell’Asia meridionale, soprattutto il Nepal, uno dei più importanti vicini della Cina.

IL LATTE DI YAK, UN PRODOTTO INCREDIBILE

Quando parliamo di Tibet, la mente non può non volare alle grandi vette Himalayane e all’animale per eccellenza simbolo degli sherpa locali: lo yak. Ma cosa sappiamo di questo animale dal folto pelo? Lo yak è un grande mammifero appartenente alla famiglia dei bovidi il cui habitat naturale sono le altitudini elevate, diffuso soprattutto in Tibet, Nepal e il piccolo regno del Bhutan, ma è possibile trovarlo, seppur in pascoli minori, in alcune parti della Russia e del Pakistan.

Fisicamente strutturato per sopportare le dure condizioni ambientali delle zone in cui vive, il corpo di questo grosso animale è ricoperto da una lunga e folta pelliccia. Allevato fin dall’antichità dalle popolazioni di quei luoghi, lo yak è un ruminante tale e quale ai nostri comuni bovini.

Tuttavia, il latte di yak è un prodotto totalmente differente di quello che noi chiamiamo latte, rendendolo un prodotto unico nel suo genere. Questo incredibile alimento, viene prodotto dall’animale sono in alcuni precisi periodi dell’anno. Una volta effettuata la raccolta del liquido preziosissimo vengono prodotti formaggi e burro. Il burro può essere conservato anche per un anno, assumendo così un sapore rancido.

Decisamente molto ricco di sostanze importanti per l’organismo e di calorie, questo alimento è alla base della tradizione casearia, e non solo, delle popolazioni dell’altopiano tibetano. Nello specifico, il burro di yak è uno dei prodotti principali che vengono comunemente preparati in ambienti domestici. Ogni famiglia ne produce e consuma una grande quantità, spesso utilizzando il burro anche in bevande, come il tradizionale tè al burro, che tutti consumano abitualmente e che è la prima cosa che viene offerta agli ospiti.

Date le basse temperature, la grande quantità di lipidi presenti in questo alimento è fondamentale per ricavarne energia e protezione. Il tè al burro molto probabilmente non incontrerebbe i gusti occidentali, ma è particolarmente indicato per chi vive o transita in quelle regioni. Questa bevanda, oltre al burro di yak e alle foglie di tè, contiene sale, latte, bicarbonato e acqua bollente. Il tutto viene agitato energicamente in un recipiente, e ciò che ne deriva è un liquido piuttosto scuro, denso e viscoso. Pare che una delle funzioni del burro contenuto in questo particolarissimo tè aiuti anche a proteggere le labbra dal freddo.

Con il latte di yak si producono diversi tipi di formaggi. Alcuni metodi caseari fanno parte della tradizione, altri sono stati rivisitati e corretti in modo da rendere il gusto di questi latticini più adatto ad un commercio diretto anche all’occidente. Il Nepal è stato uno dei primi paesi a seguire questa strada, ma se siete appassionati di formaggi e volete assaporare delle assolute rarità dovrete spostarvi in Bhutan, dove la produzione non ha nulla di industriale e l’origine delle ricette si perde nella notte dei tempi. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha classificato alcuni formaggi prodotti con latte di yak, e Slow Food ha creato un particolare presidio per questi prodotti caseari nella zona dell’altopiano tibetano.

LE ETNIE TIBETANE

La regione autonoma del Tibet è una zona che concentra la maggiore popolazione tibetana, occupando il 45% del totale dell’etnia tibetana, dove oltre all’etnia tibetana, i compatrioti di più di dieci etnie, come Han, Hui, Menba, Luoba, Naxi, Nu e Dulong vivono di generazione in generazione, costituendo i distretti etnici di Menba, Luoba e Naxi. L’etnia tibetana, la principale etnia residente in Tibet, parla una lingua appartenente al ramo tibeto-birmano della famiglia linguistica sino-tibetana. L’etnia si occupa principalmente di agricoltura e pastorizia, mentre i residenti urbani sono impegnati per lo più nell’ artigianato, industria e commercio. I tibetani professano il buddismo lamaista; di carattere cordiale ed aperto, eccellono nel canto e nella danza. Le canzoni tibetane sono molto melodiose, per lo più accompagnate da vari tipi di danze. Gli abiti dell’etnia sono di seta e raso, con camicie dalle maniche corte. Gli uomini portano toghe lunghe ed ampie, e le donne toghe senza maniche legate in vita da una cintura; le donne sposate indossano grembiuli con motivi simili all’arcobaleno. Sia gli uomini che le donne annodano i capelli in trecce ed amano i gioielli; nelle diverse zone, gli abiti ed accessori sono diversi. L’ alimento fondamentale dei tibetani è la tsampa (farina di orzo tostata), inoltre amano bere tè al burro di yak, tè al latte e vino d’ orzo, e consumare carne bovina e ovina. Gli antichi tibetani residenti sull’altopiano praticavano il seppellimento dei morti, mentre ora praticano il “funerale del cielo” e dell’acqua e la cremazione.

Etnie
Storicamente la popolazione del tibet è costituita primariamente da Tibetani. Altri gruppi etnici includono i Monpa, Lhoba, Mongoli e Hui. Dopo l’annessione cinese del Tibet, l’etnia prevalente è quella dei cinesi Han. Tuttavia non vi sono stime concordanti. Il Governo tibetano in esilio stima che vi siano 7,5 milioni di non tibetani introdotti dal governo cinese per nazionalizzare la regione, contro 6 milioni di tibetani, e ritiene che la recente apertura della ferrovia del Qingzang, che collega Lhasa con Pechino in 40 ore, faciliterà l’afflusso di persone da altre province cinesi. Secondo il Governo cinese, la Regione Autonoma del Tibet è abitata al 92% da Tibetani, mentre nelle altre zone del Tibet storico appartenenti ad altre province cinesi la percentuale è più bassa, smentendo ogni accusa.

Lingua
La lingua ufficiale del Tibet è il cinese. La lingua tibetana appare collegata con il birmano e con un certo numero di parlate di diversi popoli himalayani oltre che con il cinese. E’ suddivisa in molti dialetti e spesso i tibetani stessi trovano difficile comprendersi tra loro. La lingua straniera più conosciuta è l’inglese, ma anche il francese viene occasionalmente parlato.

I DROPKA: I NOMADI DEL TIBET

Prevalentemente l’altipiano del Tibet offre poco per sopravvivere, questo si riflette nello stile di vita della maggioranza dei tibetani, che sono agricoltori oppure nomadi o mercanti di commercio oltre l’Himalaya per vendere sale e per importare farina e altri prodotti con le famose carovane di Yak, oggi in gran parte sostituite da treno e camion.

Tuttavia molti erano i tibetani che vivevano di pastorizia ed hanno fatto del nomadismo la loro religione di vita. Eppure, nonostante gli anni moderni i “dropka” vogliono conservare le loro tradizioni e lo stato rispetta questa scelta di vita.

I nomadi tibetani seguono ancora al giorno d’oggi lo stile di vita dei loro antenati, vivendo nelle tende o come seminomadi in villaggi temporanei stagionali. Si dedicano principalmente al pascolo degli yak, l’animale simbolo delle montagne himalayane. Altri si dedicano al commercio scambiando sale, lana e burro con altre risorse, non reperibili sull’altopiano, come il riso e il te. Sono famose le carovane del sale che attraversano l’Himalaya per andare a sud verso Nepal, Sikkim, Bhutan e Ladakh.

Questi tipi di scambi furono limitati dopo l’annessione alla Cina, creando grossi problemi economici ai nomadi, ma fortunatamente queste restrizioni sono state parzialmente revocate negli ultimi anni, sostenendo le micro-economie di frontiera.
Altro discorso per i nomadi delle grande praterie, dove il governo sostiene iniziative al fine di raggrupparli in nuovi villaggi lungo le strade, trovando molta resistenza dai Dropka, che non intendono cambiare la loro vita con quella nei villaggi dove, persa la fonte di sostentamento, neppure si trova un lavoro.

TURISMO E MEDICINA TIBETANA

Nella provincia di Qinghai, nel Nord-Ovest della Cina, si usano la tecnologia moderna e l’elaborazione digitale per promuovere l’innovazione nell’industria della medicina tibetana, esplorando attivamente i trattamenti, l’assistenza sanitaria e la ricerca scientifica sulla medicina tibetana.

All’ospedale specializzato di medicina tibetana del Qinghai, Dorje Tsering, Direttore della Sala di Preparazione, ha affermato che attualmente la struttura da lui guidata può produrre 12 forme di farmaci e 368 tipi di medicine tibetane e ha una capacità produttiva annua di 200 tonnellate. I nuovi prodotti sviluppati dall’ospedale come sciroppi, cerotti e liquori medicinali sono molto popolari.

“Ad esempio, la medicina per bambini Sanchen San era una polvere, ma ora la trasformiamo in granuli, che sono più facili da prendere, il dosaggio è più facile da controllare, e inoltre, viene estratto, separato e finemente polverizzato con moderne tecniche, quindi le proprietà del farmaco sono migliorate”, ha detto.

All’Istituto di Ricerca dell’ospedale provinciale della medicina tibetana di Qinghai, il membro dello staff Sangmotso siede di fronte al computer, elaborando digitalmente gli antichi testi di medicina tibetana. Registra a mano il contenuto delle ricette storiche, parola per parola, nel sistema nazionale di piattaforma di servizi di innovazione tecnologica dell’industria medicinale tibetana. Dopo un’attenta correzione di bozze, carica tutto nel database.

Negli ultimi anni, l’Istituto di Ricerca dell’ospedale della medicina tibetana provinciale del Qinghai ha formato più di 100 membri del personale che si recheranno in 10 paesi tra cui Regno Unito, Stati Uniti, Italia, India e Nepal e in alcune aree della Regione Autonoma del Tibet, del Qinghai, del Gansu e del Sichuan per raccogliere 1.060 tipi di antichi testi di medicina tibetana. Ci sono attualmente più di 600 testi antichi che sono stati elaborati digitalmente, inclusi molti testi rari.

Kazhejie, direttore del “Document Information Center” presso l’Istituto di Ricerca dell’ospedale provinciale di medicina tibetana del Qinghai, ha affermato che questi testi e documenti antichi sono una base importante per la ricerca sulla teoria della medicina tibetana, sulla ricerca clinica e sullo sviluppo di nuovi farmaci. Essi svolgeranno un ruolo importante nel migliorare ulteriormente il livello della ricerca sulla medicina tibetana e l’innovazione nell’industria farmaceutica Cinese.

Duan Zhi, Direttore dell’Amministrazione Cinese Tradizionale e della medicina tibetana della Provincia del Qinghai, ha affermato che quest’ultima ha costituito una struttura di sviluppo integrale per la medicina e le industrie farmaceutiche tibetane che è fatta di produzione di materie prime, ricerca e sviluppo di prodotti, formazione professionale e servizi sanitari.

VIAGGIO IN TIBET, I 10 POSTI DA VISITARE

Il Tibet è oggi diventato una meta turistica sempre più facile da raggiungere per i viaggiatori. Ma cos’ha di tanto speciale questa regione che continua ad attrarre curiosi e pellegrini da ogni parte del mondo? Paesaggi naturali dalla bellezza surreale, spiritualità dei monasteri, Buddhismo, cultura tradizionale… Sono queste le parole chiave che si associano al Tibet. Per cogliere al meglio ciò che ha da offrire, vi suggeriamo i migliori 10 luoghi da visitare quando si viaggia in Tibet.
1. Palazzo Potala
Situato sul lato della cosiddetta  Marpo Ri (Montagna Rossa), a nord-ovest della città di Lhasa, il Palazzo Potala è un grande ed imponente complesso edilizio. Fu costruito nel 637 come palazzo reale del re Songtsan Gampo. Nel 1645 Lozang Gyatso, il quinto Dalai Lama, ricostruì il palazzo e da quel momento in poi divenne la residenza del Dalai Lama e il centro teocratico del Tibet. All’interno sono raccolti innumerevoli tesori e opere d’arte ed è per questa ragione che è stato soprannominato “palazzo dell’arte”. E’ stato proclamato Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO.
2. Tempio Jokhang
Costruito nel VII secolo, il Tempio di Jokhang si trova nel cuore antico di Lhasa ed è il tempio più importante del Buddismo lamaista. Costruito dal re Songtsan Gampo per le sue due spose, la principessa Tang Wencheng e la principessa Nepalese Bhrikuti, o stile architettonico del tempio combina elementi tradizionali cinesi della dinastia Tang con colori e decorazioni indiane vihara e nepalesi. Storia narra che le principesse portarono due statue di Buddha Sakyamuni, una dalla Cina e una dal Nepal, per custodirle all’interno del tempio. La statua portata dalla Principessa Wencheng si trova tuttora nel tempio, la statua della principessa Bhrikuti invece si trova nel Tempio di Ramoche
3. Lago Namtso
Il Lago Namtso è considerato uno dei luoghi più belli del Tibet. Si trova nel territorio della contea di Damxung e di Baingo ed è il secondo lago di acqua salata più grande della Cina. Il nome significa “lago celeste” in tibetano; si trova a un’altitudine di 4718 metri e questo lo rende davvero un luogo che permette di avvicinarsi al cielo. Il Lago Namtso è considerato un lago sacro per il Buddhismo tibetano. Durante l’Anno della Capra del calendario tibetano, i credenti si recano in pellegrinaggio fino alle sponde di questo lago sacro.
4. Lago Yamdrok
Il lago Yamdrok è uno dei tre laghi sacri del Tibet. Si trova nella contea di Nagarzê, Prefettura di Shannan, a circa 70 chilometri da Lhasa. Lago Yamdrok significa “lago di giada” in tibetano, dal colore corallino delle sue acque. Ha una superficie di 638 kmq, circa 70 volte quella del Lago Occidentale di Hangzhou. Il celebre monastero di Samding, l’unico monastero tibetano che è guidato da una tulku femminile si trova sulla costa sud-occidentale del lago. I visitatori restano affascinati dal paesaggio unico del lago Yamdrok: isolotti, pascoli, yak, montagne innevate e il monastero che domina il tutto con la sua atmosfera di sacralità.
5. Grand Canyon Yarlung Tsangpo
Il Grand Canyon di Yarlung Tsangpo è il canyon più profondo del mondo e uno dei più suggestivi e belli di tutto il paese. Con un’estensione di 505 km, il Grand Canyon di Yarlung Tsangpo inizia a nord del villaggio di Daduka, nella contea di Mainling, a un’altitudine di 2.880 metri e termina a Sud del villaggio Pasighat, contea di Mêdog, a un’altitudine di 115 metri. La sua profondità media è di 2268 m e il punto più profondo misura 6.009 metri. Tutta la zona, a differenza del resto del Tibet, è caratterizzato da un clima molto umido, con fitte foreste e una grande varietà di flora e fauna.
6. Campo base del Monte Everest
Il Monte Everest è la montagna più alta del mondo e raggiungere la sua vetta è il sogno di molti alpinisti e amanti della montagna. Se avete abbastanza tempo a disposizione, vi proponiamo un compromesso: arrivare al Monastero Rongbuk, sito del nuovo Campo Base del Monte Everest, per vedere la maestosa vetta da vicino. Vedere l’alba al Campo Base è una delle esperienze più indimenticabili, sia che alloggiate nel monastero, sia che scegliate una tenda al Campo. Sarete nei pressi del monastero più alto del mondo, ai piedi dell’Everest. Un sogno che diventa realtà!
7. Monte Kailash
Il Monte Kailash si trova nel remoto Tibet Occidentale ed è uno dei monti sacri della regione. Per molti tibetani e, più in generale, per la religione Buddhista, rappresenta il centro del mondo. La sua vetta è coperta di neve tutto l’anno e questa sua caratteristica contribuisce ad aumentarne il fascino e il mistero. A nessuno è permesso di scalarla, ma molti sono i pellegrini che si avventurano per i sentieri intorno alla montagna. Provengono da tutta l’Asia, specialmente da India, Nepal e Bhutan, e raggiungono queste lande per mostrare la loro devozione alla divinità del Monte.
8. Palazzo Norbulingka
Il Palazzo Norbulingka si trova a ovest della vecchia città di Lhasa, a breve distanza dal palazzo Potala. Norbulingka in tibetano significa “parco ingioiellato”. Fu costruito nel 1755 come residenza estiva del Dalai Lama, per poi essere trasformao in un parco. Norbulingka copre un’area di 36 ettari e conta 374 stanze. È il più grande giardino del Tibet. Oggi il Palazzo Norbulingka è un importante luogo per la celebrazione del Festival Shoton. In questo periodo l’ingresso al palazzo è gratis e ci sono diverse attività, tra cui degli spettacoli teatrali tradizionali.
9. Monastero Tashilhunpo
Il Monastero di Tashilhunpo si trova sul monte Nyima, ad ovest della città di Shigatse. Fu costruito nel 1447 da Gendun Drup. È uno dei quattro monasteri della scuola Gelugpa in Tibet. Gli altri sono il Monastero di Gandan, il Monastero di Drepung e il Monastero di Sera. Il Monastero di Tashilhunpo è il più grande monastero di Shigatse e può ospitare 2.000 persone. Si estende su una superficie di 150.000 metri quadrati e tra le sue bianche mura conserva la più alta statua del Buddha Maitreya, alta 26,2 m.
10. Foresta Lulang
Lulang in tibetano significa “valle del re del drago”. La foresta di Lulang è a circa 88 km dalla città di Bayi nella prefettura di Nyingchi ed è facilmente raggiungibile grazie alla statale 318. Lulang è la tipica foresta dei paesaggi alpini, le montagne sono ricoperte da un manto verde di cespugli, abeti rossi e pini. Ruscelli e torrenti si fanno strada tra gli alberi raggiungendo i prati e i campi coltivati, dove sorgono i villaggi. Sembra un angolo di Alpi svizzere in Asia e molti viaggiatori restano incantati dalla bellezza di questi luoghi.

VIETNAM

LE LEGGENDARIE ORIGINI DEL VIETNAM

In un chiaro mattino , Lac Long Quan, il potente Drago, Signore delle Acque, sposò Au Co, l’Immortale Uccello Terrestre. Au Co, diede al suo sposo cento uova da cui nacquero cento giganti. Un giorno il Signore delle Acque disse alla sua consorte: “Io sono della razza dei Draghi, tu sei della razza degli Immortali. L’acqua ed il fuoco si distruggono; poiché è difficile vivere in buona armonia, dobbiamo separarci”. Metà dei figli ritornò con la madre sulle montagne e l’altra metà seguì il padre per stabilirsi in riva al Mare Orientale. Fu così che, secondo la narrazione leggendaria descritta ne “I racconti straordinari del Linh Nam”, – il libro della tradizione folcloristica, risalente al XVI° secolo – ebbero origine il Vietnam ed il suo popolo, suddiviso dunque nella gente delle pianure e delle montagne.

HANG SON DOONG 

Avete mai desiderato varcare la soglia di un altro mondo? In Vietnam, Han Son Doong, la grotta più grande al mondo, vi offrirà questa opportunità. 

Soggetto all’erosione di millenni di piogge monsoniche, questo immenso sistema di grotte e gallerie sembra un paesaggio per giganti. Nella grotta più grande, abbastanza ampia da poter accogliere una flotta di Boeing 747, le stalattiti pendono da un soffitto posto a 200 metri di altezza dall’ondulato terreno calcareo. Le stalagmiti più grandi sono alte come palazzi, e solchi erosi scavati da fiumi ormai scomparsi traboccano di perle di grotta, ovvero concrezioni di calcite che rivestono granelli di sabbia.
In certi punti, sezioni del tetto crollate lasciano entrare celestiali fasci di luce che illuminano le silenziose piscine naturali e le spiagge sul fondo della grotta dove i visitatori si accampano per la notte. Da questi squarci i rumori della giungla penetrano nel silenzio che regna sotto terra.
Arrivare fin qui non è semplice, ma anche questo fa parte del fascino di Hang Son Doong. Dovrete camminare per giorni nella foresta pluviale vergine per raggiungere l’ingresso delle grotte, ricoperto dalla vegetazione della giungla come il portale di un mondo perduto.

CHE COS’è IL “NON Là”?

La leggenda narra che durante un’alluvione apparve dal cielo una donna gigante con in testa 4 fogli, grandi come il cielo stesso, e tenute unite da bastoni di bamboo.
Ruotando il suo cappello, la donna allontanò le nuvole e la pioggia. La messaggera del cielo insegnò anche agli uomini che la seguirono, come coltivare i campi.

Un giorno l’umanità si appisolò ascoltando le storie narrate da questa donna. Quando si risvegliò, la dea era sparita.
In sua memoria i vietnamiti costruirono un tempio e la venerarono come la “dea che protegge dalla pioggia”.
Decisero anche di seguire il suo esempio e si avventurarono nella foresta alla ricerca di foglie di palma da legare attorno a una struttura a cono in bamboo. E’ così che nacque il famoso nón lá, il cappello vietnamita.

L’IMPORTANZA DEL RITO DEL MATRIMONIO

Il matrimonio è un evento molto importante nella vita dei Vietnamiti; a seconda degli usi e costumi delle varie etnie, abbiamo due cerimonie principali:
– Le An Hoi: lo sposo e la sua famiglia portano alla famiglia della sposa delle casse piene di frutta, vini, dolci e altre prelibatezze; il tutto coperto da un panno rosso e trasportato da ragazzi o ragazze non sposati. In questa occasione le famiglie si accordano per fissare una data propizia per il matrimonio;
– Le Cuoi:Durante la cerimonia vera e propria, i due sposi pregano i loro antenati affinché accordino loro il permesso di congiungersi in matrimonio, dopodiché passano ai ringraziamenti ai parenti per averli protetti e cresciuti.In seguito gli invitati sono chiamati a condividere la felicità della coppia partecipando alla festa.

5 PIATTI VIETNAMITI DA NON PERDERE


1. Phở—Gli spaghettini in brodo
Uno dei piatti nazionali vietnamiti, il phở vede diverse varianti regionali a seconda dell’area in cui viene preparato—oltre a numerose varianti a seconda dell’ingrediente principale, la carne.
Si tratta comunque sempre di una scodella di spaghettini di riso in delizioso brodo con carne o gamberetti (la variante più nota è il phở bò, con filetto di manzo), e un condimento di verdure e salsine varie, piccanti o meno.
Il phở si consuma in qualsiasi momento del giorno, ma a giudicare dalle usanze vietnamite sembra dare del suo meglio al mattino a colazione, gustato preferibilmente e rumorosamente a bordo strada su una seggiolina di plastica rossa. La colazione dei campioni.
Non bere il brodo alla fine è ovviamente un reato.

2. Cà phê trứng—Il caffè con l’uovo
Il caffè è una delle bevande più bevute in Vietnam, e non mancano valanghe di café ai cui tavolini bere le numerose varianti di questa bevanda importata dagli esploratori olandesi e francesi nel ‘700.
Il caffè vietnamita si preparara con una caffettiera di forma cilindrica che viene appoggiata direttamente sulla tazzina o sul bicchiere in cui verrà servito. Al caffè viene spesso aggiunta una buona dose di latte condensato, che lo rende molto dolce e cremoso.
La variante più nota di caffè vietnamita è quella di Hanoi: il cà phê trứng—caffè con l’aggiunta di tuorlo d’uovo; oltre al latte condensato, ovviamente. Il cà phê trứng può essere gustato sia caldo sia freddo, quindi si adatta a qualsiasi stagione e a qualsiasi momento della giornata. Viene spesso servito a bagnomaria in acqua calda o fredda per mantenere la temperatura.
Uno dei café più caratteristici in cui bere il cà phê trứng nel Quartiere Vecchio di Hanoi è il Giang Café, dall’ingresso un po’ defilato e dalla terrazza interna verde e freschissima.

3. Bia hơi—La birra a bassissima fermentazione
La birra (come anche il caffè, pure se con l’uovo e il latte condensato) non è esattamente un piatto, ma la bia hơi è una specialità vietnamita da assaggiare almeno una volta nel corso del proprio viaggio in Vietnam.
È una birra come tutte le altre? No. La bia hơi è una birra freschissima e a bassissima fermentazione. Viene preparata giornalmente, fatta fermentare per un tempo brevissimo e poi distribuita fresca ogni giorno nei locali che la vendono—solitamente piccoli bar e ristorantini. La birra è da consumare in giornata.
Viene spillata e servita in bicchieri a prezzi bassissimi, e data la sua natura artigianale può capitare che il sapore vari a seconda di dove la si beve. Non cambiano la sua freschezza, la bassa gradazione alcolica e il prezzo stracciato—pochi centesimi di euro al bicchiere.
Godersi un bicchiere di bia hơi seduti in un bar sul ciglio della strada al riparo dal sole e dal caldo è uno dei piaceri della vita.

4. Gỏi cuốn—Gli involtini freddi
In Italia abbiamo molta più familiarità con gli involtini primavera serviti in tutti i ristoranti cinesi dello stivale, ma anche il Vietnam ha la sua variante, detta in italiano involtino estate.
I famosi involtini freddi vietnamiti—cold rolls o fresh rolls nei menù in inglese—non sono però croccanti come quelli tipici dei ristoranti italo-cinesi. Il ripieno di verdura, riso o carne viene avvolto in carta di riso piegata a dovere. Non c’è frittura: gli involtini vengono serviti a temperatura ambiente, quindi freddi. E mollicci.
Si tratta quindi di una versione più leggera e fresca della controparte cinese, adatta anche alle giornate più calde e torride. I gỏi cuốn non sono però diffusi solo in Vietnam: sono infatti uno dei piatti vietnamiti più apprezzati anche all’estero.

5. Chè Huế—Le zuppe dolci di Hue
Hue è una delle città più importanti del Vietnam centrale: qui sorge la Città Proibita dove un tempo risiedevano gli imperatori vietnamiti. La città imperiale è attraversata da un fiume chiamato Fiume dei Profumi—Sông Hương in vietnamita.
La cucina tipica di Hue è nota per essere raffinata, speziata e servita in piccole porzioni, ma la città è famosa anche per i numerosi ristorantini improvvisati che cominciano a popolare le strade a partire dal tramonto. Lungo il Fiume dei Profumi è possibile sedersi e assaggiare i numerosi piatti locali, tra i quali sono particolarmente conosciute le famose chè Huế, le zuppe dolci di Hue.
Non si tratta infatti di un solo tipo di zuppa, bensì di tanti gusti dello stesso dessert: un po’ come i gusti del gelato italiano. Gli ingredienti delle zuppe dolci di Hue spaziano dal mais al riso, dai fagioli rossi ai fagioli mungo—non in tutto il mondo si ha la stessa idea di dessert!

LA LEGGENDA DELLA BAIA DI HA LONG

È una delle Sette Meraviglie Naturali del mondo, uno di quei posti che ti conquistano a prima vista. La Baia di Ha Long è un’insenatura situata nel golfo del Tonchino, in Vietnam, e comprende circa 3.000 isolette calcaree e numerose grotte carsiche.
Tutta la zona occupa 120 km di costa e copre un’area di circa 1500 kmq, con circa 1.969 isolotti, mentre l’area protetta dall’Unesco comprende 775 isole. La baia si trova a 164 km ad est della capitale Hanoi, ed il suo nome, in lingua vietnamita, significa “dove il drago scende in mare”.
Secondo un’antichissima leggenda locale, gli dei mandarono una famiglia di draghi per difendere i vietnamiti dagli invasori cinesi. Essi scesero dal cielo e sputarono fiumi di gocce di giada, che caddero nelle acque della baia, causando la formazione delle migliaia di isole e isolotti, costituendo così una sorta di muraglia difensiva dalle invasioni dei pirati.

Ogni luogo ha un nome particolare: dove atterrò il drago-madre venne chiamato Hạ Long, dove arrivarono i figli del drago fu nominato Bai Tu Long, mentre dove i figli agitarono violentemente le proprie code fu detto Bạch Long Vi. Questi isolotti, la cui pietra calcarea è lavorata dagli agenti atmosferici, sono ampiamente raffigurati su dipinti cinesi e vietnamiti, magari con le sampan, le tipiche imbarcazioni di legno, che si intravedono fitte lungo l’orizzonte. Molte delle isole sono disabitate, altre contengono grandi grotte visitabili: Dau Go Cave ospita la più grande di tutta la baia, visitata da alcuni esploratori francesi nel XIX secolo, ribattezzata “Grotte des Merveilles”. Ci sono due grandi isole, Tuan Chau e Cat Ba, con insediamenti permanenti e attrezzature turistiche, tra cui hotel e spiagge.
All’interno di alcune isole si nascondono villaggi galleggianti di pescatori: nelle acque della baia si contano oltre 200 specie di pesci e 450 di molluschi. Per quanto riguarda la fauna, si incontrano frequentemente antilopi, scimmie e iguana.
La maggior parte delle isole hanno preso il nome dalla propria forma: Voi ricorda un elefante, Ga Choi un artiglio da combattimento, mentre Mai Nha un tetto. Cat Ba è l’isola più grande, ricoperta per metà della superficie da un parco nazionale che ospita scimmie e oltre 70 specie di uccelli, mentre la maggior parte delle strutture turistiche sono concentrate a Cat Ba Town.

10 USANZE BIZZARRE DELLA CULTURA VIETNAMITA

1.IL KARAOKE
Al primo posto tra le cose più strane, c’è sicuramente la passione smodata dei vietnamiti per il Karaoke.
Cellulare con il testo da cantare, enorme cassa (trasportata rigorosamente in motorino) e microfono. E’ questo il kit per il karaoke e TUTTI, ma proprio TUTTI, cantano.
E tutti devono purtroppo ascoltare, finché il lamento, ops la canzone, è terminata.
Un tranquillo pomeriggio in riva al lago, si trasforma in pochi minuti in un caos senza precedenti.

2. GINNASTICA ALL’APERTO
In ogni parco, sulle rive del fiume o in mezzo alle piazze si trovano attrezzi per fare esercizi per gli addominali, i pettorali, i dorsali e qualunque muscolo valga la pena allenare.
Quando il sole inizia a calare questi attrezzi vengono presi d’assalto da vietnamiti di tutte le età.

3. VITA IN STRADA
Ma la ginnastica e il karaoke non sono le uniche cose che i vietnamiti amano fare all’aperto.
Sembra, infatti, che in Vietnam la vita si svolga più fuori casa che dentro le mura domestiche.
E così è facile trovare barbieri agli angoli delle vie, ristorantini e banchetti con tanto di tavolini e sedie allestiti sui marciapiedi e persino signori che duplicano le chiavi agli incroci.

4. MANGIARE TUTTO CIO’ CHE SI MUOVE
Visto il punto precedente, non c’è da stupirsi che vietnamiti siano dei maestri del famoso “steet food”, il cibo di strada.
Sono, infatti, in grado di preparare qualunque piatto nella sua versione take-away (zuppa compresa) da portare in motorino o da gustare seduti ai tavolini in plastica posizionati sui marciapiedi.
Ai banchetti vitnamiti si può trovare qualsiasi cosa: le meduse “in salamoia” vendute come dessert, gli insetti cibo del 3° millennio, delle angoscianti teste di capra e pesci dalla testa tonda… solo per citarne alcune.
Per fortuna la cucina vietnamita è anche altro!

5. i MOTORINI
Le strade in Vietnam sono letteralmente INVASE da milioni di motorini che, senza seguire alcuna norma precisa, occupano qualunque spazio disponibile per spostarsi…marciapiedi compresi.

6. la MASCHERINA
Traffico folle vuol dire anche smog incontrollato.
E così molti vietnamiti, soprattutto donne, indossano la mascherina per proteggersi.
Oltre a coprirsi bocca e naso, infatti, spesso indossano occhiali e casco… sembrano agenti segreti.
Ma la mascherina antismog è considerata anche un vero e proprio capo di moda.
Ne esistono di tutti i colori, con i fiori, i pois o i brillantini.

7. il CAPPELLO
Per descrivere l’abbigliamento vietnamita più in uso, basta una parola: COPRIRSI!
Le donne in particolare sembrano avere un’ossessione per la pelle chiara e così cercano di coprire il più possibile ogni lembo di pelle.
Oltre alla mascherina nell’outfit di una vietnamita non possono quindi assolutamente mancare gli occhiali da sole e il cappello.
Ma non un cappello qualunque… il Nòn Là.

8. AL MARE SENZA SOLE
I vietnamiti vanno al mare solo in 3 condizioni:
– Il tempo è brutto;
– La spiaggia è all’ombra;
– Il sole è già tramontato.
In Vietnam, infatti, ci sono altissime probabilità di trovarsi da soli su un’enorme spiaggia.
Ma solo se vai prima delle 17… dopo questo orario tutto cambia!
La spiaggia si trasforma e si stenta a riconoscere quel paradiso deserto di qualche ora prima.
9. la LINGUA
Quando si visita un Paese è importante imparare almeno qualche parola della lingua.
Non si tratta solo di un gesto di gentilezza e rispetto, ma anche di uno stratagemma molto utile in alcune situazioni.
La lingua vietnamita ha il vantaggio di essere molto musicale e avere parole composte principalmente da 3/4 lettere. Lo svantaggio è che essendo così corte, sembrano tutte uguali ed è un attimo far confusione.

10. LA DANZA DELLA CONTRATTAZIONE
In Vietnam si contratta per tutto e ovunque. Il venditore parte da un prezzo decisamente gonfiato e l’acquirente rilancia con una cifra evidentemente troppo bassa. Dopo qualche tira e molla, tra una risata e una pacca sulla spalla, si arriva a un prezzo che va bene ad entrambi.
Questo non succede solo in Vietnam, ma in molti paesi dell’Asia. La differenza è che in Vietnam può capitare di contrattare davvero in ogni luogo… anche in farmacia!!

L’AO DAI

Come il kimono giapponese e l’hanbok coreano, l’Ao Dai è considerato come un simbolo della cultura vietnamita…
Si tratta di una lunga tunica di tessuto leggero, aperta sui lati della vita, indossata sopra pantaloni larghi. Sarà senza parole di ammirazione per l’eleganza personificata. Questo non è l’abbigliamento che provoca ammirazione, ma la combinazione tra la donna, il vestito e la cultura lo è.
Un “Ao Dai” ha due parti distinte: “ao” (tunica) e “quan” (pantaloni), anche se c’era tanto cambiamento di stile e materiale nella sua storia.
– I pantaloni sono stretti in vita da una cintura elastica o una chiusura, e adottano una forma più ampia verso il basso. Si è tagliato lungo caviglia o più. In generale, i pantaloni sono fatti dello stesso tessuto della tunica.
– La tunica è divisa in due parti. La parte superiore ha un collo alla coreana e maniche lunghe. Si è tagliato per avere una forma aderente per evidenziare ogni riga del corpo. Questa parte si chiude sul lato con piccoli bottoni a pressione. La parte inferiore è disposto su due lati del bacino, formando due lati liberi, fino sopra le caviglie.

L’Ao Dai è quindi l’abito della tradizione vietnamita femminile nato intorno al XVII° secolo dall’influsso cinese, trasformato in una sorta di divisa per le ragazze delle scuole superiori e dell’università. Intorno agli anni ‘30, l’“Ao Dai”, l’abito lungo e morbido in seta, aperto ai lati e indossato sopra a dei pantaloni lunghi si è trasformato in un “abito alla moda” grazie all’apporto creativo di alcuni stilisti francesi, divenendo oggi icona di stile ed eleganza per cerimonie ed eventi importanti.

Prendetene uno come souvenir, non resisterete alla tentazione!

Gli Ao Dai si possono realizzare velocemente presso le sartorie che trovate nei grandi market di Ho Chi Minh City, Hanoi, Hue o Hai An: potrete anche chiedere di personalizzarlo e farete sicuramente un gran figurone!

IL CAPODANNO LUNARE VIETNAMITA: LA FESTE DI TEAT DOAN NGO

Il Tet Doan Ngo è una tipica festività vietnamita che trova alcune corrispondenze anche in alcuni altri paesi asiatici come Cina, Giappone e Corea del Sud. In ogni paese, questa festa ha un significato proprio e viene celebrata in modi differenti.

Che cos’è il Tet Doan Ngo? Il significato della Festa di Metà Anno
Il Tet Doan Ngo si svolge il quinto giorno del quinto mese lunare di ogni anno. In vietnamita la parola “Tet” indica una festività (ed infatti il “Tet” per antonomasia è il capodanno lunare), “Đoan” significa “inizio” e “Ngọ” è la metà giornata, dalle 11:00 alle 13:00. La festa è di solito celebrata con lo scopo di allontanare le malattie e gli spiriti maligni.
Il Tet Doan Ngo in Vietnam è anche conosciuto come “il giorno dell’uccisione degli insetti”: questo aspetto riconduce la festività alle tradizioni rurali vietnamite.

La leggenda sul Tet Doan Ngo
Nonostante in rete si trovino alcuni articoli che associano il Tet Doan Ngo al Duanwu, ovvero la festività cinese per commemorare l’antico poeta Qu Yuan, tuttavia la festa di metà anno vietnamita ha antiche radici locali. Infatti, i vietnamiti tramandano di generazione in generazione la leggenda di alcuni contadini che, dopo aver duramente lavorato per ottenere un abbondante raccolto, se lo ritrovarono infestato gravemente da insetti. Un misterioso anziano raggiunse il villaggio dei contadini e suggerì loro di offrire davanti alle loro case dei frutti e del bánh tro (ovvero un cibo tradizionale vietnamita a base di riso glutinoso avvolto in foglie di banano).
Con sorpresa, dopo poco i contadini scoprirono che i parassiti erano morti. Per commemorare e celebrare l’avvenimento, il quinto giorno del quinto mese lunare ha preso anche il nome di “Tet Giet Sau Bo” – cioè il giorno dell’uccisione degli insetti”.

Come si festeggia
I vietnamiti festeggiano il Tet Doan Ngo non solo per via della leggenda dell’uccisione dei parassiti ma anche, in modo più generale, come un momento di purificazione del corpo. Infatti, si ritiene che il passaggio tra la prima e la seconda metà dell’anno lunare esponga maggiormente il corpo ad alcune malattie. Per questo motivo, i vietnamiti fanno uso di cibi e bevande che si ritiene purifichino il corpo tenendo lontani i malanni. Tra questi, immancabili sono non solo il bánh tro ma anche il riso glutinoso fermentato ( “ruou nep”). Infatti, tradizione vuole che al mattino, appena svegli, si faccia colazione proprio con una ciotolina di “ruou nep”.
Infine, non possono mancare alcuni frutti dal sapore aspro. A tal proposito, immancabili durante la Festa di Metà Anno sono i litchi, un tempo così preziosi da essere riservati alla famiglia reale.
Il Tet Doan Ngo non è una festività pubblica. Al contrario, si tratta di un’occasione per i vietnamiti per riunirsi con i propri familiari. In generale, i riti principali si svolgono a mezzogiorno: si organizzano offerte per gli antenati (incenso, cibo, fiori) e si prega per una buona salute per tutti i membri della famiglia e un buon raccolto. È anche un momento per esprimere gratitudine e riconoscenza, con l’offerta di regali a insegnanti, dottori e genitori, e per onorare Au Co, la leggendaria “madre” del popolo vietnamita.

IL SIGNOFICATO DELLA BANDIERA VIETNAMITA

I vietnamiti sono molto orgogliosi della bandiera nazionale. Infatti, la espongono all’entrata delle proprie case ogniqualvolta si celebra una festa.
La bandiera del Vietnam è rossa, con una stella gialla a cinque punte posta al centro. Si ritiene sia stata disegnata da Nguyen Huu Tien. La stella rappresenta il popolo vietnamita e le cinque punte si riferiscono alle classi di cui esso si compone. Nello specifico, le cinque punte rappresentano “sĩ, nông, công, thương, binh”, vale a dire gli intellettuali, i contadini, gli operai, i commercianti ed i militari. Per quanto riguarda il colore rosso dello sfondo, questo simboleggia le lotte e le vittorie nelle guerre durante la storia del Vietnam, ed il sacrificio del popolo per proteggere la pace e l’indipendenza del Paese.
In ogni festività nazionale in Vietnam, come il Giorno della Riunificazione, il capodanno vietnamita e le altre festività, i vietnamiti appendono con orgoglio le loro bandiere fuori dalle loro case.