Il Mantra

Può essere tradotto quindi come strumento per pensare, ma soprattutto come strumento di liberazione della mente

Il Mantra

La traduzione esatta del termine Mantra è difficile, ma gli studiosi comunque concordano sull’origine composita del nome, formato dalla radice sanscrita man (da cui anche il termine manas, mente) e dal suffisso tra, che indica uno strumento (come in yan-tra, macchina, o tan-tra, telaio). In linea di massima può essere tradotto quindi come strumento per pensare, ma soprattutto come strumento di liberazione della mente. Secondo la tradizione indiana, la sua ripetizione ritmica aiuta infatti a raggiungere l’equilibrio, a trovare dentro di sè la parte buona, l’energia vitale, e ad avvicinarsi così al divino insito in ogni essere vivente; il loro uso varia a seconda delle tradizioni spirituali o delle varie scuole filosofiche, ma vengono principalmente utilizzati come amplificatori spirituali, parole e vibrazioni cioè che inducono nei devoti una graduale concentrazione sull’essenza dell’Assoluto.
Ogni mantra racchiude in sè sei concetti: il Rishi, ossia il veggente, l’antico maestro che ha percepito il mantra attraverso la meditazione profonda, che l’ha comunicato ai suoi discepoli e al quale prima di iniziarne la ripetizione si rende omaggio; il Raga, che è il suono o sequenza di suoni modulati nella recitazione (è importante non modificare la vibrazione del suono, parte integrante della formula); il Devata, la divinità che presiede il mantra; il Bija, seme, poichè si considera che il mantra abbia potere di autorigenerazione; c’è poi il Kilaka, il pilastro, che è l’invocazione della forza di volontà, ciò che serve per ripetere continuamente il Mantra senza perdere la concentrazione, e infine la Shakti, la consapevolezza o Madre Divina, che rappresenta l’energia dinamica che si manifesta nel Mantra stesso come forza generatrice.
I Mantra si dividono in due gruppi: quelli personali e quelli impersonali. I primi si riferiscono all’aspetto personale della divinità che si è manifestata sulla terra, mentre i Mantra impersonali si riferiscono all’aspetto trascendentale della divinità come Assoluto o Realtà Ultima.
Un Mantra generalmente esordisce invocando il nome di una divinità: Om namah Shivaya (Aum, mi inchino a Te, oh Shiva), Om namo Narayanaya (mi inchino a Te, Narayana), Om Shri Ganeshaya Namah (Aum, mi sottometto al Signore Ganesh) etc. oppure per esempio come in quello antichissimo che accompagna il classico saluto al sole, Gayatri o Savitri Mantra, considerato coincidente con la divinità creatrice stessa, e che dopo l’Om prevede che la formula nota come Mahavyahrti, o Grande Enunciato – Bhur Bhuvah Svah – con la quale si invoca la dimensione terrena, quella intermedia e quella celeste, preceda il Mantra propriamente detto.