Lo zen e le arti marziali

“Karate inizia e finisce con la cortesia”

LO ZEN E LE ARTI MARZIALI

 

Fonte: www.iogkf.it

Il buddhismo Zen ha origine in Cina da influenze buddhiste e taoiste ed è stato introdotto in Cina per la prima volta dal monaco indiano Bodidharma (in giapponese Daruma). Il profondo legame tra le Arti Marziali e la filosofia Zen si è instaurato nel periodo feudale giapponese. Influenze filosofiche e religiose hanno da sempre permeato le Arti Marziali orientali ed occidentali. Il continuo confronto con la morte è sempre stato per il guerriero stimolo ad una profonda introspezione che lo ha portato ad elaborare proprie convinzioni religiose e filosofiche. Non di rado al termine di una carriera guerresca, era possibile vedere il Samurai ritirarsi a vita monastica, quasi fosse una naturale conseguenza della propria tendenza all’introspezione. Lo zen è stata la concezione filosofico-religiosa che più si adattava alla mentalità pratica e stoica dei guerrieri i quali ne sono stati forse i più degni rappresentanti. Alla base del pensiero Zen vi è l’impermanenza di tutte le cose, il continuo mutare della realtà al quale l’uomo deve armoniosamente adattarsi. Il vivere pienamente ogni istante della vita, l’immersione totale nel Qui e Ora (l’hic et nunc dei latini), porta ad una profonda libertà interiore, completamente svincolata dalla suggestione del passato e del futuro, in realtà poco più che sogni. Ogni gesto della vita quotidiana, anche quello che può sembrare il più insignificante, assume per il pensiero Zen un’importanza estrema, come manifestazione della vita e strumento per la realizzazione del sè. Lontano anni luce dalle concezioni religiose che prevedono gesti clamorosi e folgoranti illuminazioni per chi vuole innalzare la propria anima, lo Zen mostra come si possa raggiungere l’illuminazione *1 attraverso la consapevolezza del momento presente. Concentrandosi nel ” Qui ed Ora ” anche l’atto di pulire un pavimento o di lucidare uno specchio divengono strumenti per “lucidare” la propria anima, eliminando tutte le ombre ed impurità create dalle paure ed illusioni, per riflettere chiaramente la realtà e viverla finalmente in maniera piena e matura. Ed eccoci al contatto con il Karate. Quest’Arte Marziale, nella sua pratica autentica e completa ha ereditato la spiritualità di Arti Marziali di più remota origine e la gestualità guerriera tipica della cultura dei Samurai. Quando si vuole esaminare il Karate come strumento di evoluzione spirituale si deve necessariamente operare la distinzione tra Karate Jitsu (tecnica) e Karate Do (Via). Il Karate inteso come Jitsu pur contenendo in sè importanti implicazioni psicologiche e spirituali riflette puramente l’aspetto pragmatico, pratico dell’Arte Marziale. Le tecniche vengono allenate al fine della loro immediata efficacia pratica, e basta. Ciò non toglie che la pluridimensionalità del combattimento comprenda in sè elementi psicologici determinanti tanto da influenzarne sensibilmente l’esito finale. Il Karate Do, oltre a comprendere in sè il Karate Jitsu ha come ulteriore e primario obiettivo il perfezionamento spirituale del praticante, collegandosi a tutte quelle Arti tradizionali giapponesi che vedono nel perfezionamento della gestualità tecnica e nella ripetizione del gesto un mezzo per scavare profondamente nella propria anima al fine di trovarne la più pura essenza. Durante la pratica del Karate l’attenzione viene posta sulla ripetizione, come mezzo di interiorizzazione del gesto sino a renderlo parte del patrimonio senso motorio del praticante. La cura di ogni particolare di ogni esecuzione tecnica, deriva dalla consapevolezza che in un confronto reale il minimo errore può significare la morte. La ritualizzazione di alcuni gesti durante le lezioni nel Dojo, quali ad esempio il saluto iniziale e finale Za-rei (nella tipica postura Zen), la cura dell’abbigliamento, l’attenzione ed il rispetto richieste durante la pratica, tutte queste manifestazioni hanno lo scopo di portare il praticante ad essere completamente immerso nella pratica attraverso la consapevolezza (altro importantissimo aspetto Zen) dei propri gesti. Il prestare attenzione alla propria gestualità e alle norme di comportamento nel Dojo, lungi dall’essere un freno alla libera manifestazione di ognuno, ha come scopo ultimo il liberare la mente del Karateka dalle influenze dell’ambiente esterno e addestrarlo ad essere presente con tutto se stesso ad ogni gesto e in ogni momento. L’indivisibilità tra mente e corpo comporta, come molte moderne teorie scientifiche confermano, che importanti trasformazioni si possono determinare nella psiche dell’individuo agendo su atteggiamenti corporei e viceversa. Se si deve compiere una cosa, esiste certo un modo che risulta essere migliore di ogni altro per compierla, e il modo migliore è evidentemente il più semplice e il più ricco di grazia. In altre parole, attraverso l’esercizio assiduo alle maniere corrette, ciascuno deve introdurre in tutte le parti e in tutte le funzioni del proprio corpo un ordine perfetto, e raggiungere tale armonia con se stessi e con l’ambiente esterno da esprimere in modo evidente la signoria dello spirito sul corpo. Se è vero che grazia ed armonia nei gesti vuol dire economia di forza, ne deriva la logica conseguenza che una pratica assidua di comportamento ispirato a grazia ed armonia determina una riserva ed un accumularsi di forza: per questo l’atteggiamento corretto vale quanto forza nella sua fase statica. Attraverso l’etichetta come autodisciplina è possibile elevare il proprio animo. Anche l’attività più semplice può venir compiuta con stile, andando quindi a comporre la cultura dell’anima. E’ questo che insegna l’etichetta del Dojo. Nell’addestramento al Karate, acquisendo padronanza del proprio corpo, della propria gestualità, si acquisiscono un equilibrio ed una sicurezza interiori che sono misura della qualità tecnica raggiunta. Numerose paure ed insicurezze vengono affrontate durante l’addestramento tecnico. L’esecuzione corretta di un kata presuppone uno svuotameno emozionale che porti il karateka ad una completa immersione nell’azione senza scollamenti spazio-temporali tra pensiero ed azione. A questo si arriva attraverso il perfezionamento derivante dalla ripetizione. Quando il gesto è acquisito, attraverso la ripetizione, la mente lavora all’unisono con il corpo senza esitazioni ed incertezze che sarebbero fatali in un combattimento reale. Lo spirito e l’energia del Karateka sono entrati in sè, nel tanden (centro dell’energia), indirizzati potentemente nell’azione senza che i movimenti degli arti e del corpo permettano distrazioni e tutto avviene in un armonico susseguirsi di azione e rialssamento. Nel combattimento il confronto con l’altro è, come abbiamo sottolineato precedentemente, un confronto con sè stessi, con la prorpia abilità ma prima ancora con la propria energia. Si affrontano le proprie paure ed incertezze, che irrigidiscono lo spirito creando divario tra l’azione del corpo e determinazione della mente. Affrontata la propria limitazione si scoprono nuovi orizzonti precedentemente nascosti dalla nebbia dell’insicurezza e della paura.

” Sotto la spada levata alta
c’è l’inferno che ti fa tremare.
Ma vai avanti
e troverai
la terra della beatitudine.”

Con questi versi il grande guerriero Miyamoto Musashi ha espresso questo importante percorso interiore che ogni guerriero deve ad ogni costo affrontare per essere degno di tale nome. Nella cerimonia del Tè (Cha no Ju o Cha Do), molto diffusa tra i Samurai ed eseguita prima di avventurarsi in battaglia,si ricerca attraverso la ripetizione ed il perfezionameno degli stessi gesti una perfetta interiorizzazione e ritmo. La mente, svuotata dai condizionamenti esterni, è centrata nel sè, nel momento irripetibile che si sta vivendo e che non tornerà mai più, ed ogni oggetto utilizzato, ogni gesto, diviene una manifestazione dell’unione tra il Sè e l’Universo. Prima di entrare tra le calme pareti della stanza del Tè, i Samurai depositavano, cosa assai speciale e rara, le loro inseparabili spade all’ingresso. Coloro che si erano riuniti per la cerimonia abbandonavano così assieme alle loro spade anche la ferocia del campo di battaglia. Lo Zen e così il Karate pongono il praticante inesorabilmente di fronte ai propri limiti e alle proprie paure. Se la pratica è corretta, l’addestramento tecnico si congiunge spontaneamente ad una trasformazione interiore. La violenza intrinseca alla tecnica marziale, esercitata al fine di annientare l’avversario, è sublimata dal profondo rispetto e dal sentimento di umiltà che presiedono alla pratica del Dojo. La concezione giapponese dell’ideale guerriero vede nel Samurai un fiero combattente, ma nel contempo un uomo di grande sensibilità affinata dal continuo confronto con la morte. Non per niente il giovane Samurai era educato ad una grande cultura letteraria e religiosa affinchè oltre a divenire un valente uomo d’armi, non dimenticasse mai di dover esssere un uomo completo. I principi del Bushido (Codice cavalleresco non scritto) dei Samurai si devono ancora oggi rispecchiare nella pratica e nella vita dell’autentico praticante delle Arti Marziali. Chi pratica le arti Marziali deve rendersi conto che l’incontro con l’avversario è un incontro con sè stessi. Le paure, le incertezze, le debolezze sono le proprie e non vanno proiettate sull’avversario. Aggressività ed arroganza vanno riconosciute per quello che sono. Colui che ha raggiunto un certo livello nelle Arti Marziali sente dentro di sè la legge ferrea della propria volontà che gli detta di non utilizzare le proprie abilità marziali se non in caso di assoluta necessità. Questo concetto è ben espresso dal grande Maestro Sokon Matsumura uno dei primi grandi Maestri di Okinawa-te.

Egli nelle istruzioni lasciate ad un allievo scrive tra l’altro:
” Le tre specie nella via dell’arte marziale sono : l’arte marziale dell’intellettuale, l’arte marziale del pretenzioso e l’arte marziale del Budo. Nell’arte marziale dell’intellettuale, si pensa ai vari modi di allenamento e li si cambia spesso senza approfondire. Si conoscono numerose tecniche, ma la pratica è come una danza e si è incapaci di applicarle in combattimento.Non si è migliori di una donna.” ( non si offendano le signore, si deve pensare alla posizione sociale che a quel tempo avevano le donne). “Nell’arte marziale del pretenzioso, ci si agita molto senza allenarsi realmente, tuttavia si parla spesso delle proprie imprese “gloriose”. Si provocano delle zuffe e si offendono gli altri. Secondo le circostanze si rischia di distruggersi o di disonorare la propria famiglia.” (Chi riconoscete in questa figura?) “Nell’arte marziale del Budo, le cose vanno a buon fine con un’elaborazione permanente, si resta calmi anche quando gli altri sono agitati e si vince dominando il proprio spirito e quello del proprio avversario. maturando la propria arte, si arriva a manifestare le proprie capacità superiori e sottili, a restare senza turbamento in ogni situazione, a non essere al di fuori di sè. E se si tratta di lealtà e di fedeltà verso il proprio signore e i propri genitori, si diventa una tigre feroce, un’acquila piena di dignità; avendo la rapidità di visione di un uccello, si può vincere qualunque nemico. L’obiettivo dell’arte marziale consiste nel dominare la violenza, nel rendere inutili i soldati, nel proteggere il popolo, nello sviluppare le qualità della persona, nell’assicurare al popolo la tranquillità, nel creare un armonia tra i gruppi e poi nell’accrescere i beni della società. Sono le sette virtù dell’arte marziale di cui il sacro Maestro (Confucio) fa l’elogio. Sicchè il principio è unico per lo studio e per l’arte marziale. Inutili sono le arti marziali dell’intellettuale e del pretenzioso. Io desidero che lei prosegua nel senso dell’arte marziale del Budo e che sia capace di reagire opportunamente secondo le mutevoli situazioni, dominandole. Ho scritto quanto sopra senza alcuna reticenza, poichè è con questo spirito che deve continuare ad approfondire il suo allenamento.”

Sokon Matsumura
L’aspetto dello Zen che forse ha influenzato maggiormente la cultura guerriera è stato il suo approccio con l’idea della morte. Le esigenze del combattimento chiedono molto alle capacità del guerriero. Queste richieste possono funzionare da occasioni di apprendimento molto stimolanti per la scoperta e il confronto di sè stessi, e possono essere usate per ulteriori prove spirituali. Forse la più importante di queste situazioni è il confronto con la morte. Tutti noi ci troviamo di fronte alla morte in ogni perdita o cambiamento nella nostra vita, ma tali confronti possono essere facilmente elusi da noi, che abbiamo a che fare magari con un cambiamento specifico senza affrontare il principio del cambiamento in sè che implica la nostra morte personale. Noi tutti un giorno saremo di fronte alla nostra propria morte, nel modo più diretto e potente, ma questo sarà un evento per lo più improvviso, irrevocabile e inopportuno, di scarsa utilità (dal punto di vista di questa vita) in un programma di apprendimento. Ogni sistema spirituale ha un suo modo di confrontarsi con la morte; le pratiche basilari preparatorie del Buddismo, prevedono il rammentarsi che la propria vita è breve e di durata incerta, che si può morire domani. In Occidente la morte è uno dei grandi tabù; la continua violenza nei film e in televisione nega la realtà della morte con la costante ripetizione di scene di morte stereotipate, e i mezzi di comunicazione paralizzano la nostra fantasia con racconti di morte su vasta scala e in circostanze orribili. Paradossalmente, questo intorpidimento nella valutazione della morte, intorpidisce anche la vivida valutazione della vita. Quelli che si dedicano a sport e attività pericolose spesso affermano di recuperare una coscienza acuta, nuova, della vita e delle sue bellezze, come risultato della loro lotta con la morte. Nella Arti Marziali, naturalmente, la morte è una presenza costante. L’intera attività gira intorno ad essa. Attacco, difesa e contrattacco dovrebbero essere eseguiti tutti come se si trattasse veramnet di una questione di vita o di morte. Insieme all’abilità cresce l’impeto delle azioni. Il confronto con la morte è forse, il più importante elemento della spiritualità. Innanzitutto la morte mette allo scoperto l’Io. La parte di noi che afferra e tiene, che tenta di cristallizzare il flusso della vita e di incasellarlo in entità separate è presa dal panico totale di fronte alla morte. La paura è la base di questo tenere e contrarre, e la morte porta alla luce questa paura. Di fatto la paura che proviamo al pensiero della morte non è creata dalla situazione, ma solo portata allo scoperto; se ne stava nascosta per tutta la nostra vita, sotto tutte le rigidità, le meschinità e le piccole nevrosi ( come pure le grandi nevrosi che ci fanno pensare di essere fondamentalmente separati dal nostro ambiente e dall’altra gente). Quella paura, che è il fondamento che tiene in piedi l’intera rigida struttura, si rivela in presenza della morte, ed è possibile allora guardarla in faccia ed affrontarla. La paura della morte è l’ostacolo più grande per chi pratica le Arti Marziali. Questa paura ha un carattere di rigidezza o di paralisi o di perdita di controllo; si può essere gelati dal terrore, o si può venire presi dal panico e reagire ciecamente e irrazionalmente. Una qualunque di queste reazioni, che si insinui nel combattimento al momento cruciale, significherà morte, anche per il lottatore tecnicamente più preparato. Ma la libertà da questa paura che immobilizza, concede grandi poteri. Esiste una storia che parla di un Maestro della cerimonia giapponese del Tè, della provincia di Tasa, un uomo privo di abilità marziali ma di grande ricchezza spirituale e meditativa. Egli senza volere fece offesa ad un Samurai di alto rango, e fu sfidato a duello. Andò dal locale Maestro Zen per trovare consiglio. Il Maestro Zen gli disse francamente che aveva poche probabilità di sopravvivere all’incontro, ma che poteva assicurarsi una morte onorevole affrontando il combattimento come se fosse stato il rito formale della cerimonia del Tè. Doveva raccogliere la propria mente, senza degnare di attenzione le chiacchiere insignificanti sui pensieri di vita e di morte. Doveva afferrare la spada diritto davanti a sè, come avrebbe fatto col cucchiaio della cerimonia del Tè; e con la stessa precisione e concentrazione mentale con cui avrebbe versato l’acqua bollente sul Tè, doveva avanzare, senza pensare alle conseguenze, e abbattere il suo avversario in un solo colpo. Il Maestro del Tè si preparò secondo le istruzioni, liberandosi da ogni paura di morte. Quando la mattina del duello giunse, il Samurai, trovandosi di fronte l’assoluta calma e mancanza di paura dell’avversario, fu così colpito che abbandonò il combattimento. Nella tradizione Buddista le pratiche preparatorie all’idea della morte sono viste come fortemente motivanti lungo il cammino; per questo sono essenziali. La coscienza della realtà e dell’inevitabilità della propria morte personale può essere un incredibile erogatore di energia, offrendo livelli insospettati di motivazioni per cambiamenti radicali. Don Juan, il Maestro indio Yaqui dei libri di Castaneda, stabilisce lo stesso punto fermo con grande chiarezza e potenza. Don Juan stava cercando di dire a Castaneda che ricordarsi della propria morte è della più grande importanza per una giusta condotta di vita, quando Castaneda protestò che è insensato preoccuparsi della propria morte. Don Juan rispose: ” Non ho detto che devi preoccuparti.” ” Cosa dovrei fare allora?” ” Usala. Metti a fuoco la tua attenzione sul legame tra te e la morte, senza rimorsi o tristezze o inquietudine. Metti a fuoco la tua attenzione sul fatto che non hai tempo e lascia che le tue azioni fluiscano di conseguenza. Fai che ognuna delle tue azioni sia la tua ultima battaglia sulla terra. Solo a queste condizioni le tue azioni avranno il loro potere legittimo. Altrimenti, per quanto tu possa vivere, saranno le azioni di un uomo timido.” ” E’ tanto terribile essere un uomo timido?” ” No. Non lo è se sei immortale, ma se devi morire, non c’è tempo per la timidezza, semplicemnte perchè la timidezza ti fa attaccare a qualcosa che esiste solo nei tuoi pensieri. Ti sostiene finchè c’è bonaccia, ma poi il mondo terribile e misterioso aprirà la bocca per te, come l’aprirà per ciascuno di noi, e allora tu ti renderai conto che i tuoi modi sicuri non erano sicuri per niente. Essere timidi ci impedisce di esaminare e di approfittare del nostro destino di uomini.” La consapevolezza che si deve morire, e che quindi si ha un tempo limitato, può tagliar via un’enorme quantità di meschinità e di autoindulgenza dalla propria vita. tutti quei pensieri che la genta ha in punto di morte, rimpianti per il tempo sprecato e le opportunità perdute, per i rischi non corsi e i cedimenti all’inerzia, tutti quei pensieri del genere: ” se potessi rifarlo”, tutto questo può essere portato al presente, prima che le opportunità siano passate, finchè le porte sono ancora aperte, e una persona possa essere galvanizzata e spinta a cominciare ad assumersi consapevolmente delle responsabilità per vivere una vita piena. La morte è un grande modificatore, l’unico che assicura che le cose non rimarranno statiche, stagnanti, fisse. Nell’evoluzione della vita sulla terra, la riproduzione sessuale fa la sua comparsa contemporaneamente alla morte. La continua immodificabile autoriproduzione (come nell’ameba, che si divide per produrre copie identiche di se stessa) è una morte vivente; la freschezza e la novità di ogni individuo – unico – nato, che muore per far posto ad un altro essere unico, mutano eternamente la vita mediante la morte. Come disse Cristo, colui che cerca di salvare la propria vita la perderà. La persona che si aggrappa alla forma, al pensiero, al sentimento passati, perde la sempre nuova, primaverile qualità della libera corrente della vita.